Abitavamo in piazza Lenin
5 gennaio 2012 - Scritto da admin
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Ventuno anni dopo la riunificazione molte vie e piazze dell’ex Ddr continuano a portare i grandi nomi del comunismo. Gli ex dissidenti si lamentano, ma le istituzioni sembrano indifferenti.
“La nostra società si è solo parzialmente decomunistizzata”, afferma Wolfgang Templin, ex dissidente della Germania est. Questa denuncia va oltre il semplice fatto che nelle città tedesche dell’ex Ddr molte vie portano ancora il nome di Rosa Luxemburg, la celebre rivoluzionaria uccisa durante la rivolta operaia di Berlino nel 1919.
Il vero problema è posto da personaggi come Ernst Thälmann, capo del Partito comunista tedesco fucilato nel 1944 nel campo di concentramento di Buchenwald, o di Wilhelm Pieck, il primo presidente della Ddr.
“Sono disposto a tollerare Rosa Luxemburg, perché nella sua biografia ci sono anche delle pagine gloriose. Ma Thälmann era un fedele apparatcik di Stalin e Pieck ha contribuito alla fondazione di quello stato di terrore che è stata la Ddr. È come se in Polonia esistesse oggi via Wanda Wasilewska [scrittrice polacca ed ex colonnello dell'Armata rossa] e via Bolesław Bierut [il primo capo della Polonia comunista del dopoguerra]“, aggiunge Templin.
Quante sono le vie comuniste nell’ex Ddr? Né le autorità dei Länder né i comuni hanno cifre attendibili. Nel 2006 i ricercatori del museo della Stasi di Berlino, tentando di stimare la portata del fenomeno, hanno concluso che migliaia di nomi di vie erano sfuggiti alla decomunistizzazione. Così i nomi di Thälmann e Pieck figurano rispettivamente su 613 e 90 fra piazze e strade. A questi due personaggi vanno inoltre aggiunti i nomi di decine di apparatcik di secondo piano dello stesso periodo. Senza dimenticare ovviamente Marx ed Engels, che oltre alle decine di strade che portano i loro nomi figurano in un monumento nel centro di Berlino.
Diverse centinaia di strade commemorano ancora “l’amicizia” e “la pace” fra i paesi socialisti. Circa 90 vie sono ancora dedicate ai pionieri del comunismo e una cinquantina alla Società dell’amicizia tedesco-sovietica, scomparsa 21 anni fa.
Ancora peggio, diverse vie battezzate Otto Grotewohl e Walter Ulbricht,i dirigenti della Ddr responsabili in particolare della sanguinosa repressione dell’insurrezione operaia a Berlino est nel 1953, sono sopravvissute all’unificazione tedesca.
Per Hubertus Knabe, direttore del museo della Stasi, è inammissibile che in tutta l’ex Ddr non vi siano praticamente strade dedicate ai dissidenti che hanno pagato con la loro vita l’opposizione al regime.
Una cosa del genere sarebbe impensabile in Polonia. Qui da anni l’Istituto della memoria nazionale (Ipn) controlla le carte cittadine alla ricerca di nomi indegni e chiede ufficialmente un cambiamento del nome. Una politica che spesso è fatta con zelo eccessivo, come quando due anni fa si è cercato di cancellare dalla sua città nativa di Klimontów il nome del poeta Bruno Jasieński [militante comunista che andò a vivere in Unione Sovietica, dove fu vittima delle purghe degli anni Trenta].
“Nella Ddr esistevano poche vie con nomi non comunisti”, racconta Markus Meckel, ex dissidente e ultimo ministro degli esteri della Ddr. “Poco tempo dopo la riunificazione abbiamo sostituito la maggior parte di questi nomi. Ma l’entusiasmo per il cambiamento è rapidamente venuto meno. Diverse voci si sono levate per dire che spettava alla storia giudicare gli ex comunisti. Eravamo arrivati a un punto in cui ogni cambiamento di nome di una strada provocava dure lotte in consiglio comunale”.
Equivoci sul passato
La resistenza viene in particolare dai militanti locali di Die Linke, partito postcomunista successore del Partito socialista unificato (Sed). Die Linke è la quarta forza politica al Bundestag e fa parte della coalizione di governo nel Brandeburgo, alla frontiera con la Polonia. I suoi dirigenti difendono con le unghie quello che rimane della Germania socialista.
Lo scontro più duro riguarda il nome di Thälmann, ucciso nel 1944 dalla Gestapo su ordine di Hitler dopo 11 anni passati nelle prigioni naziste, sorte che gli ha procurato lo status di vittima del nazismo. “Tuttavia una vittima non merita necessariamente di essere venerata”, afferma Meckel.
Ma le autorità locali e gli amministratori di immobili preferiscono evitare la questione. Quando il problema degli onori riservati agli ex comunisti è stato di recente sollevato dalla stampa tedesca, il dirigente della principale cooperativa di alloggi del Brandeburgo ha dichiarato che la questione era chiusa.
“Non è chiusa per niente. Il fatto che questi personaggi continuino a dare il nome alle nostre strade prova che la Germania non vuole fare i conti con il passato”, commenta il professor Klaus Schroeder, storico presso la Libera università di Berlino e specialista della storia della Ddr. Il fatto più grave è che “la gente dimentica il passato, ignora per esempio che piazza dell’Unità celebra l’unificazione forzata tra il Partito comunista e il Partito socialdemocratico fatta all’indomani della guerra e sotto la minaccia dei comunisti. Molti pensano invece che si tratti dell’unificazione della Germania”, spiega Templin.
Traduzione di Andrea De Ritis
Incidente di Marcoule: la regione Liguria prema sull’Europa per moratoria nucleare
12 settembre 2011 - Scritto da admin
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L’incidente alla centrale di Marcoule dimostra ancora una volta che il nucleare è pericoloso, e lo fa purtroppo -come sempre- causando la morte di lavoratori innocenti.
Nell’esprimere solidarietà alla comunità transalpina, non possiamo nascondere la viva preoccupazione per quanto accade. Com’è noto, l’impianto francese utilizza il pericolosissimo Mox, combustibile derivato dal plutonio e dall’uranio utilizzato in altri processi.
Così come a Fukushima la pericolosità di tale tecnologia oggi è di fronte a tutti. Ma la scelta saggia e consapevole del popolo italiano, che per ben due volte ha detto no al nucleare, oggi deve essere patrimonio di tutto il popolo europeo.
Ci pare velleitario chiedere che il governo italiano si faccia promotore di un processo di denuclearizzazione della UE, processo peraltro già avviato dalla Germania. Il governo Berlusconi infatti già nella seconda scellerata manovra di agosto ha bellamente tradito il primo quesito referendario reintroducendo la privatizzazione dei servizi. Non possiamo nemmeno dimenticare l’inutile manfrina che il governo Berlusconi ha fatto per impedire al popolo italiano di votare.
Dunque chiediamo alla provincia della Spezia ed alla Regione Liguria che si facciano carico, nelle sedi competenti, di portare avanti una moratoria contro il nucleare, che spiani la strada ad un’Unione Europea senza centrali atomiche e verso un’energia pulita e sicura per la salute dei cittadini.
Rifondazione Comunista La Spezia
Giovani Comunisti spezzini: “Solidarietà alla nave Dignitè di Freedom Flotilla, il mondo apra gli occhi sugli abusi di Israele”
21 luglio 2011 - Scritto da admin
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I Giovani Comunisti/Fds della Spezia esprimono tutta la propria solidarietà all’equipaggio della nave Dignitè della Freedom Flottilla, bloccata dalla marina israeliana dopo essere riuscita ad avvicinarsi a Gaza eludendo la sorveglianza armata del mare ad opera del governo Netanyahu.
Dal mare della Spezia, che ha proclamato di “Restare Umana”, vogliamo ribadire il nsotro orrore di fronte a quello che sta accadendo vicino a noi.
Continua la vergognosa e inumana segregazione di Israele verso un popolo inerme, continuano gli assurdi blocchi alle navi pacifiste, continuano i crimini su cui prima o poi lo stesso Israele dovrà rispondere al mondo.
Grazie alle straordinarie azioni di coraggio dei volontari della Flotilla diventa sempre più grande la sensibilizzazione a livello mondiale sul regime di apartheid che vive il popolo della Palestina.
La comunità internazionale, per troppi anni complice delle nefandezze e degli abusi israeliani, cominci ad aprire gli occhi. Noi li abbiamo ben aperti da tempo.
Giovani Comunisti/e La Spezia
Golan: Israele spara, 20 palestinesi uccisi 300 feriti
5 giugno 2011 - Scritto da admin
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Manifestazioni dei rifugiati in commemorazione della Naksa in Cisgiordania e nel Golan occupato. Israele risponde facendo fuoco. Sarebbero 225 i feriti al confine con la Siria, 50 a Qalandiyah. A Gaza, Hamas blocca la protesta: una decina gli arrestati
Betlemme (Cisgiordania), 05 giugno 2011 – L’esercito israeliano spara contro i profughi palestinesi al confine con la Siria: sarebbero almeno 13 i palestinesi uccisi e 225 i feriti nel giorno della commemorazione del 44° anniversario della Naksa, l’espulsione di migliaia di palestinesi al termine della Guerra dei Sei Giorni del 1967.
Dopo le decine di morti e feriti dello scorso 15 maggio, in molti si attendevano duri scontri tra le forze di sicurezza israeliane e i manifestanti palestinesi. Le marce per il diritto al ritorno dei profughi si sono tenute in tutta la Cisgiordania e a Nord dello Stato d’Israele, dove la violenza dell’esercito israeliano ha spento nel
sangue la rabbia dei rifugiati.
Forte la tensione al confine tra la Siria e le Alture del Golan, occupato nel 1967 dallo Stato d’Israele. L’esercito israeliano ha aperto il fuoco contro centinaia di profughi palestinesi in marcia verso i confini, nel tentativo di attraversarli e riprendersi la propria terra. Un tentativo simile a quello del 15 maggio, quando i morti furono decine. Secondo quanto riportato dalle agenzie di stampa siriane, le forze di sicurezza israeliane hanno disperso la folla lanciando gas lacrimogeni. Quando circa 500 palestinesi sono arrivati a circa 20 metri dal confine, i soldati hanno sparato: secondo la tv di stato siriana il bilancio sarebbe di 13 morti (tra loro ci sarebbe un bambino di 12
anni) e 225 feriti.
Un portavoce dell’IDF, intervistato dal quotidiano israeliano Ha’aretz, ha affermato che al confine con la Siria l’esercito ha intimato ai manifestanti di allontanarsi. Al loro rifiuto, i soldati hanno sparato alcuni colpi diretti alle gambe dei profughi in marcia. “Chiunque proverà ad attraversare il confine sarà ammazzato”, hanno
urlato nei megafoni i militari, secondo quanto raccontato da alcuni testimoni. Nella città siriana di Quneitra sarebbero esplose quattro mine anti-carro, ferendo numerosi manifestanti.
Diversa la situazione in Libano, dove non si è assistito alle violenze del 15 maggio. Nei giorni scorsi l’esercito libanese aveva vietato qualsiasi marcia di protesta verso i confini, dichiarando l’area “zona militare chiusa”. Molte delle manifestazioni previste sono state rimandate. Non sono però mancate dimostrazioni simboliche in sostegno
al diritto al ritorno: nel villaggio di Adaisseh, vicino al confine con Israele, una ventina di manifestanti sono stati fermati dalla polizia libanese, mentre nei 12 campi profughi palestinesi del Paese tutti i negozi sono rimasti chiusi e sono state issate bandiere nere in segno di lutto.
Manifestazioni di protesta anche in Cisgiordania. Nel villaggio di Al-Walaje, nel distretto di Betlemme, una cinquantina tra palestinesi residenti e internazionali si sono messi in marcia dalla moschea del paese, intenzionati a raggiungere il confine del 1967. L’esercito israeliano li ha subito bloccati, tentando di disperdere la manifestazione con il lancio di bombe sonore. I dimostranti hanno cercato di raggiungere il confine attraverso i campi, ma i soldati li
hanno nuovamente bloccati. Alcune donne del villaggio hanno parlato a lungo con i militari, in particolare con alcune soldatesse.
Più grave la situazione a Qalandiyah, tra Gerusalemme e Ramallah. Sarebbero una cinquantina i feriti al termine degli scontri tra manifestanti ed esercito. Centinaia di palestinesi hanno raggiunto il checkpoint più temuto della Cisgiordania, dove sono stati bloccati da lacrimogeni, proiettili gomma e bombe sonore dei soldati israeliani.
“Andiamo a Gerusalemme”, “La libertà è un diritto umano”, dicevano i cartelli portati dai manifestanti diretti verso il Muro di Separazione, costruito a cinque chilometri dai confini ufficiali del 1967. Mentre dalle retrovie è partito il lancio di sassi contro l’esercito, alcuni dimostranti hanno creato una catena umana nel tentativo di attraversare
il checkpoint: i soldati li hanno spinti indietro e evacuati con la forza. Alla fine della manifestazione, sono stati due i feriti gravi e circa 40 quelli portati in ospedale dopo aver inalato il gas dei lacrimogeni e essere stati colpiti da proiettili di gomma.
A Nord della Striscia di Gaza, alcuni dimostranti hanno marciato da Beit Hanoun verso il valico di Erez. Sono stati bloccati con la forza dalle forze di sicurezza di Hamas che ha creato dei checkpoint per fermare le proteste. Sarebbero una decina gli arrestati. A Gerusalemme Est, nel quartiere di Silwan, quattro palestinesi sono stati arrestati dalle forze di sicurezza israeliane per aver lanciato delle pietre contro i soldati. Tre gli arresti a A-Tur.
Oggi, 5 giugno, la Palestina commemora la seconda grande catastrofe della sua storia: l’occupazione della Cisgiordania e di Gerusalemme Est da parte israeliana, dopo la Guerra dei Sei Giorni del giugno 1967, e l’espulsione di migliaia di palestinesi dalle proprie terre e dai propri villaggi.
da Nena News Di Emma Mancini
da Repubblica.it:
FOTO: SOLDATI SPARANO SULLA FOLLA 1
VIDEO: ISRAELE, SPARI SUI MANIFESTANTI 3
A Vittorio Arrigoni
15 aprile 2011 - Scritto da admin
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tratto da www.gennarocarotenuto.it
C’è un momento nel quale vieni lasciato solo. Nel quale ti ritrovi isolato da un momento all’altro perché quelli che applaudivano, che ti dicevano bravo, quelli che erano d’accordo con te dalla prima all’ultima parola, quelli per i quali eri un punto di riferimento, sono semplicemente tornati alle loro vite.
C’è un momento nel quale mille parlano e sembra un coro e un altro nel quale solo tu ti scopri conseguenziale con quelle parole. C’è un momento nel quale quella tua voce non la sente più nessuno e tu resti lì col tuo coraggio, con la tua vita, con i tuoi ideali, come una fotografia già scolorita. C’è un momento nel quale quel tuo “restiamo umani” agli altri sembra solo uno slogan. E’ quello il momento nel quale paghi, paghi amaramente, paghi tutto.
Paghi il peccato di essere più avanti, paghi il peccato dell’incomprensione e della calunnia, paghi il peccato che gli altri, chiunque siano questi altri, non siano più in grado di capire che ci fai lì, perché sei ancora lì, perché ti ostini a testimoniare con la tua vita che quello che ieri importava a cento oggi sia una ragione di vita per te solo.
Paghi il dire e il fare. Paghi che tu sia scomodo a Sparta come a Troia, paghi che a qualcuno tu convenga più morto che vivo, paghi l’esposizione all’estremismo.
Vittorio come Enzo Baldoni nelle strade irachene, ma perché no, come Peppino Impastato, o perfino come Ernesto Guevara. Un passo più avanti, in basso e dal basso, con i palestinesi, con gli iracheni, per la pace, contro le mafie. C’è spesso un momento nel quale tutti spariscono. E allora per te diventa tutto buio.

No soy un libertador, los libertadores no existen. Son los pueblos quienes se liberan a si mismos.
22 marzo 2011 - Scritto da admin
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Pensando alla Libia…
“Io non sono un liberatore, i liberatori non esistono. Sono i popoli che si liberano da sé“.
Ernesto “Che” Guevara
Adios Alberto!
6 marzo 2011 - Scritto da admin
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E’ morto a 89 anni all’Avana Alberto Granado, biochimico e rivoluzionario argentino-cubano, compagno di Ernesto Guevara nel viaggio in motocicletta in America latina nel 1952 e dal 1961 protagonista della comunità scientifica cubana.
Hasta la victoria… compagno Alberto!
Fidel Castro: “La grave crisis alimentaria”
27 febbraio 2011 - Scritto da admin
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Riportiamo il testo di una riflessione del primo (e unico) leader mondiale che lancia con parole chiare, un appello ai popoli del mondo sul tema della nostra sopravvivenza.

Solo 11 giorni fa, il 19 gennaio, con il titolo “È già ora di fare qualcosa“, ho scritto:
La cosa peggiore è che gran parte delle soluzioni dipenderanno dai paesi più ricchi e sviluppati, che giungeranno ad una situazione che realmente non sono in condizione d’affrontare senza che crolli il mondo che hanno cercato di modellare
Non parlo già delle guerre, i cui rischi e conseguenze sono stati trasmessi da persone savie e brillanti, includendo molti nordamericani.
Mi riferisco alla crisi degli alimenti originata da fattori economici e cambi climatici, che apparentemente sono già irreversibili, come conseguenza dell’azione dell’uomo, ma che in ogni modo, la mente umana ha il dovere d’affrontare immediatamente.
I problemi che hanno preso corpo adesso e rapidamente, attraverso fenomeni che si stanno ripetendo in tutti i continenti: calore, incendi di boschi, perdita di raccolti in Russia (…) cambio climatico in Cina (…) perdita progressiva delle riserve d’acqua nell’Himalaya, che minacciano India, Cina, Paquistan e altri paesi; piogge eccessive in Australia, che hanno inondato quasi un milione di chilometri quadrati; ondate di freddo insolite ed estemporanee in Europa [...] siccità in Canada; ondate inusuali di freddo in questo paese e negli Stati Uniti.
Ho parlato ugualmente delle piogge senza precedenti in Colombia, Venezuela e Brasile.
Ho informato, in quella Riflessione che: “Le produzioni di grano, soia, mais, riso ed altri numerosi cereali e leguminose, che costituiscono la base alimentare del mondo, la cui popolazione è oggi, secondo calcoli, di quasi 6.900 milioni di abitanti, e già si avvicina alla cifra inedita di 7.000 milioni, dei quali più di mille milioni soffrono per fame e denutrizione, e sono danneggiati seriamente dai cambi climatici, creando un gravissimo problema nel mondo.”
Sabato 29 gennaio, il bollettino quotidiano che ricevo con le notizie di Internet, riportava un articolo di Lester R. Brown, pubblicato nel sito web Vía Orgánica, datato 10 gennaio, il cui contenuto, a mio giudizio, dev’essere ampiamente divulgato.
Il suo autore è il più prestigioso e laureato ecologista nordamericano, che ha avvertito sull’effetto dannoso del crescente e molto importante volume di CO_2 che si diffonde nell’atmosfera. Dal suo ben fondato articolo, prenderò solo i paragrafi che spiegano in forma coerente i suoi punti di vista”.
All’inizio del nuovo anno, il prezzo del grano raggiunge livelli senza precedenti.
La popolazione mondiale, è quasi il doppio del 1970, e continuiamo a crescere ad un ritmo di 80.000.000 persone ogni anno. Stanotte ci saranno 219.000 bocche in più da alimentare a tavola e molte incontreranno il piatto vuoto. Altre 219.000 si sommeranno a noi domani notte.
In qualche momento questa crescita incessante comincerà ad essere troppa per le capacità degli agricoltori ed i limiti delle risorse terresti ed idriche del pianeta.”
L’aumento nel consumo di carne, latte e uova nei paesi in via di sviluppo, che crescono rapidi, non ha precedenti.
Negli Stati Uniti, dove sono state raccolte 416.000.000 tonnellate di granaglie nel 2009, 119.000.000 di quelle tonnellate sono state inviate alle distilleriedi etanolo per produrre combustibile per le Automobili.
Quelle tonnellate bastavano per alimentare 350.000.000 persone l’anno. L’enorme investimento degli Stati Uniti nelle distillerie di etanolo crea le condizioni per la concorrenza diretta tra le automobili e le persone per il raccolto di granaglie mondiale. In Europa, dove buona parte del parco automotore si muove con combustibile diesel, esiste una domanda crescente de combustibile diesel prodotto a partire dalle piante, soprattutto a partire dall’olio di colza e di palma. Questa domanda di coltivazioni portatrici di olio non solo riduce la superficie disponibile per produrre coltivazioni alimentari in Europa, ma inoltre accelera la distruzione dei boschi tropicali in Indonesia e in Malesia, a favore delle piantagioni produttrici di olio di palma.”
La crescita annuale del consumo di granaglie nel mondo da una media di 21.000.000 tonnellate annuali nel periodo del 1990 al 2005, è arrivata a 41.000.000 tonnellate l’anno nel periodo tra il 2005 e i 2010. La maggior parte di questo salto enorme si può attribuire all’orgia di investimenti nelle distillerie di etanolo negli Stati Uniti tra il 2006 e il 2008.
Mentre raddoppiava la domanda annuale della crescita delle granaglie, sono sorte nuove limitazioni dal lato dell’offerta, anche quando si sono intensificate quelle a lungo tempo, come l’erosione dei suoli.
Si calcola che la terza parte delle terre coltivabili del mondo perdono la cappa vegetale più rapidamente del tempo necessario alla formazione del suolo nuovo attraverso i processi naturali, perdendo la sua produttività inerente. Sono in processo di formazione due grandi masse di polvere. Una si estende a nordovest della Cina, a ovest della Mongolia e dell’Asia Centrale; l’altra si trova in Africa Centrale. Ognuna è molto più grande della massa di polvere che danneggiò gli Stati Uniti nel decennio delgi anni 30’.
“Le immagini del satellite mostrano un flusso costante di tormente di polvere che partono da queste regioni e generalmente ognuna di queste trasporta milioni di tonnellate di cappa vegetale preziosa.”
“Nello stesso tempo l’esaurimento delle riserve d’acqua riduce rapidamente l’estensione delle aree irrigate di molte parti del mondo: questo fenomeno relativamente recente è stimolato dall’uso su grande scala delle pompe meccaniche per estrarre l’acqua sotterranea. Nell’ attualità, la metà della popolazione del mondo vive in paesi dove i livelli freatici scendono mentre il pompaggio eccessivo esaurisce le riserve di acqua.
Quando un riserva d’acqua si riduce, si deve necessariamente ridurre il pompaggio secondo il ritmo di riposizione, se non si vuole che si trasformi in un acquifero fossile (non rinnovabile), nel cui caso il pompaggio smetterà totalmente. Ma presto o tardi i livelli freatici discendenti si traducono in un aumento dei prezzi degli alimenti.
Le estensioni irrigate diminuiscono in Medio Oriente e soprattutto in Arabia Saudita, Siria, Iraq e possibilmente in Yemen. Nell’Arabia Saudita, che dipendeva totalmente da un acquifero fossile oggi esaurito, per la sua autosufficienza per il grano, la produzione sperimenta una caduta libera. Tra il 2007 e il 2010, la produzione di grano saudita è discesa a poco più di due terzi,”
Il Medio Oriente arabo è la regione geografica dove la scarsità d’acqua crescente provoca la maggior riduzione nel raccolto delle granaglie.
Ma i deficit di acqua realmente elevati sono in India, dove secondo le cifre del Banco Mondiale ci sono 175.000.000 di persone che si alimentano di granaglie prodotte con un pompaggio eccessivo [...] Negli Stati Uniti, l’altro grande produttore di granaglie del mondo, si sta riducendo l’area irrigata negli stati agricoli fondamentali, come la California e il Texas.”
“Il rialzo della temperatura rende a sua volta più difficile aumentare il raccolto mondiale delle granaglie con la rapidità sufficiente per andare alla pari del ritmo senza precedenti della domanda. Gli ecologisti che si occupano delle coltivazioni hanno le loro proprie regole generalmente accettate: per ogni grado Celsio d’aumento della temperatura al disopra del livello ottimo durante la stagione della crescita, ci si deve aspettare un calo del 10% nella resa delle granaglie.”
Un’altra tendenza emergente che minaccia la sicurezza alimentare è lo scioglimento dei ghiacciai delle montagne. Questo è preoccupante soprattutto nell’Himalayas e nel Tibet, dove il gelo che si scioglie, proveniente dai ghiacciai, alimenta non solo i grandi fiumi dell’Asia durante la stagione secca, como l’Indo, il Gange, il Mekong, il Yangtzé e i fiume Giallo, ma anche i sistemi d’irrigazione che dipendono da questi fiumi. Senza questo scioglimento dei ghiacci, il raccolto delle granaglie sperimenterebbe una grande caduta e i prezzi aumenterebbero in proporzione.
Infine e a lungo tempo, i caschi di ghiaccio che si sciolgono in Groenlandia e a ovest dell’Antartico, uniti all’espansione termica degli oceani, minacciano di elevare il livello del mare anche di sei piedi ( 1,83 m circa NdT), durante questo secolo. Inoltre un’elevazione di tre piedi provocherebbe l’inondazione delle terre dove ricoltiva riso del Bangladesh. Inoltre inonderebbe buona parte del Delta del Mekong, dove si produce la metà del riso del Viet Nam, il secondo esportatore di riso del mondo. In totale, ci sono approssimatamente 19 delta fluviali produttori di riso in Asia, dove i raccolti si ridurranno considerevolmente per l’elevazione del livello del mare.”
L’inquietudine di queste ultime settimane è solo il principio. Non si tratta già più di un conflitto tra grandi potenze fortemente armate, ma della maggior mancanza di alimenti e di prezzi in rialzo dei prodotti alimentari (e dei problemi politici a cui questo condurrebbe) che minacciano il nostro futuro mondiale. Se i governi non procederanno alla revisione delle questioni della sicurezza, utilizzando le spese di uso militare per la mitigazione del cambio climatico, dell’efficienza idrica, la conservazione dei suoli e la stabilizzazione demografica, con tutta probabilità il mondo affronterà un futuro di maggior instabilità climatica e volatilità dei prezzi degli alimenti. Se si continuerà a fare le cose come adesso, i prezzi degli alimenti tenderanno solo al rialzo.
L’ordine mondiale esistente lo hanno imposto gli Stati Uniti alla fine della Seconda Guerra Mondiale, ed hanno riservato per sè tutti i privilegi.
Obama non ha modo per amministrare l’alveare che hanno creato.
Alcuni giorni fa è crollato il governo di Tunisi, dove gli Stati Uniti avevano imposto il neoliberismo ed erano felici della loro prodezza politica.
La parola democrazia era sparita dallo scenario. È incredibile come adesso, quando il popolo sfruttati sparge il suo sangue e assalta i negozi, Washington esprime la sua felicità per la caduta. Nessuno ignora che gli Stati Uniti hanno trasformato l’Egitto nel loro alleato principale nel mondo arabo. Una grande portaerei e un sottomarino nucleare, scottati da navi da guerra nordamericane e israelita, hanno attraversato il Canale di Suez verso il Golfo Persico da molti mesi, senza che la stampa internazionale avesse informazioni su quello che stava accadendo. È stato il paese arabo che ha ricevuto più forniture di armi. Milioni di giovani egiziani soffrono per la disoccupazione e la mancanza di alimenti provocata nell’economia mondiale, e Washington afferma che li appoggia. Il suo machiavellismo consiste nel fatto che mentre forniva armi al governo egiziano, la USAID somministrava fondi all’opposizione. Potranno gli Stati Uniti fermare l’ondata rivoluzionaria che scuote il Terzo Mondo?
La famosa riunione di Davos che si è appena conclusa, si è trasformata in una Torre di Babele, e gli stati europei più ricchi, capeggiati da Germania, Gran Bretagna e Francia, coincidono solo nei loro disaccordi con gli Stati Uniti.
Ma non ci si deve inquietare nemmeno un pochino; la Segreteria di Stato ha promesso ancora una volta che gli Stati Uniti aiuteranno nella ricostruzione di Haiti.

Fidel Castro Ruz
30 gennaio del 2011, ore 18.23 (Traduzione Gioia Minuti – tratto da Cubadebate)
Rivolte nordafricane: “Mercenari libici al soldo di Gheddafi con logo ENI, il governo italiano tace?”
22 febbraio 2011 - Scritto da admin
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Apprendiamo dalla stampa che la nave militare Elettra sta per partire dal porto della Spezia verso le coste libiche per un’imprecisata missione di “sostegno logistico e informativo per operazioni speciali”.
Dal momento che il genocida regime di Gheddafi, ormai alla conclusione grazie al sacrificio e alla rivolta dell’esasperato popolo libico, si sta ricoprendo di crimini contro l’umanità, vorremmo sapere a favore di chi sono rivolte queste “operazioni speciali”.
Forse al regime che è stato ed è sostenuto sfacciatamente dal governo Berlusconi nel suo squallido baratto di migranti per energia? Il tema energetico è un leit-motiv che viene sottaciuto dalla stragrande maggioranza dei mass media nazionali.
Non è un caso che le uniche preoccupazioni politiche dei governi europei si limitino a garantire gli approvigionamenti energetici: ogni giorno transitano attraverso il canale di Suez 1,8 milioni di barili di petrolio. È comprensibile che le rivolte nel mondo arabo preoccupino i mercati: si teme per le forniture energetiche in Europa.
In un filmato (pubblicato sul sito del Corriere della Sera) si vede distintamente un mercenario a cui è stato ordinato –come egli stesso sostiene– di sparare sulla folla dei dimostranti a Bengasi. Sulla divisa compare distintamente il logo dell’italianissima Eni, l’arcinota società controllata dallo Stato che opera nel settore degli idrocarburi e che fa trasmettere a reti unificate sulla televisione pubblica spot pubblicitari che la dipingono come un’azienda dal lato umano. Bell’esempio.
Ma quanto ancora potrà durare il sostegno a un dittatore che reprime col terrore la sua gente da quasi 42 anni e che non ha esitato a bombardarla con i suoi aerei caccia appena è scoppiata la sacrosanta rivolta?
Questa è l’ennesima dimostrazione di il governo italiano stia fallendo su tutta la linea, non ultima la totale indecenza in tema di rapporti internazionali e di politica estera. Dulcis in fundo, sul caos libico, il ministro degli esteri Frattini ha osato pure affermare che “non si deve esportare la democrazia”.
Con quale faccia tosta il ministro può dire oggi queste ovvietà, dopo che il precedente governo Berlusconi nel 2002 e nel 2003 si è reso complice delle illegali aggressioni all’Afghanistan e all’Iraq proprio nella ridicola giustificazione dell’”esportazione” della democrazia?
Dopo quest’ennesima vergogna di un presidente del consiglio che fino a pochi mesi fa si prostrava a questo sanguinario ospitando la sua tenda, tra il ridicolo mondiale a Villa Pamphili, chiediamo che Berlusconi e il suo vergognoso esecutivo si dimettano immediatamente per chiudere finalmente uno peggiori capitolli della storia d’Italia degli ultimi cinquant’anni.
Ecco il filmato
Acqua Pubblica? Dopo Parigi ora tocca a Berlino!
16 febbraio 2011 - Scritto da admin
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Dopo Parigi, Berlino. Anche la capitale tedesca farà ritorno all’acqua pubblica e grazie al referendum, quello strumento che Rifondazione Comunista auspica possa essere utilizzato in primavera per far esprimere il popolo italiano contro lo scempio dell’obbligo di privatizzazione del servizio idrico nel nostro paese.
Il quesito berlinese chiedeva di pubblicare integralmente il contratto con cui nel 1999 il Land di Berlino vendette alle società RWE e Veolia il 49,9% dell’azienda dei servizi idrici comunali (Berliner Wasserbetriebe). Il comune di Berlino ha pubblicato lo scorso novembre circa 700 pagine del contratto di privatizzazione parziale dove emerge che sono stati garantiti alti margini di guadagno a RWE e Veolia, che dal 1999 al 2009 hanno incassato più utili della municipalità berlinese (1,3 miliardi contro 696 milioni) nonostante la città-stato detenga il 50,1% della società.
Il portavoce del comitato, Thomas Rodek, ha dichiarato molto semplicemente: “Un bene essenziale come l’acqua non può essere fonte di profitto, vogliamo che torni in mano pubblica“. I dati dei promotori sono inequivocabile: dal 2001 le tariffe dell’acqua sono salite del 35% (tra le più ate in Germania) ed un metro cubo d’acqua costa 5,12 euro quando a Colonia ne costa 3,26.
Ora la palla passa al parlamento del Land che dovrebbe votare una legge sulla pubblicizzazione integrale del contratto di privatizzazione, obiettivo ultimo resta quello di riportare interamente la Berliner Wasserbetriebe nelle mani pubbliche.
L’ennesimo segnale di civiltà su un bene comune fondamentale come l’acqua, un segnale che sostiene tutti coloro i quali credono nella necessità del referendum per abrogare l’obbligo di privatizzare il 60% delle aziende idriche e di abrogare il 7% della remunerazione del capitale sulle bollette dell’acqua. Un grande esempio per l’Italia e per La Spezia. L’acqua non deve essere in vendita!
























