Condividiamo la proposta di Bersani
31 agosto 2010 - Scritto da admin
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di Paolo Ferrero
Condividiamo la proposta avanzata il 26 agosto da Bersani di dar vita ad una alleanza democratica per sconfiggere Berlusconi. Non si tratta solo di cacciare un governo mefitico, ma di ricostruire il quadro democratico del paese. Questa alleanza deve porsi l’obiettivo di uscire da questa sciagurata seconda repubblica e cementarsi attorno alla difesa e al rilancio della Costituzione, al varo di una legge elettorale proporzionale, alla giustizia sociale. Noi avanziamo da tempo questa proposta – lo abbiamo fatto anche alla manifestazione unitaria delle opposizioni del 13 marzo scorso – e la presa di posizione di Bersani costituisce un passaggio importantissimo. Si tratta dell’unica strada per sconfiggere una destra populista antioperaia e pericolosa per la democrazia. Si tratta di una scelta importante perché mette la parola fine alle ipotesi bipolari e bipartitiche che Veltroni e i suoi alleati stanno continuando a perseguire con grande visibilità sui mass media.
Per attuare questa politica è però necessario cacciare Berlusconi e conquistare nuove elezioni. Su questo ultimo punto le posizioni tra noi e il PD divergono e lo dobbiamo quindi incalzare fermamente. Di fronte al tentativo di Berlusconi di rappattumare la maggioranza, la vera cosa che manca nel paese è l’opposizione. Dobbiamo dar forma e sostanza politica all’opposizione. Costruiamo quindi da subito, città per città, la partecipazione alla manifestazione nazionale del 16 ottobre convocata dalla Fiom, con l’obiettivo esplicito di cacciare il governo Berlusconi , sconfiggere la Confindustria, l’arroganza della FIAT e le sciagurate politiche europee.
Cacciamo Berlusconi e il berlusconismo
8 agosto 2010 - Scritto da admin
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Riproponiamo l’interessante articolo di Alberto Burgio, pubblicato su Il Manifesto del 7 agosto 2010.
A Berlusconi che minaccia la fine anticipata della legislatura il Pd risponde con un argomento formalmente ineccepibile: la nostra è una repubblica parlamentare, il presidente del Consiglio non decide dell’esito finale della crisi. Peccato che in questi vent’anni tutte le forze politiche oggi in parlamento abbiano fatto a gara nello svuotare la Costituzione alla quale adesso ci si richiama.
Perché nessuno insorge quando i ministri in carica ripetono che gli elettori hanno eletto questo governo? Perché il nostro paese – unico al mondo – regola da due decenni la propria vita politica (e non solo quella, come dimostra la sistematica violazione dell’art. 11) in base a una Costituzione che non c’è, considerando eversore chi cerca di applicare quella vigente (il presidente Scalfaro fu messo alla gogna per avere avallato la soluzione parlamentare della crisi del primo governo Berlusconi). L’orgia di decreti-legge e voti di fiducia sui maxi-emendamenti non è un’esclusiva della destra, in questi vent’anni anche i governi di centrosinistra hanno contribuito a declassare le Camere a organi di ratifica. Lo stesso dicasi per le riforme elettorali in senso maggioritario che hanno causato la personalizzazione della politica, la deriva populistica e lo squilibrio di potere a vantaggio dell’esecutivo che Berlusconi sfrutta mettendo a rischio la tenuta del sistema democratico.
Veniamo così al nocciolo del conflitto che in questi giorni divide i partiti: se il governo cade, si deve votare subito o è meglio cambiare prima la legge elettorale? Anche in questo caso sulla posizione del Pd, formalmente impeccabile (la legge è pessima, quanto prima la si cambia, tanto meglio è) pesa un non-detto grande come una casa. A sostegno della proposta di votare al più presto non militano soltanto considerazioni di ordine politico (in materia elettorale nello stesso Pd c’è chi difende il bipolarismo, chi sogna il bipartitismo e chi tornerebbe volentieri al proporzionale) e urgenti ragioni di carattere sociale (la devastazione dei diritti e delle condizioni materiali di vita e di lavoro di milioni di persone, prodotta non già dalla crisi economica, ma dalla sua gestione reazionaria ad opera di un ministro dell’economia che qualcuno, anche nel Pd, vedrebbe con favore alla guida di un governo «di transizione»).
A questi dati di fatto si aggiunge un tema su cui non per caso si preferisce sorvolare. Non risulta che chi in questi giorni mette in cima all’agenda politica la modifica della legge elettorale si interroghi criticamente sulla principale finalità che ha presieduto alle riforme elettorali susseguitesi a partire dai primi anni Novanta.
La retorica della governabilità è servita a privare di influenza i settori sociali (a cominciare dal lavoro dipendente) destinati a pagare il prezzo della modernizzazione neoliberista. In vista di questo risultato hanno operato tutte le forze politiche bipolariste, essendo il bipolarismo nient’altro che un sistema dell’alternanza tra opzioni moderate concordi sui fondamentali della politica sociale ed economica (oltre che sulla politica estera).
Oggi siamo alla bancarotta della seconda repubblica. Intanto, nel giro di vent’anni, siamo diventati il paese più ingiusto e diseguale d’Europa. Il paese che registra l’attacco più brutale ai diritti e alle condizioni del lavoro. Il paese meno libero nell’informazione e più privatizzato non soltanto sul piano economico, ma anche sul terreno del welfare e dei beni comuni. E stiamo per battere il record anche per ciò che riguarda la scuola, l’università e la ricerca. Anche per queste ragioni gran parte del paese non va più a votare. Ma di tutto ciò non vi è traccia nelle preoccupazioni di quanti reclamano a gran voce una nuova legge elettorale. Al contrario. Invece di prendere atto dell’implosione di un sistema oligarchico, lo si vorrebbe blindare, utilizzando nuovamente l’ingegneria istituzionale a suon di vincoli e di sbarramenti.
In una battuta, l’idea è allontanare Berlusconi per tenersi stretti i risultati del berlusconismo. Contro questo progetto la sinistra deve tornare alla lotta, ritrovando al più presto unità e chiarezza di intenti. Settembre è vicino e vi è un solo modo per impedire che la crisi politica si chiuda rafforzando le posizioni di chi opera per preservare lo status quo: ridare voce al conflitto, chiamare alla mobilitazione i settori sociali più colpiti dalle politiche neoliberiste a cominciare dai lavoratori ricattati dal padronato, dai giovani destinati a un futuro di precarietà e povertà, e dal popolo dei beni comuni. Se vi è chi continua a concepire la politica come un’arma puntata contro la società, la società può salvarsi soltanto tornando padrona della politica.
Nessuna lettera a Ferrero, piena condivisione sulla linea della federazione spezzina
24 luglio 2010 - Scritto da admin
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Siamo meravigliati per il contenuto dell’articolo apparso oggi sulla stampa spezzina dove si parla di una lettera al segretario nazionale di Rifondazione Comunista, on. Paolo Ferrero, circa la situazione amministrativa della Provincia della Spezia. Ad oggi nessuna lettera risulta pervenuta alla segreteria di Ferrero ne al Dipartimento Nazionale Enti Locali. Condividiamo pienamente la dichiarazione della segretaria provinciale Chiara Bramanti sia per una questione di metodo, sia per il merito della vicenda.
Sono infatti i gruppi dirigenti locali a propmuovere e a definire la linea politica da intraprendere nelle istituzioni territoriali com’è prassi consolidata del partito della Rifondazione Comunista e il Comitato politico federale spezzino ha votato sull’uscita dalla giunta Fiasella in maniera netta e inequivocabile.
Nel merito, come Dipartimento Nazionale EELL di Rifondazione Comunista, fermo restando il rispetto per l’autonomia decisionale del presidente della Provincia, riteniamo che sia molto grave e sbagliato aver ritirato la delega al lavoro ad un assessore della Federazione della Sinistra per assegnarla a un giovane dirigente di Confindustria.
Questa scelta conferma una violazione degli accordi politici concordati con il PRC e la Federazione stessa ed è ancor più grave se si considera il momento attuale in cui Confindustria a livello nazionale è all’attacco frontale ai diritti dei lavoratori. E’ quantomeno strano che una provincia di centrosinistra, che ha come compito quello di spendersi per l’occupazione e al difesa del lavoro dei cittadini, possa assolvere tali compiti con un esponente di tale associazione nella propria giunta.
Raffaele Tecce
Resp.Nazionale EE.LL. – Rifondazione comunista
Per non dimenticare Carlo
20 luglio 2010 - Scritto da admin
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Oggi silenzio, per la Libertà di stampa!
9 luglio 2010 - Scritto da admin
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“I giornalisti italiani sono chiamati ad una forma di protesta straordinaria che si esprimerà in un “rumoroso” silenzio dell’informazione nella giornata di venerdì 9 luglio, contro le norme del “ddl intercettazioni” che limitano pesantemente il diritto dei cittadini a sapere come procedono le inchieste giudiziarie, infliggendo gravi interruzioni al libero circuito delle notizie.
Quanti lavorano nel settore della carta stampata si asterranno dalle prestazioni nella giornata di giovedì 8 luglio, per impedire l’uscita dei giornali nella giornata di venerdì. Tutti gli altri, giornalisti dell’emittenza nazionale e locale, pubblica e privata, delle agenzie di stampa, del web, dei new media e degli uffici stampa non lavoreranno nella giornata di venerdì. Free lance, collaboratori e corrispondenti si asterranno dal lavoro secondo le modalità previste per la testata presso la quale prestano la loro opera. I giornalisti dei periodici, infine, si asterranno dal lavoro venerdì 9, ma assicurando, già da ora, la pubblicazione sui numeri in lavorazione delle proprie testate di comunicati sulle motivazioni della giornata del silenzio.
Lo sciopero è una protesta straordinaria e insieme la testimonianza di una professione, quella giornalistica, che vuole essere libera per offrire ai cittadini informazione leale e la più completa possibile. Una protesta che si trasforma in un “silenzio” di un giorno per evidenziare i tanti silenzi quotidiani che il “ddl intercettazioni” imporrebbe se passasse con le norme all’esame della Camera, imposte sin qui dal Governo e dalla maggioranza parlamentare.
Molte notizie e informazioni di interesse pubblico sarebbero negate giorno dopo giorno fino a cambiare la percezione della realtà, poiché oscurata, “cancellata” per le norme di una legge sbagliata e illiberale che ne vieterebbe qualsiasi conoscenza.
Giornalisti, ma anche gli editori e migliaia di cittadini, da mesi denunciano le mostruosità giuridiche del “ddl intercettazioni”. Sono state anche avanzate proposte serie per rendere ancora più severa e responsabile l’informazione nel rispetto della verità dei fatti e dei diritti delle persone: udienza filtro per stralciare dagli atti conoscibili le parti relative a persone estranee e soprattutto alla dignità dei loro beni più cari protetti dalla privacy; giurì per la lealtà dell’informazione che si pronunci in tempi brevi su eventuali errori o abusi in materia di riservatezza delle persone; tempi limitati del segreto giudiziario; accessibilità alle fonti dell’informazione contro ogni dossieraggio pilotato.
Nessuna risposta di merito. Lo sciopero, con la giornata del silenzio, è espressione di indignazione, di partecipazione, di richiamo responsabile a principi e valori che debbono valere in ogni stagione. Lo sciopero è un momento della protesta e dell’azione incessante che proseguirà, fino al ricorso della Corte europea di Strasburgo per i diritti dell’uomo, qualora la legge fosse approvata così com’è. Lo sciopero è anche segnalazione di un allarme per una ferita che si aggiungerebbe ad un sistema informativo che patisce già situazioni di oggettiva difficoltà e precarietà non solo per la crisi economica, ma anche per una politica di soli tagli che rischiano di allargare bavagli oggi altrimenti invisibili. L’informazione è un bene pubblico, non è un privilegio dei giornalisti, né una proprietà dei padroni dei giornali e delle televisioni, né una disponibilità dei Governi. E per i giornalisti non è uno sciopero tradizionale contro le aziende, ma un atto di partecipazione e di sacrifico della risorsa professionale per la difesa di un bene prezioso, dei cittadini, proclamato con un silenzio che vuol parlare a tutti”.
Fonte: www.fnsi.it
Dell’Utri, 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa
30 giugno 2010 - Scritto da admin
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P
ena ridotta in appello per il senatore del Pdl Marcello Dell’Utri, acusato di concorso esterno in associazione mafiosa. La Corte di Appello di Palermo lo ha condannato a 7 anni, due in meno dei 9 anni avuti in primo grado. I giudici sono rimasti in camera di coniglio per sei giorni. Il procuratore generale Nino Gatto aveva chiesto la condanna a 11 anni, con un aumento di pena di due anni. La Corte ha invece ridotto la pena di due anni, determiando in 7 anni la condanna del senatore.
La Corte ha inoltre dichiarato di non doversi procedere nei confronti di Gaetano Cina’, esponente mafioso che era l’unico altro imputato del processo e che e’ frattanto deceduto. Dal “decreto salvaladri” al tentativo, poi fallito, di adottare norme che avrebbero potuto favorire i mafiosi. Nella memoria illustrata nel processo d’appello a Palermo, nel suo atto d’accusa a Marcello Dell’Utri, chiamato a rispondere di concorso esterno in associazione mafiosa, il procuratore generale Antonino Gatto ha ricostruito quello che a suo dire si e’ configurato e “concretizzato come un patto di scambio fra Cosa nostra e Dell’Utri”.
Ha cosi’ ricostruito passo dopo passo l’iter legislativo aperto dal provvedimento con cui il governo presieduto da Silvio Berlusconi, ministro della Giustizia Alfredo Biondi, tento’ di varare nuove regole in tema di indagini sulla pubblica amministrazione, sulla corruzione e sulla custodia cautelare, che avrebbero riguardato pure gli imputati di mafia. Il decreto, presentato a luglio del 1994, non venne convertito in legge entro il settembre successivo e decadde, dopo che era stato investito da una salva di critiche: contro la misura, definita “salvaladri” e approvata alla vigilia della semifinale mondiale Italia-Bulgaria, prese posizione anche il pool di Milano, di cui all’epoca faceva parte anche Antonio Di Pietro. Anche l’allora ministro degli Interni, Roberto Maroni, dichiaro’ la propria contrarieta’, dicendo fra l’altro di aver parlato “con alcuni magistrati in prima linea contro la mafia” e di avere “scoperto che questo decreto e’ diverso da quello che ci era stato prospettato la sera in cui lo abbiamo approvato”. In settembre furono ripresentate piu’ o meno le stesse norme sotto forma di disegno di legge, su iniziativa della commissione Giustizia della Camera, allora presieduta da Tiziana Maiolo.
Secondo la ricostruzione del pg, proprio negli ultimi mesi del 1994, vi fu il tentativo di inserire in questo ddl articoli di legge, in modo da rendere meno agevoli sia gli arresti dei mafiosi che il loro permanere in carcere. Il 22 dicembre del 1994 cadde il governo Berlusconi e nella legge poi approvata l’8 agosto del 1995 sotto il governo Dini (dopo il “ribaltone” che aveva portato al cambiamento di maggioranza in Parlamento) molti dei punti che stavano a cuore ai boss furono cancellati. Il pg ha sostenuto che la vicenda, cosi’ ricostruita, rappresenta un “formidabile riscontro” al racconto del pentito Salvatore Cucuzza, “collaborante quanto mai affidabile”.
Cucuzza ha riferito il racconto di Vittorio Mangano, da lui incontrato proprio alla fine del 1994, e si tratta, ha affermato il rappresentante della Procura generale, di questioni estremamente tecniche, su cui e’ difficile ipotizzare che ci possano essere stati inquinamenti e condizionamenti attraverso la lettura dei giornali da parte del collaboratore di giustizia o da parte della sua fonte, il defunto ex stalliere di Arcore. Mangano e Cucuzza avrebbero parlato pure dell’opposizione dell’esponente della Lega, che il pentito chiama “Moroni” e non Maroni. Si sarebbe cosi’ concretizzato, ha chiosato il pg Gatto, il patto di scambio fra Cosa Nostra e Dell’Utri. Non solo. “Alle trattative del periodo ’93-’94 tra lo Stato e Cosa nostra contribui’ Marcello Dell’Utri, come gia’ risultava prima delle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza”, ha sostenuto Gatto successivamente nella sua requisitoria terminata con la richiesta della condanna a 11 anni di carcere. “A Milano Dell’Utri aveva rapporti con i fratelli boss di Brancaccio, Giuseppe e Filippo Graviano – ha aggiunto – I Graviano erano interessati al movimento politico ‘Sicilia libera’, poi confluito in Forza Italia. I due fratelli erano latitanti a Milano e avevano saldi rapporti con l’imputato, al punto che gli raccomandarono il calciatore Giuseppe D’Agostino, figlio di un loro uomo, perche’ venisse fatto giocare nel Milan”.
Il Pg si e’ soffermato a lungo sulla “natura politica” dei discorsi fatti da Giuseppe Graviano a Spatuzza al bar Doney di Roma e a Campofelice di Roccella: “In quelle occasioni, col petto gonfio di gioia – ha proseguito il Pg – il boss disse di avere trovato ‘persone serie’ che gli avrebbero consentito di mettersi il Paese nelle mani: Berlusconi e Dell’Utri”. Tra la fine del ’93 e il gennaio ’94, “avrebbero dovuto portare benefici per tutti, compresi i carcerati. Si attendevano – ha aggiunto il pg – provvedimenti e interventi da chi doveva fare le leggi. E questo era lo scopo di Graviano, ma non solo. Secondo quanto ha riferito un altro collaborante, Nino Giuffre’, anche Bernardo Provenzano usci’ allo scoperto in quello stesso periodo e disse: ‘Ci possiamo fidare’”. Partendo da due intercettazioni, una delle quali a casa del capomafia di Brancaccio Giuseppe Guttadauro, Gatto ha anche detto che tra i boss palermitani c’era l’ordine di votare per Dell’Utri, che avrebbe accettato i voti e in cambio si sarebbe impegnato in favore di Cosa nostra. Tra gli elementi che proverebbero il rapporto di scambio tra l’organizzazione criminale e il partito che Dell’Utri contribui’ a creare, Forza Italia, il pg ha citato il disegno di legge del 1994, che prevedeva modifiche alle misure cautelari in tema di mafia: “I boss e i picciotti – ha detto Gatto – ne avrebbero tratto benefici.
Il provvedimento non venne approvato solo perche’ il governo Berlusconi cadde”. Il ddl divenne poi legge, ma senza la parte con il contenuto ipoteticamente favorevole ai mafiosi. Infine, l’assunzione del mafioso palermitano Vittorio Mangano ad Arcore, nella tenuta di Silvio Berlusconi, che “non fu legata a interessi agricoli, ma alla necessita’, che all’epoca avevano tanti imprenditori, tra i quali c’era lo stesso Berlusconi, di “proteggersi” dal pericolo di sequestri. Gatto, per escludere che Mangano fosse stato assunto per fare da stalliere o da fattore ad Arcore, ha usato le stesse parole dell’imputato. “Nelle dichiarazioni spontanee rese il 29 novembre del 2004 -ha detto il Pg- fu Dell’Utri a dire che in realta’ Mangano si interessava di cani e non di cavalli. Non si vede quale sarebbe stato dunque il suo contributo alla cura di animali che Berlusconi voleva allevare nella sua tenuta appena acquistata”. Gatto si e’ soffermato anche sulla “stranezza” di far venire in Brianza un dipendente palermitano, che di coltivazioni padane sapeva ben poco: “in realta’ -ha chiosato il rappresentante dell’accusa- a giudicare dal suo notevole certificato penale, gli interessi che coltivava erano ben altri rispetto a quelli agricoli”.
Per il pg, insomma, i rapporti con esponenti mafiosi “sono provati” e la vicenda processuale di Dell’Utri ha grandi implicazioni, come ha fatto capire il 24 giugno, poco prima che i giudici entrassero in camera di consiglio: “Non vorrei essere nei vostri panni: dovete prendere una decisione che e’ veramente storica, non solo dal punto di vista della storia giudiziaria, ma che attiene alla storia del nostro Paese. Voi potete contribuire alla costruzione di un gradino, salito il quale forse, e ripeto forse, si potranno percorrere altri scalini che potranno fare accertare le responsabilita’ che hanno insenguinato il nostro Paese. Oppure lo potete distruggere questo gradino. E’ il potere qui, che viene processato, non possiamo sottrarci al giudizio. E’ il potere che ha cercato di sfuggire al processo”. (AGI)
Appello: “Genova G8, sospendete i condannati dai loro incarichi”
21 giugno 2010 - Scritto da admin
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Nelle scorse settimane abbiamo avuto due importanti sentenze, quelle di appello per i fatti accaduti alla scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto, a Genova, nel luglio del 2001. Ci sono voluti nove anni ma alla fine il tribunale di Genova ha dato forma giudiziaria a una verità storica che già conoscevamo: alla scuola Diaz , nella caserma di Bolzaneto, furono violati i corpi, le leggi, la Costituzione, l’idea stessa dello stato di diritto.
Un orrore incompatibile con la nozione di democrazia. Perciò le due sentenze, con le condanne che colpiscono per intero la catena di comando (insieme a tutti i responsabili delle violenze e delle violazioni che è stato possibile individuare), sono importanti e preziose: ripristinano un principio di verità e di equità, possono essere un punto di risalita per le istituzioni. Già all’epoca del rinvio a giudizio sarebbe stata opportuna la sospensione di tutti gli imputati, a tutela della dignità e credibilità delle forze di polizia. Nessuno è stato sospeso, tutti sono al loro posto, alcuni dirigenti sono stati addirittura promossi e oggi si trovano a coprire incarichi delicati e di altissimo livello con il peso di condanne di secondo grado molto gravi e in aggiunta l’interdizione dai pubblici uffici.
Le dimissioni o la sospensione dagli incarichi ci sembrano a questo punto una questione di lealtà ai princìpi della democrazia, oltre che l’unico segnale chiaro da inviare a tutti i gli appartenenti alle forze di polizia affinché episodi del genere non si ripetano. E’ anche l’unico modo per garantire che la Corte di Cassazione possa valutare gli atti e deliberare in piena libertà. Nel frattempo, nonostante le ripetute condanne, le vittime delle violenze alla scuola Diaz, nella Caserma di Bolzaneto, attendono ancora le scuse da parte dei vertici dello Stato e, per quanto riguarda Bolzaneto, anche i risarcimenti.
La fiducia da parte dei cittadini nei confronti delle forze di polizia è ai minimi storici. Noi chiediamo che a tutela delle Istituzioni, di tutti i cittadini, degli stessi appartenenti alle forze di polizia, tutti i condannati con ruoli di comando siano DA SUBITO sospesi dai loro incarichi e che a tutti gli altri siano attribuiti esclusivamente compiti d’ufficio.
Promotori: Enrica Bartesaghi e Lorenzo Guadagnucci (Comitato Verità e Giustizia per Genova) Haidi e Giuliano Giuliani (Comitato Piazza Carlo Giuliani)
Gloria Bardi, scrittrice – “Dossier Genova G8″ (Becco giallo)
Francesco Barilli, Dario Rossi, Checchino Antonini – “Scuola Diaz, vergogna di Stato” (Edizioni Alegre)
Massimo Carlotto, scrittore – “Il maestro di nodi” (e/o)
Giulietto Chiesa, giornalista – “Genova/G8″ (Einaudi)
Sandrone Dazieri, scrittore – “Gorilla blues” (Mondadori)
Roberto Ferrucci, scrittore – “Cosa cambia” (Bompiani)
Carlo Gubitosa, giornalista – “Genova nome per nome” (Terre di mezzo)
Alessio Lega, cantautore – “Dall’ultima galleria” (canzone)
Riccardo Lestini, attore e autore teatrale – “Con il tuo sasso”
Edoardo Magnone, ricercatore – “La sindrome di Genova. Lacrimogeni e repressione chimica” (Frilli)
Federico Micali, regista – “Genova senza risposte” (documentario)
Fausto Paravidino, attore e autore teatrale – “Genova 01″
Paolo Pietrangeli, regista – “Genova per noi” (documentario)
Marco Poggi, infermiere – “Io, l’infame di Bolzaneto” (Logos)
Marco Rovelli, scrittore e cantautore – “Carlo Giuliani” (canzone)
Stefano Tassinari, scrittore – “I segni sulla pelle” (Tropea)
Roberto Torelli, regista – “Bella ciao” (documentario)
Giacomo Verde, regista – “Solo limoni” (documentario)
Marcello Zinola, giornalista – “La nuova polizia” (Frilli)
Si associano:
Vittorio Agnoletto, ex portavoce Genoa Social Forum
Altreconomia, rivista mensile
Daniele Barbieri, giornalista e scrittore
Stefano Benni, scrittore
Roberto Bergalli, Università di Barcellona
Daniele Biacchessi, giornalista e scrittore
Carta, rivista settimanale
Edizioni Alegre
Pino Casamassima, giornalista
Mauro Covacich, scrittore
Andrea Cozzo, Università di Palermo
Girolamo De Michele, insegnante e scrittore
Italo Di Sabato, Osservatorio sulla repressione
Roberto Escobar, Università di Milano
Valerio Evangelisti , scrittore
Saverio Fattori, scrittore
Angelo Ferracuti, scrittore
Saverio Ferrari, ricercatore
Rudi Ghedini, giornalista e scrittore
Chiara Ingrao, scrittrice
Manlio Milani, Comitato Piazza della Loggia
Ezio Menzione, avvocato
Salvatore Palidda, Università di Genova
Riccardo Passeggi, avvocato
Fausto Pellegrini, giornalista
Emilio Santoro, Università di Firenze
Grazia Verasani, scrittrice
Danilo Zolo, Università di Firenze
Per adesioni: info@veritagiustizia.it
Molti di quelli che reclamano più “legalità” pensano che ci sia bisogno di più carcere duro (41bis), più ergastoli, più operazioni di polizia. Più legge, più ordine. E’ questa la bussola interpretativa dell’opposizione a Berlusconi? Io continuo a pensata alla Brecht, secondo cui chi fonda una banca è più criminale di chi la rapina.
Ciao Maestro!
18 maggio 2010 - Scritto da admin
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La Federazione spezzina di Rifondazione Comunista e la Federazione della Sinistra della Spezia piangono la morte del compagno Edoardo Sanguineti, straordinaria figura di poeta, intellettuale e politico che ha animato con la sua opera e la sua passione l’intero mondo della cultura e della politica italiana.
Sanguineti ha anche onorato le più alte istituzioni nazionali e locali con la sua vita e la sua passione che lo hanno contraddistinto fino all’ultimo: lo ricordiamo sia consigliere comunale a Genova che deputato per il PCI negli anni ’70 e ’80 e infine candidato alle primarie per il centrosinistra genovese per le elezioni di sindaco nel 2007.
Una grande figura di ligure e di compagno, che sapeva guardare oltre, leggendo tra le righe della nostra società in continuo mutamento. Nessuno dimenticherà mai le sue parole “scandalose” pronunciate proprio nel gennaio 2007: «I potenti odiano i proletari e l’odio deve essere ricambiato. Per questo occorre restaurare l’odio di classe, in una classe operaia inibita da una cultura dominata dalla tv».
Umilissimo e incantevole con la sua arte dialettica, lo ricordiamo con grande commozione quando giunse lo scorso 23 marzo alla Spezia in occasione della campagna elettorale per le elezioni regionali a sostegno della federazione della Sinistra assieme all’ex presidente del consiglio regionale della Liguria Mino Ronzitti in una delle sue ultime apparizioni pubbliche.
Tutto il paese, non solo la Liguria sua terra, perde un faro imprescindibile e una guida difficilmente sostituibile. La sinistra italiana non ha più uno dei suoi più luminosi simboli.
Ciao Maestro.
Referendum e beni comuni: Rodotà
25 aprile 2010 - Scritto da admin
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Referendum e beni comuni, il dibattito con Stefano Rodotà su Radio Popolare

Stefano Rodotà ha discusso (sabato mattina dalle 9.30) con gli ascoltatori di Popolare Network sull’utilità del referendum, la lotta per la difesa dei beni comuni e sull’acqua pubblica. Un regalo per il nostro inizio di raccolta firme, con buoni argomenti e spunti davvero interessanti per un dibattito. Buon ascolto e grazie a Popolare Network e Radio Popolare Roma per la gentile concessione del podcast.
The corrupt Reign of Emperor Silvio
22 aprile 2010 - Scritto da admin
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Nel corso dell’ultimo anno, la vita politica italiana ha finito per assomigliare ad uno strano incrocio tra una telenovela messicana e una descrizione svetoniana degli eccessi imperiali dei Cesari. Inizialmente ci sono state le rivelazioni sul particolare rapporto tra il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e Noemi Letizia, una ragazza adolescente di Napoli che lo chiamava “Papi”, suscitando speculazioni sul fatto che fosse una figlia illegittima oppure un’amante minorenne. “Vorrei che fosse sua figlia!” Ha commentato Veronica Lario, moglie di Berlusconi; quest’ultima ha chiesto pubblicamente il divorzio, dichiarando di non poter più restare con un uomo che “frequentava minorenni” e “non stava bene”.
Sono seguite le fotografie dei festini con ragazze in topless e politici senza mutande presso la villa del piacere di Berlusconi in Sardegna, che richiamavano immagini di Tiberio a Capri. Infine, c’è stato il caso delle escort che partecipavano alle feste di Berlusconi al palazzo presidenziale di Roma; molte di loro erano pagate da un uomo d’affari del sud Italia interessato ad ottenere appalti dal governo per la sua azienda di forniture ospedaliere.
Il comportamento bizzarro di Berlusconi ha continuato a riversarsi sui rapporti internazionali, causando una serie di episodi imbarazzanti. Apparentemente geloso del potere della fama di Barack Obama, ha definito il neoeletto presidente americano “alto, bello e abbronzato” e in seguito, spiegando perché non sarebbe stato presente all’insediamento di Obama, ha dichiarato di essere una stella, “non una comparsa”. Dopo aver incontrato Michelle Obama, ha notato che anche lei era abbronzata.
Allo stesso tempo, come un altro spettacolo di questo circo, c’erano i continui problemi legali di Berlusconi, una saga in atto da sedici anni che ha lasciato una lunga scia di prove di corruzione, mazzette e rapporti con la criminalità organizzata. Lo scorso ottobre, la più alta corte italiana ha respinto una legge, proposta dallo stesso Berlusconi, che gli avrebbe garantito l’immunità giudiziaria durante la sua carica. Ciò ha significato che si è ritrovato ancora una volta imputato in un processo in cui il suo ex avvocato inglese, David Mills, era già stato condannato per aver preso una bustarella di 600.000 dollari dall’azienda di Berlusconi per evitare che fosse fatto il nome di quest’ultimo in un’altra serie di indagini di corruzione.
I critici di Berlusconi hanno chiesto le sue dimissioni e, grazie ad Internet, hanno organizzato una protesta di massa a Roma il 5 dicembre chiamata “No Berlusconi Day” che, nonostante l’evidente assenza dei maggiori partiti d’opposizione, ha richiamato circa 350.000 italiani. Berlusconi ha proclamato, esagerando come al solito, che l’Italia era sull’orlo di una guerra civile. E proprio quando tutti pensavano che la situazione non potesse peggiorare, il 13 dicembre un uomo con dei precedenti di instabilità mentale l’ha colpito in viso con una riproduzione in pietra del duomo di Milano durante un comizio politico in città, spaccandogli il naso e due denti.
Nel giro di poche ore, i suoi alleati politici – Maurizio Gasparri e Fabrizio Cicchitto, leader della coalizione di Berlusconi al Senato e in Parlamento – hanno organizzato una feroce offensiva, insistendo sul fatto che mentre l’assalitore del Presidente del Consiglio potesse essere uno psicolabile che agiva da solo, i responsabili “morali” dell’attacco erano i quotidiani, le riviste e i giornalisti che avevano creato un “clima di odio” intorno a Berlusconi. Il “partito dell’odio” avrebbe incluso quei giornalisti che hanno pubblicato notizie maliziose sulla sua vita privata, che hanno criticato i suoi molteplici conflitti d’interesse, che hanno scritto del caso Mills, e hanno segnalato i legami sospetti di Berlusconi con la criminalità organizzata. Tra i colpevoli vi erano anche i 350.000 manifestanti che avevano partecipato al “No Berlusconi Day” e i social network presenti su Internet, che i sostenitori di Berlusconi in Parlamento avevano cercato di regolamentare, senza successo.
Approfittando di un aumento nei consensi, Berlusconi è tornato a lavorare su una nuova legge che avrebbe eliminerebbe immediatamente i due processi in atto contro di lui – il caso Mills e un altro in cui la sua emittente televisiva, Mediaset, viene accusata di avere usato conti offshore per gonfiare i prezzi pagati per i diritti d’autore dei film, truffando così l’erario italiano per milioni di dollari che altrimenti avrebbe dovuto. Per evitare il sospetto che la legge concedesse uno status speciale a Berlusconi, è stata scritta in modo da assolvere molti altri criminali dal colletto bianco e potrebbe cancellare dagli 80.000 ai 100.000 processi. Secondo alcuni conteggi, Berlusconi ha approvato 18 leggi che sembrano essere state scritte ad personam, ma questa volta, né Berlusconi né i suoi alleati fanno alcuna pretesa che ci sia un ampio principio pubblico coinvolto. E’ il governo per e di una persona.
Un politico nella maggior parte degli altri Paesi democratici sarebbe stato annientato da uno qualsiasi di questi scandali, figuriamoci tutti quelli che si sono verificati in sequenza incessante nel giro di pochi mesi, eppure il potere di Berlusconi non è mai stato messo seriamente in discussione. Che cosa possiamo dedurre da questa strana situazione?
Il costante successo di Berlusconi – almeno, se misurato dai numeri delle elezioni – ha bisogno di spiegazioni. Si tratta semplicemente di una bizzarra anomalia italiana in cui uomini macho sessisti, uomini d’affari di successo e truffatori vengono ammirati invece che diffamati? Gli scandali di Berlusconi sono soltanto inezie e pettegolezzi da rotocalchi, una specie di opera buffa in cui i suoi sostenitori continuano a preferire lui ad un centro-sinistra debole, diviso ed incapace? E’ possibile che la telenovela di Berlusconi contribuisca in realtà al suo fascino, una fusione di politica ed intrattenimento prefigurata da quei programmi televisivi ridicoli, osceni e molto diffusi che sono stati la sua fortuna? E se gli indici d’ascolto e l’audience avessero sostituito i risultati concreti nel misurare il successo politico?
Berlusconi ha trasformato la vita politica di una nazione importante in una sorta di reality show di cui è la star, il produttore e il proprietario della rete: è il “survivor” supremo, che mentirà e ingannerà per eliminare gli altri dall’isola, ed è allo stesso tempo “il tronista” che distribuisce rose a un gruppo di donne giovani e belle. Considerate che i sondaggi di Berlusconi sono costantemente più favorevoli di quelli di Barack Obama. Come ha segnalato recentemente The Daily Beast, gli indici d’ascolto e i sondaggi di Obama sono scesi costantemente dopo che la sua legge sul servizio sanitario è stata indebolita e la disoccupazione è rimasta alta: “Il fatto è che aveva 49,5 milioni di ascoltatori durante il suo primo discorso sull’economia. Quando ha parlato del Medicare, ne aveva 24 milioni. Ha perso il proprio pubblico (…) E’ crollato nei sondaggi”. Berlusconi, che ha affrontato scandali pubblici simili a quelli di Tiger Woods e John Edwards, ha mantenuto il suo pubblico.
Berlusconi ha compreso che la politica moderna è una perenne campagna elettorale. Ai vecchi tempi, un presidente americano effettuava la campagna per sei mesi e governava per tre anni e mezzo. Obama ha seguito questo modello antiquato in maniera un po’ arretrata, lavorando ampiamente dietro le quinte per promuovere la riforma sanitaria ed altre legislazioni, mentre i repubblicani hanno tenuto il palcoscenico, affermando che il piano democratico imponesse “death panels” e la medicina sociale. Berlusconi non avrebbe mai lasciato che questo accadesse.
Diversi nuovi libri – insieme al film documentario Videocracy – sono usciti in Italia e descrivono gli scandali di Berlusconi dell’anno scorso (sia sessuali sia legali); inoltre, offrono qualche interpretazione sulla permanenza di Berlusconi al potere. Ciò che emerge è il fatto che gli scandali a sfondo sessuale sono, in un certo senso, una successione naturale dell’estrema “personalizzazione” del potere da lui incarnata. Berlusconi è salito al potere subito dopo la caduta del muro di Berlino ed il collasso delle ideologie che hanno dominato la politica italiana per buona parte del XX secolo. In Italia, i partiti politici rappresentavano le classi e i maggiori gruppi sociali. Se uno era un operaio, votava PCI; chi faceva il contadino oppure il piccolo commerciante, probabilmente votava DC. I leader politici – e le loro qualità personali – non erano particolarmente importanti.
Durante la guerra fredda, la DC insieme ad altri quattro partiti satellite hanno governato indisturbati per 45 anni allo scopo di tenere i comunisti lontani dal potere. Quando la guerra fredda è finita, la corruzione e l’inefficienza di un governo monopartitico è diventata improvvisamente intollerabile e la coalizione di governo guidata dalla DC è scomparsa da un giorno all’altro, lasciando la maggior parte dell’elettorato senza rappresentanza. Berlusconi ha riempito questo vuoto con straordinaria abilità, comprendendo che il suo impero mediatico – incluse le tre maggiori emittenti televisive private – era la più forte istituzione rimasta in piedi, e che la sua popolarità personale e il riconoscimento del suo nome si sarebbero potuti trasformare in una risorsa politica in un’era in cui la celebrità conta più dell’ideologia. Al posto della formazione sociale ed economica, le preferenze televisive – quali canali vengono guardati e per quanto tempo – sono ora l’indicatore migliore sulle preferenze politiche di un elettore.
Berlusconi ha personalizzato la politica in modo nuovo per l’Italia. Perfino nelle contese locali in cui non è candidato, il suo volto compare sulla maggior parte dei manifesti elettorali. Ha rotto i confini tradizionali tra privato e pubblico portando in Parlamento persone del proprio entourage personale – vallette televisive, i suoi avvocati, il suo medico, ragionieri e dirigenti delle sue aziende, e frotte di giornalisti e personaggi televisivi: tutti devono quasi tutto a lui. Ha contribuito a cambiare la legge elettorale affinchè gli elettori non potessero scegliere tra i candidati proposti dai partiti. Non si parla nemmeno di primarie o di elezioni all’interno dei partiti. E’ il segretario di partito a decidere chi candidare e dove. In questo modo tutti sono al servizio del capo e i politici individuali non possono rivendicare diritti speciali per attirare voti da soli. Sotto Berlusconi, i politici che hanno una base importante di sostegno nella loro regione d’origine sono stati rimpiazzati da personalità con un fascino piuttosto diverso: personaggi famosi della televisione in grado di far salire il profilo del partito, amici e colleghi del segretario di partito – e, sempre più spesso, belle ragazze dalla ridotta formazione politica.
Il film Videocracy – un documentario realizzato dal regista italo-svedese Erik Gandini – mostra come l’introduzione del sesso nella televisione italiana sia stato fondamentale per l’ascesa al potere di Berlusconi sin dall’inizio. La cultura italiana del secondo dopoguerra era piuttosto castigata – dominata dalla Chiesa Cattolica e dall’austero Partito Comunista Italiano. La TV commerciale di Berlusconi, nata negli anni ‘70, ha riempito gli schermi televisivi e le menti di quasi 60 milioni di italiani con una sfilata di giovani donne vestite succintamente o seminude, le cosiddette veline, o showgirl, che comparivano, in silenzio ma sexy, a entrambi i lati del presentatore televisivo. Il film descrive in maniera piuttosto efficace come soltanto comparire in televisione – ed essere trattati persino come un oggetto muto o un giocattolo sessuale – sia diventata l’aspirazione massima per due generazioni di italiani.
Uno dei momenti più significativi nella storia di Noemi Letizia, l’adolescente napoletana il cui ambiguo rapporto con Berlusconi – come viene descitto in Papi: Uno Scandalo Politico dei giornalisti Peter Gomez, Marco Lillo e Marco Travaglio – ha scatenato lo scandalo iniziale, è giunto quando lei ha dichiarato ad un intervistatore: “Ora sogno di fare la show girl” e ancora: “Ma sono anche interessata alla politica. Sono pronta a cogliere qualsiasi opportunità a 360 gradi”. Quando le è stato chiesto se si sarebbe presentata alle elezioni regionali, ha risposto: “Preferisco candidarmi alla Camera. Papi Silvio ci penserà”. Nel mondo di Noemi Letizia – e di Berlusconi – essere una showgirl e un parlamentare sono semplicemente due modi diversi per farsi strada e diventare famosi.
Alle elezioni politiche del 2008, Berlusconi ha effettivamente portato diverse ex-showgirl in Parlamento. Due di loro sono diventate ministri del governo, una delle pari opportunità, l’altra del turismo. Entrambe erano apparse come vallette nei programmi d’intrattenimento di Berlusconi. Si dice che una serie di conversazioni intercettate durante un’indagine rivelino che Berlusconi abbia avuto dei rapporti sessuali con alcune di queste donne, ma gli inquirenti hanno distrutto molte delle conversazioni di natura “puramente personale” perché non avevano rilevanza nell’inchiesta. Le intercettazioni rese pubbliche mostrano come Berlusconi usi il sistema televisivo pubblico come una specie di “casting couch”, ottenendo audizioni per le mie fanciulle per “sollevare il morale del capo”. In un’altra occasione, si è dato parecchio da fare per trovare un ruolo da attrice alla ragazza di un senatore del centrosinistra, sperando di riuscire a convincerlo a cambiare partito per rovesciare il governo di Romano Prodi, che era al potere all’epoca.
L’incidente che ha fatto infuriare inizialmente la moglie di Berlusconi, Veronica Lario, è avvenuto nel 2009, quando ha scelto con cura due dozzine di showgirl, molte di loro giovani donne poco più che ventenni, per essere preparate per diventare candidate al Parlamento Europeo. Poche tra di loro avevano esperienze politiche alle spalle. Una di loro aveva fatto la meteorina su una delle reti televisive di Berlusconi. Molte di loro avevano partecipato alle sue feste private. Ha allestito una scuola con lo scopo di dare loro una prima infarinatura sulla politica europea cosicché non sarebbero state in imbarazzo durante la campagna elettorale. La Lario ha denunciato queste donne come “ciarpame senza pudore (…) figure di vergini che si offrono al drago per rincorrere il successo, la notorietà e il denaro“.
Quasi immediatamente, il quotidiano di destra Libero ha pubblicato una foto della Lario in topless presa dal suo passato di attrice, ricordando al pubblico che anche lei era stata una velina a suo tempo. Libero ha anche pubblicato un’informativa anonima e quasi sicuramente falsa in cui si affermava che la Lario avesse una relazione con la guardia del corpo, sostenendo che fosse questo – e non il comportamento del marito – ad aver provocato la spaccatura all’interno della famiglia del Premier. Questo tipo di giornalismo spazzatura a quanto pare non è spiaciuto a Berlusconi. Ha ingaggiato l’editore di Libero, Vittorio Feltri, come editore del quotidiano di proprietà di Berlusconi Il Giornale, in modo che possa condurre nuove campagne di assassinio mediatico contro altri nemici del capo.
La scena descritta dalla accompagnatrice a pagamento Patrizia D’Addario nel suo libro – una ventina di giovani donne vestite pressoché allo stesso modo, tutte in competizione per l’attenzione di Berlusconi, accarezzandolo e coccolandolo mentre lui le accarezza – è per molti versi la realizzazione della stessa fantasia maschile che Berlusconi diffonde da più di trent’anni dalle sue emittenti televisive. “Vuole essere adorato da tutte le donne che sono qui, gli piace essere toccato, accarezzato, da più mani contemporaneamente,” ha scritto nel suo libro “Gradisca, Presidente”.
“Io guardo incuriosita e il mio primo pensiero è che mi trovo in un harem. Lui è il sul divano e noi tutte, siamo venti ragazze, le donne a sua disposizione. Le più giovano facevano a gara a chi gli stava più vicina. Facendo l’escort pensavo di avere visto un bel po’ di cose, ma questa mi mancava, venti donne per un unico uomo. Le orge normalmente prevedono più o meno lo stesso numero di donne e di uomini, altrimenti è difficile distribuire piacere. Qui gli altri uomini non hanno voce in capitolo. C’era un unico maschio con diritto di copula, il Premier”.
Per molti versi, forse il momento più significativo nel libro della D’Addario è la chiacchierata avvenuta a colazione la mattina dopo aver trascorso la notte nella residenza del Premier, registrata su un registratore digitale. Berlusconi si vanta di tutti gli incontri internazionali da lui presieduti, un vertice del G8, un vertice del G14, uno del G16: “Sono l’unico al mondo ad aver presieduto due G8 e adesso ne presiederò un terzo. Sono IN-SU-PER-ABILE“.
La D’Addario non capiva molto di quello che stava dicendo. Malgrado la sua palese indifferenza nei confronti della politica, era stata scelta come candidata per il consiglio comunale di Roma all’interno della coalizione guidata da Berlusconi, anche se ha ricevuto pochissimi voti. Decise di non fare la campagna politica – e di rendere pubblica la sua storia – dopo che Berlusconi non ha mantenuto una promessa apparentemente fattale. Non ha mantenuto, scrive la D’Addario, la promessa di aiutarla a finire un progetto edilizio per la costruzione di un piccolo albergo.
Questo scandalo non ha abbattuto Berlusconi, in parte grazie al suo notevole controllo della televisione italiana e della stampa. Il direttore di RAI1 ha annunciato che non avrebbe trasmesso nulla riguardante gli scandali a sfondo sessuale di Berlusconi poiché si trattava di pettegolezzi e non di notizie – una linea che non ha mantenuto quando gli scandali coinvolsero politici di centro-sinistra. In effetti, le emittenti televisive e i quotidiani controllati da Berlusconi sono stati in grado di procurarsi dei contro-scandali nei confronti dei suoi critici. Poco dopo essere stato nominato capo de Il Giornale di Berlusconi e di essersi incontrato personalmente con lui, che in teoria non dovrebbe avere alcun contatto con il quotidiano, Vittorio Feltri ha dispettosamente pubblicato una storia sulla vita sessuale dell’editore del quotidiano cattolico L’Avvenire, Dino Boffo, che aveva osato criticare la condotta privata di Berlusconi.
Feltri ha pubblicato ciò che definisce un dossier in cui rivela che Boffo era stato accusato di molestie nei confronti di una donna che aveva un rapporto con un uomo di cui Boffo s’era innamorato. Boffo è stato costretto a dare le dimissioni anche se la domanda è rimasta: come ha fatto il quotidiano di Berlusconi a ottenere informazioni su quella che avrebbe dovuto essere un’inchiesta riservata della polizia? In modo analogo, Berlusconi ha ricevuto un altro regalo quando la polizia ha fatto e ha diffuso un video di un politico di centro-sinistra, Piero Marrazzo, mentre frequentava una prostituta transessuale brasiliana e sniffava cocaina. Per quanto si trattasse di una storia vera, era anche chiaro che la polizia, agendo dopo aver ricevuto una soffiata, ha teso una trappola a Marrazzo con la speranza di ricattarlo. Hanno anche fatto girare il video presso alcune riviste scandalistiche di Milano, prima tra tutte Chi di proprietà di Berlusconi; l’editore della rivista ne ha informato i proprietari del giornale e di conseguenza Berlusconi è venuto a conoscenza del video.
Lo scandalo è scoppiato, opportunamente, quando poteva creare tra il pubblico la maggior distrazione possibile dai guai di Berlusconi. Le frequentazioni di prostitute da parte di Berlusconi apparivano come un buon vecchio divertimento, paragonate ai rapporti con transessuali del politico dell’opposizione. Ci sono voci secondo cui le stesse riviste scandalistiche avrebbero del materiale compromettente su molti politici, che viene utilizzato per tenerli buoni. Esercitando il controllo sulla polizia, sui servizi segreti, sulla stampa scandalistica e sui principali sei canali TV, Berlusconi è in grado di fare e disfare scandali a piacimento.
Mentre la maggior parte dell’attenzione pubblica si concentrava, naturalmente, sugli stuzzicanti dettagli della vita sessuale di Berlusconi, per certi versi gli aspetti più gravi dello scandalo non ricevevano quasi attenzione. Giampaolo Tarantini, l’uomo che aveva pagato la D’Addario e molte altre donne perché partecipassero alle feste di Berlusconi, era a capo di una azienda di forniture ospedaliere in Puglia che cercava chiaramente di ingraziarsi il Presidente del Consiglio allo scopo di assicurarsi appalti governativi. Tarantini ha affittato una villa enorme pagando circa 70.000 euro al mese proprio accanto al palazzo del piacere di Berlusconi in Sardegna e ha organizzato una serie di feste piene di belle ragazze che fungevano da trappola per le mosche attirando Berlusconi ed altri pezzi grossi di cui aveva bisogno.
In Puglia e in Sardegna, gli inquirenti hanno ricostruito una squallida rete di clientelismo politico, prostituzione e cocaina, ma hanno fatto poco per quanto riguarda l’avvio del procedimento giudiziario. Paolo Guzzanti, un critico ex-sostenitore ed ex-impiegato di Berlusconi, scrive che l’Italia, piuttosto che essere una videocrazia, è diventata una “mignottocrazia” – in cui centinaia di migliaia di persone, uomini e donne, fanno dei servizi per i potenti, alcuni in cambio di denaro, altri in cambio di posti di lavoro, contratti e privilegi.
L’idea di una mignottocrazia ha guadagnato una notevole credibilità nelle ultime settimane con il delinearsi di un nuovo grande scandalo. Gli inquirenti di Firenze hanno arrestato e incriminato dozzine di appaltatori e ufficiali governativi che lavoravano presso il Dipartimento per la Protezione Civile del governo Berlusconi, l’equivalente italiano dell’americana Federal Emergency Management Agency. Berlusconi ha indicato questa agenzia come l’esempio più brillante della propria politica di un governo “del fare” invece di uno di sole chiacchiere. A Guido Bertolaso, capo del dipartimento, è stato attribuito il “miracolo” di aver tolto la spazzatura dalle strade di Napoli, di avere affrontato il terremoto in Abruzzo della scorsa estate e di aver gestito altri progetti nel settore dei lavori pubblici.
In effetti, se le accuse sono corrette, il dipartimento di Bertolaso è una brutta matassa di clientele, sprechi, corruzione e anche prostituzione. Si presume che uno degli appaltatori favoriti abbia organizzato una festa privata per Bertolaso con la partecipazione di prostitute. Bertolaso insiste affermando di avere ricevuto soltanto “massaggi terapeutici”, ma deve ancora spiegare perché sono stati distribuiti dei preservativi durante la festa. Si è scoperto che le spese di Giampiero Tarantini – colui che aveva pagato Patrizia D’Addario e le altre accompagnatrici a pagamento destinate a Berlusconi – non sono state inutili: sembra che lui e i suoi soci abbiano beneficiato illegalmente dell’agenzia per il lavori pubblici gestita da Bertolaso grazie alla presentazione fatta da Berlusconi.
Un anno dopo il terremoto, la città de L’Aquila, capoluogo dell’Abruzzo ed epicentro del disastro, appare come una città fantasma in cui i lavori per la ricostruzione non sono ancora iniziati. Il centro città è stato transennato come un cantiere e le videocamere della televisione sono state tenute fuori finché un gruppo di cittadini arrabbiati ha sfondato un cordone della polizia cercando di capire che fine avessero fatto le loro case. Sono rimasti esterrefatti vedendo che tutto era rimasto esattamente come l’avevano lasciato il giorno della scossa. Nel frattempo, la televisione pubblica controllata da Berlusconi mandava in onda un servizio sul “miracolo” degli sforzi per la ricostruzione dell’Abruzzo.
L’ultima serie di scandali aiutano a chiarire perché l’Italia berlusconiana sia sprofondata nella mediocrità. L’Italia è ultima in assoluto per quanto riguarda la crescita del Prodotto Interno Lordo pro capite tra tutti e 30 i Paesi appartenenti all’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), un indicatore chiave della produttività e della ricchezza. In media, le nazioni OCSE hanno avuto un tasso di crescita annuale del 2,6% tra il 1994 (il primo anno che ha visto Berlusconi al potere) e il 2007, mentre l’Italia ha avuto una crescita annuale inferiore al 1,5%. Secondo Tito Boeri, se gli italiani non sono in rivolta è dovuto in parte al fatto che la recessione non ha scatenato una serie di fallimenti bancari, pignoramenti immobiliari e neppure una crisi del debito su scala nazionale come invece è avvenuto in Grecia. Tito Boeri è professore presso la Bocconi di Milano, la principale università nel campo dell’economia e gli affari, nonché editore de La Voce, un importante sito web che tratta di notizie e analisi economiche. “Ma se guardate al PIL e il reddito pro capite”, ha dichiarato:
“l’Italia sta peggio degli altri paesi industrializzati, peggio della Germania, degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e molto peggio della Francia, che ha un’economia simile. Stava male prima, da quando è cominciato il suo declino storico, e sta ancora peggio da quando è cominciata la recessione. Gli effetti della recessione sono stati più sopportabili perché i licenziamenti hanno colpito soprattutto i lavoratori giovani, molti dei quali vivono ancora coi genitori; la famiglia italiana ha ridotto l’impatto della flessione economica”.
L’Italia ha fatto poco o nulla per preparasi al futuro. La Spagna ha incrementato la popolazione universitaria di 7 volte da quando è tornata la democrazia nella metà degli anni ‘70 e ora quasi il 29% della sua popolazione adulta possiede un titolo universitario, mentre l’Italia si trascina in coda con solo il 12,9%. La norma nella OCSE è del 26%. L’Italia investe meno della metà della media OCSE nella ricerca. Invece, una delle caratteristiche principali del programma economico di Berlusconi è stato il cosiddetto scudo fiscale che ha permesso a coloro che avevano nascosto dei patrimoni all’estero di riportarli in Italia pagando soltanto 5 centesimi per ogni dollaro – una pacchia per gli evasori fiscali e riciclatori di denaro sporco. Questo tipo di capitalismo corrotto non tirerà fuori l’Italia dai propri guai economici. Inoltre, l’Italia occupa l’84° posto su 128 nella classifica sulla parità tra i generi stilata dal World Economic Forum del 2007, ben più in basso di Paesi come Uganda, Bolivia e Kenya. Il sessismo dei media di proprietà di Berlusconi e della sua condotta privata permea la società nel suo insieme. Si tratta di un problema non solo morale, ma anche economico poiché la partecipazione femminile nella forza lavoro è un fattore importante nella crescita economica.
Berlusconi ha avuto un grande successo anche nel mantenere l’informazione sulla recessione fuori dai notiziari. Attacca i mezzi di comunicazione “disfattisti” che hanno fornito informazioni, accusandoli di aver favorito la crisi diffondendo allarmismi tra i consumatori italiani. La presa di Berlusconi sulla stampa e la televisione non ha precedenti in una grande democrazia. Una buona parte della sua carriera è stato dedicata al concetto che contano solo le apparenze e non la realtà. “Non ti rendi conto che se qualcosa – un’idea, un politico oppure un prodotto – non si vede in TV, non esiste?” Così ha spiegato Berlusconi a uno dei suoi più stretti collaboratori. Restando sempre popolare nonostante la propria incompetenza, la corruzione e il declino nazionale, ha dimostrato che c’è molto di vero in questa opinione.
Il lungo mandato di Berlusconi in Italia è anche, naturalmente, un testamento dello stato precario dell’opposizione nel Paese, totalmente divisa e priva di idee. Il Partito Democratico – il maggior partito d’opposizione – ha scelto di non partecipare al “No Berlusconi Day” a dicembre, perdendo l’occasione di rivolgersi a 350.000 potenziali elettori e di sfruttare un movimento di protesta in crescita su Internet. Il nuovo leader del partito, Pier Luigi Bersani, è un politico intelligente ma alquanto tradizionale, con radici nel vecchio PCI. Sembra diffidente nei confronti dei movimenti di protesta resisi indipendenti dalla politica tradizionale. I partiti all’opposizione sono avidi di un paio di minuti in prima serata, inseguendo Berlusconi su un territorio in cui questi vincerà sempre, invece di usare i nuovi media che sfuggono al controllo di Berlusconi e grazie ai quali potrebbero sviluppare nuove forme di comunicazione politica e di organizzazione.
Ma mentre è possibile manipolare gli scandali sessuali oppure respingere dei procedimenti penali ben documentati come se facessero parte di una caccia politica alle streghe, è più difficile convincere gli elettori comuni che stanno bene quando in realtà non è così. Molti italiani fanno fatica ad arrivare a fine mese e, secondo alcuni sondaggi, hanno la sensazione che tutto non sia come sembra. Finora non è emerso alcun oppositore promettente in grado di sfidare Berlusconi; ma mentre l’economia continuerà a stagnare, la realtà lentamente potrebbe tornare alla ribalta. O forse l’Italia continuerà ad essere incantata dal reality show creato da Berlusconi.
di Alexander Stille, The New York Review of Books, (ItaliaDallEstero.info)













