Lombardi: “Basta demagogia sul Waterfront, Calata Paita sia bene comune da costruire con un vero processo di democrazia partecipata”

8 febbraio 2012 - Scritto da  
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Oggi più che mai vi è la necessità di una cultura di governo della nostra città capace di salvaguardare insieme economia e valori urbani, diritto alla città, bisogno di uguaglianza e ricusazione dei privilegi della rendita.

Il governo del territorio, nelle sue componenti responsabili, pubbliche e private, non deve muoversi nell’ambito di “politiche mercantili”, di scambio e di mediazioni tra interessi privati ma deve necessariamente confrontandosi con le legittime aspettative collettive e alternative.

Occorre abbandonare i criteri finora seguiti, propri di una governance privatizzante e riproporre in termini nuovi, non lottizzatori, la creazione di un nuovo Waterfront del Golfo, da declinare attraverso un processo “vero” di partecipazione di tutti gli spezzini.

Ritengo necessario declinare il verbo “Partecipare” nell’accezione di unire le forze positivamente orientate alla costruzione del Waterfront come bene comune” per dare un senso nuovo alla città, “attraverso una nuova politica che attacchi come nodo da risolvere lo statuto di Spezia come città divisa e frammentata: divisa dal suo mare e dal suo Golfo, divisa tra la costa di levante e quella di ponente, divisa e frammentata nel suo processo di crescita”, come bene ha evidenziato il Prof. Silvano D’Alto.

Al di là di infondate cortine fumogene, il progetto al quale siamo di fronte nella versione attualmente disponibile non è il progetto vincitore del concorso per la riqualificazione del lungomare di Spezia; si tratta di una Variante che altera radicalmente il progetto originario.

Le discussioni pubbliche che si sono sviluppate non hanno scalfito l’impianto pesantemente lottizzatorio della Variante, calato dall’alto sulla città.

Utilizzando la legge sul federalismo demaniale, Calata Paita si realizzerà interamente con l’impiego di risorse private mediante un financing project, una perla del capitalismo finanziario che tende a chiudere ogni possibilità di pubblico dibattito negando ogni forma di partecipazione.

Non si produce la valorizzazione di Calata Paita quando si impianta in essa una lottizzazione privata e meramente speculativa di condomini e alberghi, ma se ne distrugge il valore pubblico, paesaggistico e di bene comune.

Noi ci batteremo strenuamente, insieme a numerose forze sociali e politiche, per “aprire un percorso partecipato” che ridisegni il Progetto Fronte a Mare, pensando Calata Paita come BENE COMUNE, per la sua natura unico e irriproducibile, appartenente a quella categoria di beni a “titolarità è diffusa”, che appartengono a tutti e a nessuno, nel senso che tutti devono potere accedere ad essi e nessuno può vantare pretese esclusive.

Non possiamo accettare passivamente la cementificazione della costa e il più evidente privilegio privato.

Occorre cambiare il paradigma della crescita, pensare in termini nuovi, dove il senso della “città di tutti”, come grande bene comune, prevalga sugli interessi economici di pochi; è necessaria una riappropriazione di valori antichi e nuovi della storia, della me rendita moria, del futuro del territorio: la ricostruzione del paesaggio, la difesa dell’area agricola, l’abbandono del processo di cementificazione e privatizzazione del territorio.

Le coste sono spazi pubblici e nella piena riconferma di questo loro statuto consiste la loro importanza ed il loro fascino. Calata Paita deve essere un momento innovativo e creativo: culturalmente e socialmente, perciò lo sarà anche economicamente: un momento nel quale la cittadinanza – attraverso l’attivazione di pratiche concrete di democrazia partecipata – possa riconoscersi, ricercarsi e rispecchiarsi in una nuova identità urbana da costruire insieme con una nuova forma di relazione spazio-temporale non oppositiva, ma di dialogo tra il Porto e la Città.

In quegli spazi i cittadini dovranno percepirsi a casa loro, con l’orgoglio di sentirsi spezzini, partecipi di un grande progetto di valori di uguaglianza e di libertà: un parco pubblico, per un turismo dinamico e non statico con attrattive a livello europeo e mediterraneo, portandovi gente e genti, cittadini e ospiti.

Calata Paita dunque come osservatorio delle diversità ma anche produttivo di diversità, con una visione che sappia recepire le novità e le trasformi in un messaggio culturale, aperto e condiviso, in cui si progetti una nuova forma di relazione spazio-temporale non oppositiva, ma di dialogo tra il Porto e la Città.

Il progetto di Calata Paita può diventare l’espressione di questa diversità, esaltando sotto il profilo simbolico, quindi dell’azione culturale, i caratteri di universalità, tolleranza, solidarietà: affermazione del diritto ad essere diversi e uguali, cioè a scoprire in ciascuna diversità il senso della umanità comune.

In termini più generali, relativi al territorio Spezzino nel suo complesso, occorre offrire, prioritariamente, come base per una discussione partecipata, un programma che riconosca l’improrogabile necessità della costituzione e delimitazione di un serbatoio di aree da riservare al prevalente “uso pubblico” nell’ambito cittadino sia nella zona centrale urbana e nella zona periferica (Fossamastra e Pagliari, le aree rimaste libere, da considerarsi “aree irrinunciabili” per un minimo riscatto dell’attuale situazione di degrado ambientale) a cui bisogna aggiungere l’area definita ‘Piazzale del ferro’ nel ponente, la cui cessione deve essere rivendicata pressantemente alla Marina Militare per rispondere alle esigenze storiche di sbocco al mare degli abitanti di Marola.

Una città da sempre alle prese con approdi precari, può presentare, a ponente, mediante la costruzione di una ‘porta d’ingresso marittimo’, una rinnovata carta d’identità più aderente alla propria potenziale, sino ad oggi solo declamata, vocazione marittima.


Massimo Lombardi

Segretario Provinciale Partito della Rifondazione Comunista/Fds – La Spezia

Gli interventi fluviali: una follia inutile e demagogica

8 febbraio 2012 - Scritto da  
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L’assessore Barli ha colto solo la premessa, dicendo che bisogna tenere conto di diversi indicatori nella pianificazione delle aree fluviali (aspetto idraulico, ambientale, biologico, ecc.), ma evidentemente si contraddice se dopo un corretto approccio “olistico” si passa al pragmatismo emergenziale.

Invitiamo pertanto Barli ad un sopralluogo lungo le sponde del basso Vara e del Magra per rendersi conto di che massacro del territorio è stato fatto, senza tener che tonnellate e tonnellate di alberi tagliati ed abbandonati, con il rischio che in caso di nuova piena l’acqua non dovrà faticare a sradicarli: son giù pronti al trasporto!

Ciò che sta accadendo va dall’inverosimile al disarmante e le parole di Barli e di Oldoini lasciano trasparire tutti i nostri dubbi. Le operazioni che si stanno compiendo nei nostri fiumi sono totalmente avulse da un’analisi scientifica seria e da una conseguente pianificazione. Le ruspe che hanno operato ed operano negli alvei fluviali sono frutto di un necessità che evidentemente bypassa le montagne di studi, di analisi, di elaborazioni tecnico-scientifiche sui processi di sedimentazione fluviale.

Oggi siamo al paradosso di giustificare degli scempi, peraltro totalmente se non inutili dannosi e demagogici, predisposti solo per far fronte alla giusta esasperazione della gente. Ma per risolvere il problema idrogeologico del territorio occorrono provvedimenti più complessi e certamente più seri.

Il mondo contadino, nella sua saggezza, non viveva alla giornata, ma sapeva pianificare le proprie azioni per ottimizzarle. Questo evidentemente non si è imparato.

Rifondazione Comunista, federazione provinciale La Spezia

Lombardi e Vergassola: “Diritto allo studio certezza su cui contare, non sogno da inseguire”

8 febbraio 2012 - Scritto da  
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In questo momento di grave crisi del paese, innanzitutto sotto l’aspetto della recessione economica, ma anche dal punto di vista sociale e culturale, vogliamo ribadire e ricordare il nostro massimo impegno, che abbiamo provato a non fare mai mancare, nei confronti degli studenti e delle studentesse superiori e universitari, che ormai da tre anni si vedono privati ogni giorno di un pezzo di futuro ed anche di dignità. Il governo Monti, in merito al mondo dell’istruzione, del sapere e della conoscenza, nulla ha cambiato rispetto all’operato del governo Berlusconi“.

Massimo Lombardi, segretario provinciale Rifondazione Comunista e Filippo Vergassola, responsabile provinciale Scuola e Università Prc, intervengono in seguito all’assemblea tenutasi negli scorsi giorni a Sarzana: “Il ministro Profumo ha avuto modo di dichiararsi molto favorevole nei confronti della riforma Gelmini. Da ormai troppo tempo il diritto allo studio, al futuro e ad un sapere davvero libero e a tutti accessibile, viene calpestato togliendo trasversalmente risorse a scuole, atenei e tagliando posti di lavoro, con l’unico effetto di aumentare il precariato e la fragilità della condizione – presente e futura – degli studenti. Siamo stati, siamo e certamente continueremo ad essere presenti nelle piazze, per difendere i loro sacrosanti diritti, e nelle scuole come nelle università, per informarli e soprattutto ascoltarli. Per provare a rendere il diritto allo studio e al futuro non un sogno da inseguire ma una certezza su cui contare”.

Massimo Lombardi, segretario provinciale Rifondazione Comunista La Spezia
Filippo Vergassola, responsabile provinciale Scuola e Università Prc  La Spezia

Dal Forum di Napoli, la politica che supera particolarismi, illusioni e polemiche

7 febbraio 2012 - Scritto da  
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Il primo Forum dei Comuni per i Beni Comuni, indetto dalla giunta napoletana  di Luigi De Magistris, segna un passaggio storico: circa 1500 aderenti, moltissimi amministratori, tanti cittadini militanti nelle associazioni, nella politica, nei movimenti e provenienti da tutta Italia.

La partecipazione della città della Spezia, con l’assessore alla partecipazione Simona Cossu, è un fatto di grande importanza, segno che l’amministrazione spezzina sta aprendo sempre più alle tematiche a cui Rifondazione Comunista ha sempre dato priorità politica: i beni comuni.

Da Napoli soffia il vento del cambiamento, nel metodo e nel merito: i lavori si sono sviluppati su quattro  tavoli tematici che non hanno discusso un documento prodotto nelle segrete stanze, ma sono stati luoghi di confronto tra le tante realtà che hanno partecipato e che hanno contribuito a costruire una proposta.

Dall’altro una narrazione politica realmente innovativa, che supera le retoriche calandosi nel concreto ed assumendo il “bene comune”, ciò che è di tutti, come paradigma sostanziale della nostra politica, in risposta alla crisi del modello neoliberista.

Un primo appuntamento di chi pensa che oggi l’alternativa a Berlusconi non sia certo Monti, così come l’alternativa alla crisi non sia la svendita. De Magistris sta dimostrando che un altro modo di amministrare è possibile, proprio in una realtà complessa e dilaniata da problematiche enormi come la città partenopea. La risposta a disoccupazione, precarietà, disuguaglianza sociale è nel diritto a preservare i nostri beni comuni, dall’acqua pubblica, gestita da aziende pubbliche e fuori dalle logiche di mercato, siano essi immateriali (lavoro, ecc.).

In tutto questo c’è il rilancio della difesa della volontà referendaria e della Costituzione, quella nata dalla Resistenza, non certo quella che si vorrebbe cambiare a colpi di maggioranza parlamentare, attuando i suoi principi fondamentali, in particolare il diritto al lavoro, il dovere di ogni cittadino di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

La moltitudine di chi lotta per i beni comuni è articolata ed oggi ciò che è di tutti passa per le battaglie della FIOM (la manifestazione del prossimo 11 febbraio), per la resistenza dei NoTav, per l’esperienza culturale del Teatro Valle, per la realtà del Forum dell’Acqua. Ora i comuni, per i beni comuni, devono dare sostegno a questa realtà preziosa del nostro Paese costruendo insieme un alternativa praticabile.

E’ iniziato un percorso nel quale la Democrazia partecipativa, quella reale non certo quella che qualche partito sigilla con il proprio imprimatur, sarà il motore principale a fronte dei fallimenti della delega in bianco, per usare le parole del sindaco di Napoli “contro lo spirito del capitalismo senile e le logiche predatorie, difendendo le radici di un progresso che sia in difesa dei diritti umani“.

Questo è il percorso che dobbiamo assumere, oltre i particolarsmi, le inutili polemiche e facili illusioni. O avremo di fronte a noi le barbarie ed i ruderi dei veri totem che dobbiamo combattere: il consumismo, la mercificazione, lo sfruttamento. La nostra sfida è quella di riportare alla Spezia questo modello, che oggi funziona in realtà ben più complesse della nostra, una sfida che non è solo negli intenti, ma è già pratica.

Segreteria provinciale Prc La Spezia


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Guido Viale: “I sei pilastri della conversione”

7 febbraio 2012 - Scritto da  
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di Guido Viale (tratto da “Il Manifesto”, 2 febbraio 2012)

Misurarsi con il Governo Monti sul suo terreno non è saggio. Monti comanda ma non governa. Comanda perché i partiti che lo sostengono (sempre più infelici) glielo lasciano fare e gli elettori che essi pretendono di rappresentare non hanno forze né strumenti per fermarlo.

Per tutti il movente è unico: la paura di un disastro che non si sa valutare. Ma a governare non è né Monti né l’Europa, ma – e non con un programma, ma con ricatti e fatti compiuti – la finanza internazionale; che decide per entrambi. Le misure adottate – “salvaitalia” e “crescitalia”non avranno alcun effetto di stabilità, come non ce lo avrà il nuovo pacchetto ammazza-lavoro cucinato dalla prof.ssa Fornero.

Le cifre sparate sui futuri effetti di quei decreti (PIL +11%; salari +12; consumi +8; occupazione +8; investimenti + 18) ricordano più la tombola che le discipline accademiche di cui la compagine governativa mena vanto. Se oggi la speculazione sul debito italiano sembra placarsi, è perché Monti le ha dato un altro po’ di succo da spremere; esattamente come era successo in Grecia; fino a nuovo ordine.

D’altronde Draghi ha spiegato che lo spread serve proprio a questo: rendere possibile quella spremitura che il lessico economico-politico chiama “riforme” e “modernizzazione”. Ma con un debito di 1900 miliardi e un patto di stabilità che pretende di dimezzarlo a nostre spese, gli agguati della finanza continueranno a restare alle porte. E finché la finanza internazionale potrà contare su risorse che valgono 10-15 volte di più del prodotto lordo del mondo non c’è governo che ne sia al sicuro; nemmeno erigendo una muraglia cinese contro i suoi assalti.

Il confronto con il governo Monti, con questa Europa, e con il potere della finanza internazionale va quindi condotto su un diverso piano, che è quello della vita e delle condizioni di esistenza della maggioranza della popolazione, dei rapporti che ci legano all’ambiente fisico e sociale in cui viviamo, dei diritti inalienabili di cittadinanza che ne discendono in quanto abitanti di questo pianeta (tutte materie totalmente estranee alla cultura del governo; ma dimenticate anche da molti dei suoi commentatori e dei suoi critici).

Quei rapporti rendono indissolubile il nesso tra ambiente ed equità sociale (e intergenerazionale: esisterà, si spera, un mondo anche dopo gli alti e bassi dello spread). Se la crisi economico-finanziaria e la crisi ambientale segnalano, con la loro dimensione globale, l’urgenza di una svolta per tutto il pianeta, questa non può prescindere, e non può distinguersi, da una radicale conversione ecologica del modo in cui consumiamo (e quello che consumiamo, alla fine, è l’ambiente) e del modo in cui produciamo (e quel che produciamo è soprattutto diseguaglianza e sofferenze superflue). E siccome la conversione ecologica riguarda in egual misura i nostri atteggiamenti soggettivi verso l’ambiente e gli altri esseri umani e l’organizzazione delle nostre attività “economiche” (che cosa produciamo, come, dove, con che cosa e perché lo produciamo), è un imperativo concreto partire da quello che ciascuno di noi può fare, o intende fare, qui e ora.

Quello che lega il nostro agire localmente – il nostro “progetto locale” – al pensiero globale che deve informarlo è la sua replicabilità: la possibilità che venga riprodotto, adattandolo alle diverse situazioni con la dovuta intelligenza del contesto, senza che le realizzazioni degli uni vadano a detrimento di quelle di altri; e sviluppando invece una potenza sinergica. Solo così i legami che si creano possono costituire la base – a diversi livelli, fino a ricoprire con una rete l’intero pianeta – sia di un programma generale, sia della formazione di una cittadinanza attiva (intersettoriale, interconnessa, internazionale, intergenerazionale), sia di organizzazioni che si candidino a esautorare, sostituire o integrare le strutture esistenti: a piccoli passi e a macchia di leopardo, per lo più; a salti improvvisi, a volte; ma sempre più spesso in contesti conflittuali, e fronteggiando rischi crescenti. Il “soggetto politico” di cui si è discusso – senza dirlo – nel recente convegno di Napoli sui beni comuni è parte di questo percorso; l’Europa dei popoli e non della finanza, anche. I loro pilastri mi sembrano questi:

1) La conversione ecologica è un processo di riterritorializzazione, cioè di riavvicinamento fisico (“km0”) e organizzativo (riduzione dell’intermediazione affidata solo al mercato) tra produzione e consumo: processo graduale, a macchia di leopardo e, ovviamente, mai integrale. Per questo un ruolo centrale lo giocano l’impegno, i saperi e soprattutto i rapporti diretti della cittadinanza attiva, le sue associazioni, le imprese e l’imprenditoria locale effettiva o potenziale e, come punto di agglutinazione, i governi del territorio: cioè i municipi e le loro reti, riqualificati da nuove forme di democrazia partecipativa. Le caratteristiche di questa transizione è il passaggio, ovunque tecnicamente possibile, dal gigantismo delle strutture proprie dell’economia fondata sui combustibili fossili alle dimensioni ridotte, alla diffusione, alla differenziazione e all’interconnessione degli impianti, delle imprese e degli agglomerati urbani rese possibili dal ricorso alle fonti rinnovabili, all’efficienza energetica, a un’agricoltura e a una gestione delle risorse (e dei rifiuti), dei suoli, del territorio e della mobilità condivise e sostenibili.

2) Per operare in questa direzione è essenziale che i governi del territorio possano disporre di “bracci operativi” con cui promuovere i propri obiettivi. Questi “bracci operativi” sono i sevizi pubblici, restituiti, come disposto dal referendum del 12 giugno, a un controllo congiunto degli enti locali e della cittadinanza, cioè sottratti al diktat della privatizzazione. Per questo le risorse destinate alla conversione ecologica dovrebbero essere restituite agli enti locali e sottoposte ad adeguati controlli, non solo di legalità, ma soprattutto ad opera della cittadinanza attiva. Nell’immediato è decisivo che vengano sottratti ai vincoli del patto di stabilità gli investimenti destinati al welfare municipale e alle conversioni produttive.

Il debito pregresso contratto dalle amministrazioni locali, o dalle Spa che rientrano nel perimetro dei servizi locali del cui controllo deve riappropriarsi il governo del territorio, come il debito pubblico dello Stato nazionale dovranno essere ridimensionati, in forma contrattata, in misura sufficiente a non essere di ostacolo alla conversione produttiva. Le responsabilità di un rifiuto di questa negoziazione ricadono su chi la respinge, ma vanno studiate e predisposte fin da ora tutte le misure per attenuarne le conseguenze sulla cittadinanza. D’altronde è impensabile che si possa uscire dal caos in cui il liberismo ha precipitato l’economia del pianeta senza un radicale ridimensionamento della bolla finanziaria che sovrasta l’economia mondiale. Quali che ne siano le conseguenze.

3) Il terzo pilastro è l’arresto del consumo di suolo: le nostre città e tutti i centri abitati, di qualsiasi dimensione, sono già sufficientemente costruiti per soddisfare con le strutture esistenti o con il recupero dei suoli occupati da strutture inutilizzabili, tutte le esigenze di abitazioni, di attività produttive e commerciali, di socialità e di promozione della cultura e del benessere di cui una comunità ha bisogno. Edifici e abitazioni tenute sfitte per “sostenere” il mercato dovrebbero essere restituiti a un uso più appropriato, anche , se necessario, con una politica di espropri, rivendicando una legislazione che la renda praticabile. Se si vuole combattere la rendita che, come sostengono tutti gli economisti liberisti, abbatte la produttività, ecco un buon punto da cui cominciare.

4) Il suolo urbano libero da costruzioni e quello periurbano possono essere valorizzati da un grande progetto di integrazione tra città e campagna, tra agricoltura e agglomerati residenziali. Un’integrazione che è stata il pilastro delle civiltà di tutto il mondo prima dell’avvento della globalizzazione che ha preteso – grazie al basso costo del trasporto reso possibile dall’abuso dei combustibili fossili – di fare dell’agricoltura di tutto il pianeta il “contado” dei centri urbani, con il degrado progressivo sia degli uni che dell’altra. Le municipalità hanno molti strumenti (alcuni a costo zero) per promuovere una riconversione di questo rapporto: orti urbani, disseminazione dei GAS, farmer’s markets, mense scolastiche e aziendali, marchi di qualità ecologica per la distribuzione, gestione dei mercati ortofrutticoli: quanto basterebbe per cambiare l’assetto dell’agricoltura periurbana e per ri-orientare l’alimentazione della cittadinanza con filiere corte.

5) La mobilità sostenibile (attraverso l’integrazione intermodale tra trasporto di linea e mobilità flessibile: car-pooling, car-sharing, trasporto a domanda e city-logistic per le merci) e la riconversione energetica (attraverso la diffusione degli impianti alimentati da fonti rinnovabili e la promozione dell’efficienza nelle abitazioni, nelle imprese e nei servizi) costituiscono gli ambiti fondamentali per sostenere le imprese e l’occupazione in molte delle fabbriche oggi condannate alla chiusura. La riterritorializzazione delle attività in funzione della domanda creata dalla conversione ecologica è una vera politica industriale che può salvaguardare e promuovere occupazione, know-how e potenzialità produttive in settori quali la fabbricazione di mezzi di trasporto, di impianti energetici, di materiali per l’edilizia ecosostenibile, di macchinari e apparecchiature a basso consumo.

Crea domanda vera perché risponde alle necessità degli abitanti di un territorio, ma richiede condivisione e può essere sostenuta solo attraverso rapporti diretti tra produttori ed enti locali. (Ha fatto qualcosa di analogo la Volkswagen producendo impianti di microcogenerazione piazzati direttamente in case e imprese attraverso un accordo con una società di distribuzione dell’energia. Lo possono fare i comuni italiani senza alcuna violazione delle norme sulla concorrenza).

6) La conversione ecologica è innanzitutto una rivoluzione culturale che ha bisogno di processi di elaborazione pubblici e condivisi e di sedi dove svilupparli. La cultura non può essere solo un passaporto per l’accesso al lavoro o uno sfogo dopolavoristico. Può e deve tornare a essere l’ambito di una riflessione sul senso della propria esistenza, della convivenza civile, della riconquista di un rapporto sostenibile con l’ambiente: tutte condizioni indispensabili di una adesione convinta alla conversione ecologica. Questa riflessione ha bisogno di sedi, di strumenti, di promotori, di risorse: nelle scuole e nell’università, nell’educazione permanente, nelle istituzioni della ricerca, nel tessuto urbano, nei mezzi di informazione, sulla rete.

Paolo Cacciari: “I tecnici di cui abbiamo bisogno”

7 febbraio 2012 - Scritto da  
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di Paolo Cacciari (tratto da DemocraziaKm0.org)

 

E’ vero: abbiamo un gran bisogno di tecnici, esperti, sapienti. Non se ne può più di politici generici, buoni solo per i talk-show. Basta chiacchiere, al governo servono persone che sappiano il fatto loro. Ma tecnici di che?

Innanzitutto tecnici contro il più evidente, tragico e paradossale spreco di risorse: il lavoro. Incominciando dal 30 e oltre per cento di giovani che non trovano lavoro a fronte di immensi bisogni sociali insoddisfatti: cura delle persone, del territorio, del patrimonio storico e culturale. Sì, ma come remunerare questi lavori socialmente utili se soldi non ce ne sono? Serve allora un tecnico alla circolazione della moneta: il denaro non va più dato per pagare rendite finanziarie, ma solo a chi lavora.

Obiezione: se non si pagano più gli interessi sul debito pubblico (il 50% dei titoli sono posseduti da istituti finanziari esteri e il 50% del restante da istituti finanziari italiani. Solo un quarto è risparmio vero di persone fisiche) nessuno più ci farà credito e la bancarotta sicura.

Per liberarci dal ricatto di strozzini e speculatori che chiedono interessi sempre più alti (spread) dobbiamo allora riuscire a fare a meno dei loro pelosi servigi (prestiti). Serve quindi un tecnico al bilancio che sappia tenere le poste in equilibrio, che sappia cioè spendere solo quello che incassa. Per raggiungere l’ “attivo primario” del bilancio dello stato non manca poi molto. Qualche sforzo lo potrebbe fare se tagliasse spese assurde (spese militari, grandi opere inutili, privilegi di caste varie, ecc.) e se facesse una riforma fiscale vera (evasioni, proporzionalità, trasparenza, ecc.).

Obiezione: per liberarci dalla morsa del debito non basta tenere in equilibrio le spese pubbliche, è necessario tenere in equilibrio anche la bilancia commerciale: siamo bravi ad esportare (made in Italy, piccole imprese, ecc.) e a incassare valuta estera (turismo, rimesse degli emigrati, ecc.), ma spendiamo sempre troppo per le importazioni.

Serve allora un tecnico all’economia reale che sia capace di combattere il secondo più grande e costoso spreco di risorse che appesantisce la bilancia commerciale: l’energia fossile e le materie prime. Immaginare un’economia post-oil e sempre più “dematerializzata” è oggi possibile: risparmio energetico, efficienza, rinnovabili, studio del ciclo di vita dei materiali, riuso, riciclo, recupero, allungamento della durata delle merci…insomma: green economy. Le tecnologie già sono a disposizione ed è qui che si gioca la vera “competitività strategica” tra i sistemi industriali nel mondo.

Obiezione: è vero, ma per compiere questa conversione ecologica degli apparati produttivi e di consumo serve investire in ricerca vera, sperimentare ed innovare non solo i sistemi produttivi e le tecnologie (imparando dai cicli naturali), ma cambiare anche comportamenti e stili di vita. E’ evidente, infatti, che se i risparmi che si ottengono con l’efficienza vengono impiegati per consumare di più, il bilancio globale energetico e dei materiali rimarrà in deficit (paradosso di Jevons).

Serve allora un altro tecnico: ai saperi, che sappia cioè liberare quel che rimane dei centri di ricerca, delle università, delle scuole di ogni ordine e grado dalla coltre di ignoranza con cui sono stati coperti da uno stato insipiente. E questo, sicuramente, è il tecnico più difficile da trovare: un tecnico del pensiero, che sappia liberarlo dalla dominazione dei tecnici delle scienze applicate dominanti ad incominciare dall’economia, per arrivare all’ingegneria, passando per la farmacologia, le scienze agrarie, la sociologia… e chi si sente escluso dall’asservimento alla logica sviluppista, produttivistica, della accumulazione e del profitto, si faccia da parte.

“Benvenuti in Palestina 2012″: lunedì 6 febbraio incontro al CAmec con Freedom Flotilla ricordando il grande Vittorio Arrigoni

3 febbraio 2012 - Scritto da  
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Lunedì 6 febbraio 2012 doppio appuntamento con il coordinamento di Freedom Flotilla La Spezia/Massa-Carrara che presenterà il progetto Benvenuti in Palestina 2012 in collaborazione con DIMA onlus, Comitato Regionale Arci Toscana e il gruppo consiliare spezzino di Rifondazione Comunista.

A un anno dall’assassinio di Vittorio Arrigoni, centinaia di volontari voleranno a Tel Aviv per costruire una scuola in Palestina sfidando l’occupazione illegale di Israele. Se ne parlerà con Sebastian Rodriguez, membro di BDS e Benvenuti in Palestina, attivista israeliano per i diritti del popolo palestinese e Khalid Rawash presidente associazione DIMA onlus. Inoltre in collegamento da Gaza interverrà Rosa Schiano dell’International Solidarity Movement.

Il primo incontro si terrà alle 17.30 alla Spezia presso il museo CAmec di piazza Battisti con moderatore Tiziano Ferri del coordinamento Freedom Flotilla La Spezia / Massa-Carrara.

Si replicherà alle 21 a Massa presso il circolo Arci “La CasaMatta” di via Alberica. Modererà Carla Cocilova, Responsabile Arci Regionale Toscana, settore internazionale.

Tutta la cittadinanza è invitata a partecipare.

Rifondazione Comunista, gruppo consiliare Comune della Spezia

Magra e Vara: invece delle ruspe nei fiumi, si abbattano abusi e si liberino le tombinature

3 febbraio 2012 - Scritto da  
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Le associazioni ambientaliste hanno pienamente ragione su ciò che sta avvenendo lungo i nostri fiumi, Vara e Magra, uno scempio in nome della peggiore demagogia politica ed della più profonda ignoranza tecnica.

Così Rifondazione Comunista si associa all’allarme lanciato da Italia Nostra, Legambiente, Lipu-Bird Life e Wwf.

Chi ha dato ordinanza di disboscare vegetazione viva e vcostruire argini senza una visione globale delle criticità del bacino idrografico l’ha fatto in totale spregio di ogni buon senso – continua la nota di Rifondazione – e delle tonnellate di elaborazione scientifica prodotta da istituti di ricerca, università e autorità di bacino. La sconcertante realtà è che alcuni sindaci, da Follo ad Arcola, preferiscono raccattare un pugno di voti con azioni populistiche e prive di ogni utilità pratica, piuttosto che affrontare la complessità dei problemi.

Questo autoritarismo nel fare delle aree fluviali un vero scempio non si è posto quando c’era da rimuovere capannoni o discariche abusive, talvolta con presenza di amianto. Così come tanta solerzia non è stata posta in uno dei veri problemi relativi all’emergenza idraulica del nostro territorio, ovvero lo stato dei torrenti e canali affluenti, spesso tombinati o in stato di totale abbandono. Così la stessa energia non è stata posta quando c’era da verificare se scantinati si trasformavano in rustici abitabili.

Oggi questa cattiva politica soddisfa la pancia di quei cittadini giustamente esausti dalle loro stesse mancanze, e per ovviarvi puntano a trovate da prima pagina. Ma la realtà è che in questi anni si è preferito concessionare cubature di cemento per fare cassa con oneri e lasciare che il territorio sia abbandonato a se stesso, vergognosamente imputanto le cause alluvionali a chi addirittura tutto ciò lo ha sempre denunciato.

Se questi sindaci hanno davvero il coraggio delle loro azioni emettano immediatamente ordinanza di abbattimento degli abusi sui territori, puliscano e liberino dalla cementificazione le tombinature dei canali e procedano a bloccare ulteriori costruzioni. Ad Ortonovo come alla Spezia, Rifondazione è fautrice di questa politica.

Rifondazione Comunista, federazione provinciale La Spezia

L’Italia sono anch’io! Sabato alle 16.45 al “Barontini” di Sarzana assemblea pubblica sul diritto di cittadinanza

3 febbraio 2012 - Scritto da  
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Dalla sanatoria truffa al diritto di cittadinanza. Pratiche di lotta verso una società multiculturale

All’interno delle iniziative organizzate per la campagna per i diritti di cittadinanza “L’Italia sono anch’io”, domani  sabato 4 febbraio alle 16.45 presso il centro sociale “Anelito Barontini” di Sarzana si terrà un’assemblea pubblica per discutere sui diritti dei cittadini migranti. L’iniziativa è promossa dal coordinamento provinciale dei  Giovani Comunisti/e spezzini, dalla federazione provinciale di Rifondazione Comunista/Fds della Spezia e dallo Spim (Scuola Popolare d’Italiano per Migranti) di Sarzana.

Interverranno:

Stefania Novelli
– ARCI La Spezia
Khadim Loum
– Studente SPIM e occupante del Duomo di Massa
Marco Rovelli – Scrittore e musicista
Stefano Galieni – Giornalista di Liberazione, Responsabile nazionale Migranti Rifondazione Comunista.

L’iniziativa si colloca nel quarto appuntamento nazionale per la raccolta firme promossa da diverse associazioni. Anche nella nostra provincia Rifondazione Comunista e le/i Giovani Comuniste/i assieme allo SPIM (Scuola Popolare d’Italiano per Migranti) hanno aderito subito alla campagna e l’hanno promossa attivamente organizzando nelle scorse settimane volantinaggi e banchetti per la raccolta delle firme nei comuni di Castelnuovo Magra, Lerici, Ortonovo.

Il tema dell’”emergenza” migranti sviluppatosi a seguito delle rivoluzioni del Maghreb insieme ai recenti provvedimenti normativi nel nostro Paese rendono l’intervento delle realtà sociali e politiche sul tema dei diritti quanto più necessario. Non crediamo che questa campagna sia motivo di “distrazione di massa”; è proprio grazie alle ultime vicende di politica nazionale come il passaggio al governo tecnico che ci hanno rifilato quello scellerato e a dir poco razzista decreto sul permesso di soggiorno a punti. Non vogliamo che i cittadini migranti paghino la nostra crisi!

Crediamo che lo “ius soli”, ovvero il diritto di cittadinanza per i bambini che nascono in Italia da genitori stranieri vada applicato senza se e senza ma. L’articolo 3 della nostra Costituzione sancisce il principio di uguaglianza e impegna lo Stato a rimuovere tutti gli ostacoli che ne impediscono il raggiungimento.

Riteniamo che il riconoscimento dei diritti di ogni individuo sia decisivo per il futuro del nostro Paese. La possibilità di essere cittadino italiano a tutti gli effetti e il diritto di votare alle elezioni locali sono elementi imprescindibili affinché i migranti che vivono nel nostro paese possano partecipare alla realizzazione di una società più giusta e democratica in tutti gli ambiti sociali, lavorativi e culturali. Garantiamo pari diritti a tutti, portiamo avanti concretamente i valori su cui si è fondato il nostro paese, costruiamo una società più aperta e civile!

L’appuntamento è dunque per sabato 4 febbraio alle 16.45 presso il centro “Barontini” a Sarzana.

In quella occasione sarà possibile, per chi non l’abbia ancora fatto, firmare i due moduli sulle proposte di legge a iniziativa popolare sul diritto di cittadinanza e di voto amministrativo per i cittadini di origine straniera.


Giovani Comunist* La Spezia
Prc/Fds La Spezia
Spim (Scuola Popolare d’Italiano per Migranti) Sarzana

Monterosso: le priorità post alluvionali sono i parcheggi?

3 febbraio 2012 - Scritto da  
Archiviato in Ambiente, Dalla Provincia, Primo piano

 

Forse l’alluvione ha spazzato via anche il buon senso, tant’è che apprendiamo con sincero sgomento che le priorità di un paese in cui la popolazione non è ancora nelle proprie case sono i parcheggi!

Se il sindaco di Monterosso intende prioritaria, in una fase post-alluvionale, tale realizzazione, Rifondazione Comunista si chiede come sia possibile che non vi sia centralità su questioni assai più importanti come la messa in sicurezza delle abitazioni e l’approvvigionamento dei servizi.

Visto che a Monterosso non esiste fisicamente, bontà del sindaco Betta, un’opposizione in grado di interpellarlo, chiediamo pubblicamente come mai vi sia così urgenza di rassicurare la conclusione di un’opera che ha sventrato mezzo monte sopra il paese.

L’irresponsabilità di questa amministrazione monocolore Pdl si conclude con l’utilizzo della truffa legalizzata del Project Financing per l’altro parcheggio, di grandissima priorità anch’esso. Un’opera evidentemente inutile che il sindaco farà pagare non con le finanze pubbliche ma con le tariffe di chi lo utilizzerà. Un grande senso di pianificazione del futuro dei monterossini oppure un profondo convincimento del senatore Grillo che ha proposto il project financing come strumento per la ricostruzione, svendendo il proprio territorio per riparare ai danni di una gestione territoriale dissennata, anche grazie al contributo dell’attuale sindaco?

 

Rifondazione Comunista, federazione provinciale La Spezia

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