Brevi-ario latino americano
Proponiamo l’interessantissima rubrica tratta da http://www.gennarocarotenuto.it
Numero 2
RIFORMA AGRARIA IN BRASILE – La giustizia brasiliana ha espropriato un’area di 92.000 ettari nello stato di Sao Paulo al termine di un processo durato ben 50 anni. Questi terreni, molto fertili, potranno adesso essere redistribuiti tra i contadini senza terra.
LUNGA VITA A CUBA – Nonostante i vantaggi dell’essere un paese povero e dittatoriale, Cuba sembra avere molti dei problemi delle società ricche e democratiche, in particolare una bassissima mortalità in tutte le classi d’età. Secondo le Nazioni Unite nel 2025 Cuba avrà superato l’Uruguay come paese più vecchio del Continente.
CRESCONO I SALARI IN URUGUAY – Erano sballate le previsioni sulla crescita economica dell’Uruguay di Pepe Mujica nel 2010. Si prevedeva il 4.5 e invece la crescita sarà del 6.5%. Negli ultimi dodici mesi il salario reale è cresciuto del 3.2%.
INFERNO CARCERI IN VENEZUELA – Apparentemente la Rivoluzione bolivariana si ferma sulle porte delle prigioni. Solo nel primo semestre del 2010 sono morti in carcere 221 detenuti, il 57% dei quali uccisi da colpi di arma da fuoco, il 15% da arma bianca. Il resto è suddiviso tra suicidi, infarti, AIDS e altre malattie. In Venezuela sono in carcere circa 46.000 persone delle quali solo un quarto ha una condanna definitiva. A ben guardare (a parte i morti ammazzati) non peggio che in Italia.
RIMESSE IN MESSICO – Nel mese di luglio le rimesse di emigranti messicani sono arrivate a 1.87 miliardi di dollari. Le rimesse competono con il petrolio e il narco come prime fonti d’ingresso del paese superando largamente il turismo. Neoliberismo reale per un paese in via di sottosviluppo.
PANAMA, REPRESSIONE E MORTE – Una commissione internazionale ha accertato che il governo di Ricardo Martinelli (secondo solo a Muammar Gheddafi e Vladimir Putin per amicizia con Silvio Berlusconi) si è macchiato della morte di almeno cinque manifestanti che protestavano contro la Legge 30, che limita fortemente il diritto di sciopero nel paese del Canale.
RESISTENZA IN HONDURAS – Il Fronte Nazionale di Resistenza Popolare in Honduras ha dichiarato di aver raggiunto un milione di firme per chiedere un’Assemblea costituente. L’impedire tale assemblea fu all’origine del golpe del 29 giugno 2009 condotto dal dittatore di Bergamo Alta, Roberto Micheletti, che depose il legittimo Manuel Zelaya.
FOSSE COMUNI IN COLOMBIA – Iván Cepeda del Polo Democratico Alternativo ha presentato al parlamento di Bogotà un rapporto su tre fosse comuni trovate nei dipartimenti di Meta e Guaviare dove sono stati censiti 1.632 corpi di persone assassinate dall’esercito e spacciati per guerriglieri.
L’ECUADOR PACIFISTA – Il Ministero della difesa dell’Ecuador ha comunicato di aver distrutto 268.000 mine antiuomo. Nel 1995 circa 5000 mine erano state collocate alla frontiera col Perù per essere sminate solo nel dicembre 2009. Con la distruzione delle riserve l’Ecuador di fatto non possiede più questo tipo di armamento.
CILE, I MINATORI FANNO CONSENSO – Il presidente Sebastián Piñera (foto) non si allontana un attimo dal pozzo dove sono sepolti i 33 minatori vicino Copiapó. Ha scoperto che è molto meglio che restare alla Moneda. Nel giro di pochi giorni, spesi stando lì senza governare, il suo consenso è passato dal 46 al 56%. Ancor meglio va al ministro delle miniere Laurence Golborne che a luglio solo il 16% dei cileni sapeva nominare e oggi, solo per presidiare la zona, ha la stima del 91% della popolazione.
CIUDAD JUAREZ, Siamo arrivati a 2000 morti ammazzati in strada nel 2010 a Juárez, una città grande come Torino. Peggio di Baghdad, Kabul, Mogadiscio. Un viaggio al termine del neoliberismo.
Numero 1
CANTARELL A SECCO – Non trascurate questa notizia. Cantarell era il terzo giacimento petrolifero più grande al mondo. Nella sua epoca d’oro, il 2004, dava al Messico un picco di 2 milioni di barili di petrolio al giorno. Da lì il precoce declino. Tra luglio e agosto si è oramai stabilizzato sotto il mezzo milione di barili. Al momento PEMEX produce poco più di 2.5 milioni di barili al giorno, 1.4 dei quali viene esportato, quasi tutto verso gli Stati Uniti.
FIDEL E I GAY – Nella bella e lunga intervista concessa al direttore di La Jornada, Carmen Lira, Fidel Castro si fa carico della persecuzione dell’omosessualità nella Cuba degli anni ‘60. A Cuba da quasi 20 anni esistono tra le leggi più avanzate al mondo contro l’omofobia.
MAPUCHE IN SCIOPERO DELLA FAME – Almeno tre dei 32 indigeni mapuche in sciopero della fame da 51 giorni nel sud del Cile sono in condizioni critiche. I mapuche chiedono che contro i loro militanti incarcerati non venga applicata la legge antiterrorismo voluta da Augusto Pinochet e che, oltre a prevedere condanne durissime, impedisce di fatto la difesa nei processi.
CLANDESTINI IN MESSICO – Secondo un rapporto della Camera dei deputati di Città del Messico tra il 1998 e il 2008 60.000 clandestini che transitavano in Messico dal centroamerica verso gli Stati Uniti sono scomparsi nel nulla. Il quadro completo qui.
SANTOS IN BRASILE – Il neo-presidente colombiano Juan Manuel Santos continua a guardare sorprendentemente a Sud. Dopo aver fatto la pace con Chávez ha intrapreso il suo primo viaggio all’estero in Brasile. La natura commerciale del viaggio non nasconde la necessità di superare la lunga distanza tra i due paesi che prima il Plan Colombia voleva coinvolgere nella regionalizzazione del conflitto e poi si sono ulteriormente distanziati per il duro dissenso brasiliano alla presenza di basi militari statunitensi in Colombia.
TERRORISTA ANTICUBANO MUORE IMPUNITO – E’ morto a Miami Pablo Gustavo Castillo Díaz, alias El Cojo. Era tra i terroristi che, agli ordini di Orlando Bosch e Luís Posada Carriles, ovvero della CIA, l’11 ottobre 1976 mise la bomba a bordo di un aereo civile cubano caduto alle Barbados causando la morte di 73 persone. “Erano solo dei negretti” affermerà successivamente Orlando Bosch nel rivendicare il bel gesto per il quale ha beneficiato della doppia morale antiterrorista statunitense.
POLIZIA ARGENTINA – Nell’ultimo decennio sono caduti in servizio a Buenos Aires 446 poliziotti tra federali e bonaerensi. Tuttavia scorporando i dati si passa da circa 50 morti nel primo lustro a circa 20 negli ultimi cinque anni.
La verità sulla strage di Tamaulipas: ventimila migranti sequestrati ogni anno
Tratto dal sito www.gennarocarotenuto.it
Riguardo il massacro di 72 migranti nel Tamaulipas, per il quale subito dopo sono stati assassinati sia il magistrato incaricato dell’indagine che il sindaco della città di Hidalgo, il complesso disinformativo mondiale ha voluto far credere che le vittime della strage fossero state reclutate dal narco o si volessero meglio vendere ai cartelli o si fossero (nella migliore delle ipotesi) rifiutate di farsi reclutare come sicari.
E’ un’interpretazione infondata, calunniosa e razzista che vuole nascondere la verità dello sfruttamento fino all’ultimo centesimo delle vite dei 600.000 migranti che dal centro e sud del Continente ogni anno affrontano l’attraversamento di tutto il Messico. La verità è che tali migranti sono costantemente vittime di estorsioni, vessazioni, stupri, minacce ancor prima di affrontare la traversata del deserto, il muro voluto da George Bush, le ronde dei Minutemen, le leggi razziali di stati come l’Arizona e quant’altro alla ricerca di un lavoro negli Stati Uniti. Per il sacerdote cattolico Alejandro Solalinde i cachucos (“sporchi centroamericani” in gergo) dal momento nel quale lasciano il loro paese “smettono di essere persone e si trasformano in mercanzie, una miniera d’oro sia per le mafie che per le autorità”.
Per la grande stampa i migranti devono essere presentati come manodopera criminale a basso costo disponibile per il narco, scarti della società, indesiderabili, collusi se non organici alle mafie e pertanto senza diritti né dignità umana. Contro di loro saranno ora diretti i droni, gli aerei senza pilota che non fermeranno neanche un grammo di cocaina ma contribuiranno a mettere nelle mani della criminalità i migranti che invece vivono una vera emergenza umanitaria alla quale i governi Obama e Calderón dovrebbero far fronte.
I migranti sono un affare da tre miliardi di dollari l’anno che si spartiscono i cartelli criminali e le polizie corrotte sia negli Stati Uniti che in Messico. Per passare pagano quote comprese tra i 4.000 e i 15.000 dollari. Spesso è solo l’inizio del martirio che dovrebbe condurre al sogno americano già raggiunto (oltre che da una dozzina di milioni di messicani) da un milione di honduregni, due milioni di salvadoregni e tre milioni di guatemaltechi che rimandano indietro alle famiglie una decina di miliardi di dollari l’anno in rimesse.
Per Monsignor Felipe Arizmendi Esquivel, vescovo di San Cristóbal de las Casas, in Chiapas, almeno i due terzi dei migranti una volta entrati in Messico subiscono rapine o estorsioni e uno su dieci viene stuprato nel corso del viaggio. Circa un quinto viene arrestato e rimandato indietro. E’ un numero in discesa perché a chi intercetta i migranti conviene ben di più spremerli che rimandarli indietro. La situazione è costantemente peggiorata nell’ultimo decennio con la violentissima campagna anti-immigrati che ha portato George Bush alla costruzione del muro alla frontiera tra Stati Uniti e Messico che presto sarà affiancato da un muro gemello alla frontiera tra Messico e Guatemala. Le misure per fermare l’emigrazione, come in altre frontiere tra Sud e Nord del mondo, lungi dal bloccare il traffico di esseri umani, non fanno altro che alzare il prezzo, rendere più lucroso l’affare e ancora più a rischio la vita dei migranti.
Ogni anno, secondo statistiche ufficiali, almeno 20.000 migranti finiscono per essere sequestrati dai cartelli criminali e obbligati, oltre alle normali quote per passare il confine, a pagare riscatti tra i 1.000 e i 5.000 dollari a testa, a ritrovarsi scambiati come pacchi tra i cartelli e all’essere in più casi assassinati come ostaggi per indurre altri a pagare.
Per Jorge Bustamante, relatore speciale della Commissione per i Diritti Umani, il Messico è senza dubbio il paese dove maggiori violazioni dei diritti umani vengono commesse nel Continente nonostante l’infame silenzio dei grandi media sempre pronti a scrivere paginate per processare i governi integrazionisti ma sempre silenti per l’inferno messicano.
Nel 2009 la stessa CNDH ha pubblicato un volume intitolato “Benvenuti nell’inferno dei sequestri” dove si denunciano i maltrattamenti subiti dai migranti centroamericani e si raccolgono innumerevoli testimonianze sul coinvolgimento delle autorità messicane nei sequestri stessi. Vi sono descritte le caratteristiche degli stessi. L’immigrato spesso viene arrestato da poliziotti e venduto ad organizzazioni criminali e tradotto in luoghi isolati proprio come la finca San Fernando dove è avvenuto il massacro di Tamaulipas. Lì iniziano le botte, le vessazioni, gli stupri e le torture vere e proprie. L’obbiettivo è ottenere numeri telefonici di parenti dai quali ottenere riscatti esorbitanti per migranti in genere poverissimi. Chi non può pagare in genere viene assassinato.
E’ nell’atroce contesto dei 20.000 sequestri l’anno che va inserito il massacro di Tamaulipas, 72 migranti, probabilmente impossibilitati a pagare, fucilati come nelle stragi naziste. Ne abbiamo saputo solo perché Freddy Lala, un ragazzo ecuadoriano di 18 anni, è riuscito a sopravvivere camminando per più di 20 km con una pallottola nel collo fino a riuscire a dare l’allarme. O, come al tempo del piano Condor o del genocidio in Guatemala, è stato fatto sopravvivere perché raccontasse e incutesse più terrore. Vittime i migranti, non complici.
Gennaro Carotenuto
Che la terra ti sia lieve compagno José…
19 giugno 2010 - Scritto da admin
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“Il problema principale di questo modello sociale sta nel fatto che il potere economico coincida con il potere politico.
L’unico antidoto per invertire il cattivo funzionamento della democrazia è costruire una società critica che non si limiti ad accettare le cose per quello che sembrano ma non sono.
Una società che si faccia domande e dica di no ogni volta che è giusto dire no.
Perciò è urgente tornare alla filosofia e alla riflessione.”
Grazie!
Vile aggressione israeliana a Flotilla Freedom: La Spezia si mobiliti per la Pace
1 giugno 2010 - Scritto da admin
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Il gravissimo atto criminale del governo israeliano contro le navi pacifiste della Flotilla Freedom nel quale sono rimaste uccise 19 persone in acque internazionali è una vera e propria aggressione terroristica che rischia di ripercuotersi pesantemente nei delicati equilibri politici tra stati mediorientali e non solo. Una strage incredibile e senza senso di cui il governo di Netanyahu dovrà rispondere al mondo, ora che le tensioni tra Israele e Turchia (stato appartenente alla NATO e aspirante membro nell’Unione Europea) sono ai massimi storici.
Nell’esprimere forte cordoglio alle vittime, la federazione spezzina di Rifondazione Comunista auspica che le associazioni e le istituzioni locali offrano una netta presa di posizione contro il barbaro massacro israeliano e organizzino a breve sul territorio provinciale una manifestazione di pace in sostegno del popolo palestinese, ricordando anche lo storico gemellaggio che lega la città della Spezia alla cittadina di Jenin.
Scaricate e leggete la mozione consiliare presenta da Rifondazione comunista nel consiglio comunale del 31 maggio 2010.
Freedom flotilla -
(doc - 64.5 KB)
MARTEDI’ 1°GIUGNO DALLE ORE 17:00 A SARZANA(SP) IN PIAZZA LUNI
L’aggressione israeliana contro la nave di pacifisti diretta a Gaza rappresenta un atto criminale. Un atto di terrorismo di stato, che non può rimanere senza conseguenze. Chiediamo l’immediata sospensione di ogni trattato di cooperazione economica, commerciale e militare, del nostro paese come dell’Unione Europea, nei confronti di Israele. Si prendano decisioni nette in sede internazionale di condanna e di sanzioni nei confronti di Israele. Si esiga l’immediata revoca del blocco della striscia di Gaza. Basta con la intollerabile politica dei due pesi e delle due misure che ha garantito ad oggi al governo israeliano la totale immunità nonostante una politica di guerra e oltranzista che ha reso vano ogni tentativo di accordo negoziale per la soluzione del conflitto israelo-palestinese. Nell’esprimere il cordoglio per le vittime del brutale massacro, ribadiamo il nostro pieno sostegno e appoggio alle azioni del movimento pacifista e di solidarietà internazionale, come il free gaza movement, che attraverso l’invio di navi aveva l’obiettivo di denunciare al mondo l’immorale e infame assedio a cui è sottoposta la popolazione civile di Gaza.
Promuovono i Giovani Comunisti/e La Spezia, aderiscono il Gruppo di Acquisto Popolare La Spezia,Scuola popolare di italiano per migranti
I predatori del capitalismo
7 maggio 2010 - Scritto da admin
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Dietro l’attuale crisi del debito che ha colpito la Grecia (e che sta contagiando anche Portogallo, Spagna, Irlanda e, molti temono, anche l’Italia) non c’è solo la nota frode di bilancio commessa dai governanti ateniesi in combutta con le principali banche americane, in particolare la Goldman Sachs di Lloyd Blankfein e la JP Morgan Chase di Jamie Dimon.
Su tutto incombe infatti il sospetto, o meglio, la certezza di una spregiudicata operazione speculativa orchestrata dalla cupola finanziaria di Wall Street per lucrare sull’indebolimento dell’euro. Questo è lo scenario su cui sta timidamente indagando il dipartimento della Giustizia Usa.
Sotto scrutinio ci sono le colossali e contemporanee movimentazioni di fondi speculativi Usa (che scommettono sul futuro deprezzamento della valuta europea) registrati subito dopo la famosa cena tenutasi l’8 febbraio a Manhattan tra i finanzieri che quei fondi amministrano: George Soros (Soros Fund), John Paulson (Paulson & Co.), Steven Cohen (Sac), David Einhorn (Greenlight), Donald Morgan (Brigade) e Andy Monness (Monness Crespi Hardt & Co.).
A garantire il successo di questa operazione speculativa ci ha pensato il loro potente socio Harold ‘Terry’ McGraw III, che – attraverso il braccio armato della sua McGraw-Hill, ovvero l’agenzia di rating Standard & Poor’s – ha declassato i titoli di Stato greci, portoghesi e spagnoli innescando la ‘necessaria’ crisi dell’euro.
Ma forse c’è di più, e di peggio. Sono sempre di più gli economisti e i politici europei che in questo attacco all’euro vedono non un semplice mezzo speculativo, ma un fine politico.
Il sospetto è che le lobby finanziarie d’oltreoceano mirino ad abbattere il valore della moneta unica europea fino a portarla alla parità con il dollaro, allo scopo di salvaguardare la sempre più traballante egemonia globale della valuta statunitense. Affossare l’euro, o quantomeno ridimensionarlo, per tenere a galla il malandato biglietto verde, altrimenti destinato a tramontare come valuta di riferimento mondiale.
Altri ancora pensano che portare sull’orlo della bancarotta gli Stati europei più deboli (Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna: i cosiddetti Pigs, o Piigs, se si comprende anche l’Italia) potrebbe dare impulso al mai tramontato progetto franco-tedesco di un’Europa a due velocità, con le ‘zavorre’ relegate a un ruolo marginale.
C’è infine chi, soprattutto nel variegato mondo ‘no-global’, va anche oltre queste interpretazioni, giudicando l’aggressione all’euro non come una sciovinistica manovra statunitense per sabotare la concorrenza economica del Vecchio Continente, bensì come una macchinazione dell’élite politica ed economica transnazionale (quindi anche europea) tesa a giustificare il potenziamento delle istituzioni globali, a partire dal Fondo Monetario Internazionale. Creare panico per poi invocare, come unica soluzione, come ancora di salvezza, un nuovo ordine economico mondiale dominato da organismi sovranazionali tecnocratici. Scenari che, secondo i sostenitori di questa tesi, saranno al centro delle prossime riunioni annuali a porte chiuse delle più potenti lobby globaliste: dalla Commissione Trilaterale (7-9 maggio a Dublino) al Bilderberg Group (3-6 giugno a Sitges, Barcellona).
A prescindere dalle diverse interpretazioni di quanto sta accadendo, una cosa è certa: a pagare il conto degli imbrogli dei politici europei e delle speculazioni dei predatori finanziari americani saranno le masse popolari. Per ora quelle greche, domani si vedrà.
http://it.peacereporter.net – Enrico Piovesana
Noi stiamo con Emergency
13 aprile 2010 - Scritto da admin
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Sabato 10 aprile militari afgani e della coalizione internazionale hanno attaccato il Centro chirurgico di Emergency a Lashkar-gah e portato via membri dello staff nazionale e internazionale. Tra questi ci sono tre cittadini italiani: Matteo Dell’Aira, Marco Garatti e Matteo Pagani.
Emergency è indipendente e neutrale. Dal 1999 a oggi EMERGENCY ha curato gratuitamente oltre 2.500.000 cittadini afgani e costruito tre ospedali, un centro di maternità e una rete di 28 posti di primo soccorso.
FIRMATE L’APPELLO… QUI www.emergency.it
PER SAPERNE DI PIU’ www.peacereporter.it
VISITATE IL BLOG AGGIORNATO DI PUNTO ROSSO: www.puntorossomassacarrara.splinder.com
Cosa c’è dietro le accuse a Baltasar Garzón
Baltasar Garzón, il giudice spagnolo che ha aperto un’inchiesta sui crimini commessi durante la guerra civile e il franchismo, dovrà sedersi al banco degli imputati. I commenti dei giornali spagnoli e della stampa internazionale.
Garzón è accusato di prevaricazione, di avere cioè dato vita a quelle inchieste senza averne competenza giudiziaria. In particolare, il Tribunale supremo accusa Garzón di violare con le sue indagini il decreto di amnistia per i crimini dell’epoca della guerra civile approvato dal parlamento spagnolo nel 1977.
Secondo il giurista Francisco Balaguer Callejón, il Tribunale supremo aveva le competenze per intraprendere una strada del genere, ma la sua è una decisione politica, che riflette la politicizzazione della giustizia spagnola. Garzón, infatti, si sta occupando anche del delicato caso Gürtel sulla presunta rete di corruzione all’interno del Partito popolare (Pp). “Il Partito popolare cerca da anni di ostacolare il lavoro del giudice con attacchi personali”, spiega il quotidiano Público.
“Nel febbraio del 2009 il leader del Pp, Mariano Rajoy, disse che Garzón ‘non è imparziale in quanto socialista’. Questo subito dopo l’esplosione del caso Gürtel”.
Ma il caso Garzón ha causato sconcerto e prese di posizione anche all’estero, con i maggiori quotidiani internazionali che commentano la vicenda. In un editoriale pubblicato oggi, il New York Times giudica inconcepibile il fatto che non si indaghi sui veri crimini (le violenze durante il franchismo e la guerra civile) ma su Garzón.
“La Spagna ha bisogno di far luce sul suo passato. La scomparsa di più di centomila persone durante l’epoca franchista rappresenta, secondo il diritto internazionale, un crimine contro l’umanità, che non può essere cancellato da una legge di amnistia”.
“Il Generalísimo Francisco Franco se la starà sicuramente ridendo nella sua tomba”, scrive l’Economist. “Il caso Garzón dimostra ancora una volta la tendenza del giudice ad agire come parafulmine sui temi che il paese fa fatica ad affrontare, come la corruzione, il terrorismo, la criminalità organizzata e il passato violento”.
Secondo il Guardian, infine, questa vicenda sottolinea i due maggiori problemi della Spagna di oggi. “Una giustizia politicizzata e l’eredità del franchismo”.
Tratto da Internazionale
Ciudad Juárez: viaggio al termine del neoliberismo
Prima parte
Il sogno dell’industrializzazione neoliberale si è trasformato in un incubo. Ciudad Juárez, frontiera tra il nord e il sud del mondo, la città delle “maquiladoras” e dei femminicidi è oggi la città più violenta del pianeta. Negli ultimi due anni la guerra tra narcos, nella quale è coinvolto come parte in causa l’esercito messicano, ha già causato 4.700 morti e 100.000 rifugiati.
Arrivando a Ciudad Juárez dal Sud, dalla mesoamérica cuore della nazione messicana, l’ultima ora di aereo mostra con crescente angoscia uno dei deserti più aridi del mondo. Non era così prima, raccontano i pochi juarensi che non sono immigrati. Juárez aveva appena 30.000 abitanti nel 1930, 300.000 nel 1970 e 1.5 milioni nel 2000 e ha perso varie battaglie per il controllo dell’acqua del Río Bravo con El Paso, l’ex quartiere dall’altro lato del fiume e che dal 1848 appartiene agli Stati Uniti.
Della vecchia e fertile valle di Juárez restano così appena i toponimi. Tra questi il Campo algodonero (campo cotoniero), dove nel 2001 furono trovati i resti di otto donne vittime di femminicidi. Nel novembre scorso la Corte Interamericana di Diritti Umani ha condannato il Messico per “indifferenza”: le donne stuprate e assassinate, giovani di classe umile, non valevano niente.
Dagli anni sessanta, e con più forza dalla firma del Trattato di Libero Commercio con gli Stati Uniti nel 1994, sono immigrate a Juárez decine di migliaia di donne per lavorare nelle “maquiladoras”, le fabbriche di proprietà straniera che beneficiando di regimi fiscali speciali, offrivano bassi stipendi e scarsi diritti ma anche la speranza di un futuro migliore rispetto alla povertà del Messico rurale.
Le ragazze vittime dei femminicidi non valevano niente, come non valgono nulla i 4.700 morti ammazzati a Juárez dall’inizio del 2008, quando è cominciata una guerra per il controllo della piazza della droga più importante del paese ed è stato inviato l’esercito a giocare una sua propria partita. I conti li ha fatti per noi Ignacio Alvarado, giornalista di “El Universal”: “il 65% dei morti sono minori di 25 anni e sono figli o nipoti delle operaie delle maquiladoras”. È un dato che oltre a far emergere un’etnografia del massacro (ragazzi immigrati di seconda o terza generazione, figli di donne costrette a lavorare 14 ore al giorno, spesso senza padri) testimonia il fallimento di un modello di sviluppo.
Elizabeth Ávalos, sindacalista, ex-operaia, conferma: “oggi vivono a Juárez mezzo milione di giovani ai quali il modello neoliberale non ha mai offerto nulla, né istruzione, né salute, né lavoro e vedono nel narco l’unica possibilità di guadagno e riconoscimento sociale”. Coinvolti dai cartelli della droga, sono oggi perseguitati dall’esercito che li sequestra, li tortura e li assassina a centinaia al mese, senza che la grande stampa internazionale si indigni mai della condizione dei diritti umani in Messico. Oppure regolano i loro conti direttamente, trasformandosi precocemente in sicari o vittime di questi. Ciò in un contesto senza legge dove il collasso del sistema giudiziario della città è forse l’elemento più visibile del fallimento dello stato. È un collasso che va ben oltre l’impunità e la corruzione dilagante. Ne è prova il fatto che per tutti i morti di Juárez non ci sono più di 150 inchieste giudiziarie aperte.
E gli altri 4.550 cadaveri? Lo domandiamo al giurista Óscar Maynez: “Se l’omicidio è stato commesso con armi automatiche o semiautomatiche si dà per scontato che si tratta di un aggiustamento di conti tra narcos e non si procede”. Per quanto dura tale realtà possa già sembrare, un altro testimone, che ci chiede l’anonimato (tutti i nostri testimoni, anche quelli particolarmente qualificati e autorevoli, ce lo chiedono almeno per alcune parti del loro racconto), ci colloca in un contesto ancora più grave: “Nel 2008 l’80% dei morti sono stati assassinati dalle truppe d’occupazione [l’esercito]. La percentuale è scesa un po’ nel 2009 perché c’è stata la controffensiva dei narcos locali, spiazzati ma non sconfitti”.
Gli organismi di difesa dei diritti umani hanno finora dimostrato le responsabilità dei militari nella sparizione di almeno cinque persone e ci sono centinaia di denunce per crimini, anche comuni, commessi dall’esercito. “A Juárez –continua il nostro testimone- non c’è una guerra tra narcos nella quale lo stato arriva a restaurare l’ordine ma un massacro commesso dall’esercito mandato a sostituire un cartello con un altro più controllabile”. È così che il sistema giudiziario messicano svanisce completamente. Molti sono i motivi del collasso ma la sostanza è che, come in guerra, lo Stato stesso rinuncia a castigare perché pienamente coinvolto nella violenza.
Óscar Maynez commenta che in questo modo uccidere è diventata la miglior maniera per risolvere questioni pratiche: “se devi 20.000 pesos (1.200 Euro) a qualcuno è più economico pagare 3.000 pesos a un sicario. Liberarsi di una moglie o un’amante molesta oggi è molto facile. Giorni fa hanno assassinato nel suo letto un autista d’autobus rimasto tetraplegico dopo un incidente stradale. Tutto indica che è stato ucciso dal suo datore di lavoro per non pagare l’indennizzazione. Ma non c’è nessuna inchiesta in corso per questo omicidio”.
Neanche per la morte di Alfredo Portillo, genero di Marisela Ortiz, dirigente dell’associazione “Nuestras hijas de regreso a casa” è mai stata aperta un’inchiesta. Marisela, che ci riceve nella scuola dove insegna, è considerata la “madre di Plaza de Mayo” di Ciudad Juárez per la sua lotta contro i femminicidi. Alfredo, come il docente universitario Manuel Arroyo, il dirigente contadino Armando Villareal, il giornalista Armando Rodríguez o Josefina Reyes e altri sette difensori dei diritti umani, insieme ad anonimi militanti di movimenti sociali o organizzazioni di quartiere, sindacalisti, studenti, giovani ribelli, fanno parte della lista delle decine di “omicidi politici” che nessuno riconoscerà mai come tali e per i quali l’esercito messicano vanta una lunga tradizione de Tlatelolco in avanti.
Sono “omicidi politici”, che servono a garantire impunità, affari e ingiustizia sociale. Vengono classificati con la bugia pietosa della “pallottola vagante” o liquidando i fatti come “questioni private” o con l’insulto calunnioso del “era coinvolto in qualcosa”, ovvero nel narcotraffico. “Omicidi politici” che sono un dettaglio nel puzzle juarense ma testimoniano l’esistenza di una guerra nella guerra: quella contro la società civile e chiunque sogni un’altra Juárez possibile.
Seconda parte
MODERNITÀ Juárez è enorme. Lo spazio urbanizzato verso il deserto non ha limiti. Le grandi strade sono percorse da decine di pattuglie dell’esercito e della polizia federale. In mimetica vanno i militari, in nero la polizia federale, entrambi in passamontagna e armati fino ai denti. I posti di blocco asfissianti rallentano il traffico in una città dove il desiderio di normalità si scontra con la realtà. Non erano passate due ore dal mio arrivo in città quando sono stato fatto scendere dall’auto per una perquisizione corporale circondato di militari armati.
La maggior parte delle automobili private non ha targa e chi è a bordo è nascosto da vetri polarizzati. Dopo la perquisizione percorriamo la città su vecchi autobus statunitensi acquistati per terminare le loro vite qui. Le facce dei passeggeri sintetizzano quelle di tutti i popoli indigeni messicani venuti a cercare fortuna qui. A volte vi si possono scorgere anche quelle di etnie del Nord America, gli indiani dei western, così simili ai gruppi indigeni del nord del Messico e oltre frontiera costretti nelle riserve.
Ogni viaggio si fa lungo su questi autobus che ansimano nella polvere tra quartieri abitativi chiusi da muri altissimi, frazionati in distese di villette a schiera tutte uguali (la fattura invece cambia di zona in zona promuovendo un popolamento iperclassista), grandi centri commerciali ed enormi spazi vuoti, terre desolate eliotiane che si trovano anche in zone centrali e semicentrali. Per andare a lavorare i juarensi che non hanno auto devono perdere ore a bordo di questi autobus. Alcuni di loro, i più anziani, hanno combattuto negli anni ’70 e ’80 importanti lotte comunitarie perché nei loro quartieri periferici arrivassero i servizi essenziali. Luce, acqua e poco altro: questo è rimasto del “sogno juarense”.
L’urbanista colombiano Edwin Aguirre, che incontriamo nel COLEF (Colegio de la Frontera Norte), prestigioso centro di studi sui problemi della frontiera, ci offre un’interessante chiave di lettura: “dagli anni ’70 ad oggi la città ha moltiplicato per cinque la popolazione. In questi quarant’anni non è stata aperta neanche una preparatoria, restano quelle che già c’erano negli anni ‘60”. La prepa nel sistema scolastico messicano equivale al Liceo e dà accesso all’università. Nessuno ha mai previsto che i figli degli immigrati di prima o seconda generazione potessero ascendere socialmente arrivando all’università. “Gli immigrati, gli operai, le operaie non sono mai stati percepiti come cittadini –commenta ancora Óscar Maynez- e la città intera si è sviluppata secondo gli interessi di poche grandi famiglie”. La gente non vive dove sarebbe più utile e comodo vivere ma dove è convenuto collocarli ai padroni della città, i Zaragoza, i Fuentes, i Vallina. Nel Messico del secolo XXI lo storico riconosce facilmente la categoria di “Repubblica oligarchica” che caratterizzò l’America latina del XIX secolo.
Per Ignacio Alvarado: “non c’è differenza tra PRI e PAN [l’ex partito di regime e il partito di destra attualmente al governo]. Tutti i sindaci, i governatori, i capi della polizia sono stati sempre designati dalla confindustria della città”. Quando negli anni ’70 il narcotraffico come lo conosciamo oggi si sostituì al contrabbando frontaliero tradizionale: “era un affare per giovani di classe medio-alta subordinati alla DNS [la polizia politica del PRI]”. Così si genera il narco juarense, strutturalmente espressione della classe dirigente della città: per quest’ultima è una forma di accumulazione primaria come il riciclaggio e il contrabbando. Si esportava droga e si importavano armi e ognuno prendeva la sua fetta.
Nel centro storico, sulla riva del Rio Bravo e del muro voluto da George Bush e che nessun Barack Obama smantellerà la maggioranza dei locali è chiuso. Ancora nel 2006 la città vecchia di Juárez era il centro della vita notturna transfrontaliera. Migliaia di statunitensi passavano la frontiera per divertirsi, ubriacarsi, perdere soldi nei casinò e comprare sesso a basso costo nei bordelli. Quando passiamo il ponte internazionale per El Paso (che si definisce orgogliosamente la seconda città più sicura degli Stati Uniti) impieghiamo due ore e mezzo in code e umilianti pratiche doganali. Al ritorno in Messico neanche ci controllano il passaporto.
A El Paso ci incontriamo con Gustavo de la Rosa, difensore dei diritti umani, minacciato di morte a Juárez e rifugiato da mesi dall’altra parte del fiume. Gustavo è oggetto di una campagna di solidarietà di Amnistia Internazionale e continua a lavorare a tempo pieno per la sua città e per i suoi studenti dell’Università di Ciudad Juárez ai quali oggi può continuare a far lezione via Internet attraverso strumenti come Skype: “i consumi idrici non mentono. In due anni se ne sono andate almeno 100.000 persone. Le classi medio-alte si sono trasferite a El Paso. Quelle operaie ritornano nel resto del Messico, a Oaxaca, Durango, Veracruz”. Il 25% delle case di Juárez oramai sono vuote. L’intero sistema economico legale è in rovina e il considerare il narco la causa e non la conseguenza di tale rovina è probabilmente un’illusione ottica data dalla contingenza della conta dei morti ammazzati.
Elizabeth Ávalos denuncia: “è comparsa la fame nei quartieri più poveri, qualcosa di sconosciuto qui. La violenza sta distruggendo posti di lavoro in tutti i settori, compreso quello informale, che in altri periodi di crisi rappresentarono un rifugio per molti”. Nell’industria la violenza, l’insicurezza sono l’occasione per un peggioramento ulteriore dei rapporti di produzione: “le maquiladoras che restano pagano salari che oramai arrivano ai 500 pesos settimanali [30 Euro]. I contratti oramai possono durare appena 15 giorni”.
Nonostante tale deregolamentazione totale dei rapporti di lavoro, in due anni le maquiladoras hanno perso 80.000 posti di lavoro rispetto ai 280.000 di appena due anni fa. Non sembra più una crisi ciclica come quelle dell’82 o del 2000, ma strutturale. Alla disarticolazione neoliberale del mercato del lavoro e alla crisi internazionale che il Messico soffre in modo particolare con la sua economia completamente dipendente dalla statunitense (il PIL è crollato del 6.5% nel 2009), Juárez aggiunge la difficoltà a districarsi tra legalità e illegalità, politica e mafia, classe dirigente e cupole criminali, impresa e narco.
Terza Parte
STATO D’ASSEDIO Da quando è stato eletto, il presidente Felipe Calderón ha dichiarato guerra al narcotraffico. La sua strategia non consiste nell’investire nella società civile e nella legalità ma nella militarizzazione del territorio attraverso il controverso esercito messicano. Questo è costruito per occuparsi dell’ordine interno e in molteplici contesti si è dimostrato essere pienamente coinvolto nel narcotraffico che dovrebbe combattere. Lo dimostra il fatto che il 16 dicembre 2009, a Cuernavaca (centinaia di km dal mare nello stato di Morelos), la DEA statunitense sia ricorsa alla Marina, nell’operazione per detenere e uccidere Arturo Beltrán Leyva, alias “il capo dei capi”. Questo, quella sera stessa, aspettava a cena il generale Leopoldo Díaz Pérez, responsabile militare dell’intera regione.
Le prime operazioni militari cominciano nel 2007 nel Michoacán, nel Guerrero e in Bassa California, quindi a Chihuahua nel 2008, per un totale di 45.000 soldati dispiegati in tutto il paese. Il punto critico di tale strategia è proprio Ciudad Juárez, la principale piazza di droga del Messico, dove si concentrano circa il 40% dei morti ammazzati dell’intera guerra, che oramai corrono verso i 20.000 senza che si riesca a cauterizzare la ferita. Anzi, la violenza non ha fatto che aumentare in proporzione alla presenza dell’esercito.
Il 31 gennaio 2010 è stato un momento topico nella storia della guerra a Juárez: quindici studenti sono stati assassinati in una festa in un quartiere popolare nel sud della città. Uno o alcuni di questi “erano coinvolti in qualcosa” ma la maggior parte erano ragazzi “normali”. L’opinione pubblica, che durante molti mesi era rimasta in silenzio, terrorizzata dall’aggravarsi quotidiano della situazione, in questa occasione ha reagito.
Dopo anni di assenza sia Calderón che il suo ministro degli Interni, Fernando Gómez-Mont, sono venuti a Juárez varie volte nel giro di un mese. Si sono scontrati con ripetute ed importanti manifestazioni di protesta nelle quali sono stati accusati di essere responsabili non solo politicamente ma anche giudiziariamente della catastrofe juarense. Il presidente ha offerto quel poco che può (o vuole): più militarizzazione della città oltre a pochi milioni di pesos da investire dopo decenni di oblio.
Troppo poco e troppo tardi hanno commentato i giornali messicani e texani di qualunque filiazione politica, filogovernativa inclusa. Al contrario la grande stampa internazionale ha evitato come sempre di calcare la mano. Preferiscono glissare sull’intera tragedia messicana, da quella economica a quella umanitaria, in quanto paese ortodossamente allineato al modello neoliberale e fedele alleato degli Stati Uniti. È il caso per esempio di El País di Madrid, che con sprezzo del ridicolo continua ad esaltare i “trionfi” (sic) di Calderón nella lotta al narcotraffico.
“Quella di Calderón è una politica di alta simulazione” è convinta al contrario Marisela Ortiz. Durante la prima visita a Juárez il presidente è stato duramente apostrofato dalla signora Luz María Dávila, madre di due degli adolescenti assassinati il 31 gennaio, un fatto simbolico che ha contribuito a denudare il re.
Obbligati per la prima volta a metterci la faccia, Calderón e Gómez-Mont hanno sostenuto in più sedi -ma in pochi hanno creduto loro- che l’esercito non è una delle cause principali della violenza. Non la pensano così la totalità degli esperti che abbiamo incontrato a Juárez: non solo l’esercito e la polizia federale giocano la loro partita nella guerra tra narcos, ma hanno importato forme di criminalità prima assenti dal contesto della città, come i sequestri di persona e la richiesta di pizzo, reati che hanno aggravato la crisi economica e contribuito alla chiusura di almeno 5.000 piccole e medie imprese in pochi mesi.
Oggi a Juárez la vita economica, sociale e politica è semplicemente impossibile. Nessuno si aspetta qualcosa dalle imminenti elezioni a governatore e a sindaco. Il PRD, il partito di centrosinistra che nel 2006 era cresciuto per la prima volta fino al 20% nel 2009 è sparito al 2%. L’UNESCO denuncia che perfino le scuole sono obbligate a pagare il pizzo perché gli studenti non siano crivellati all’uscita. Nella scuola dove lavora Marisela Ortiz un enorme manifesto invita gli studenti a non andare a casa a piedi e usare gli autobus: “non rischiare”.
Perfino l’industria più forte della città, quella funeraria, è in crisi dopo casi di minacce, attentati, sequestri e omicidi durante le stesse veglie funebri. Molti morti oramai sono seppelliti senza essere vegliati, spesso in segreto per non mettere a rischio i parenti. Conclude Elizabeth Ávalos: “sono trent’anni che i movimenti sociali denunciano che questo modello di sviluppo ci avrebbe portato alla situazione attuale. Non ci hanno mai ascoltato e quello che viviamo oggi è quanto hanno seminato”. Il fatto che il 65% dei morti sia figlio o nipote di operaie delle maquiladoras, giovani costretti a crescere con le madri impegnate da sole a sole in fabbrica per pochi pesos, senza alcuna opportunità di promozione sociale, di studio, di lavoro, conferma l’amara e lucida analisi di Elizabeth.
LA GUERRA DEL CHAPO GUZMÁN? Joaquín Guzmán Loera, 1954, soprannominato “el Chapo”, capo del Cartello di Sinaloa (stato settentrionale sulla costa pacifica), è probabilmente il più importante narcotrafficante al mondo. Secondo il periodico statunitense Forbes ha accumulato una fortuna di un miliardo di dollari ed è tra le 40 persone più influenti del pianeta.
Arrestato nel 1989 riuscì a scappare dal carcere di massima sicurezza di Puente Grande nel 2001, subito dopo che il partito di destra del PAN era arrivato al potere dopo 70 anni di regime priista. Chi avrebbe gestito la sua fuga sarebbe stato lo stesso Procuratore Generale della Repubblica all’epoca di Vicente Fox, Eduardo Medina-Mora. Oggi solo la DEA statunitense sembra essere interessata alla sua cattura, già che Calderón, un presidente che non parla mai di corruzione in uno dei paesi più corrotti del pianeta, non mostra nessuna fretta di arrestarlo.
La logica dell’uso dell’esercito e della polizia federale, “operazioni congiunte” come vengono chiamate, nel Chihuaua e negli altri stati risponde solo teoricamente alla strategia concordata in una riunione segreta con la DEA nei primissimi giorni di governo di Felipe Calderón: sterminare i cartelli minori e “controllare” i maggiori. Quello che appare sotto i nostri occhi è che il governo abbia “mal interpretato” la linea della DEA e invece di tenere sotto controllo il Cartello di Sinaloa collabori con questo nel conflitto con gli altri.
Molteplici ricerche, inchieste giornalistiche e le testimonianze raccolte a Juárez raccontano di una guerra dove il Chapo entra a Juárez solo quando può contare sull’aiuto militare. L’esercito, lo stesso partito di governo, il PAN, e la polizia federale a Juárez sarebbero, secondo le diverse interpretazioni di una stessa dinamica, alleati, subordinati o manovratori di Guzmán. Qual che sia la correlazione di potere, solo con tale aiuto Guzmán ha potuto mettere la sua “gente nuova” a controllare lo spaccio al posto delle bande annichilate dall’esercito. Quello che è sicuro è che chi ha deciso di scatenare la guerra per il controllo di Ciudad Juárez -che sia il Chapo, Calderón, l’esercito o la DEA- due anni e 4.700 morti dopo non è ancora riuscito a vincere.
Se il cartello del Chapo è considerato l’espressione imprenditoriale e professionale del narcotraffico, quello di Juárez, implicato in passato in vari femminicidi, appare come una struttura criminale tradizionale che non ha il know how per gestire quella che oramai ha sorpassato il petrolio come maggior industria del paese. È però un cartello particolarmente radicato nella società e nella classe dirigente della città. A Juárez gioca in casa e il prezzo del tradimento è la morte. Controlla ancora la polizia locale e può contare come carne da cannone su quell’infinita generazione perduta di figli e nipoti delle maquiladoras. Tra i 30-40 Euro alla settimana che pagano in fabbrica e gli almeno mille che garantiscono i cartelli per troppi giovani non c’è alternativa. Così “la Línea” (anche così si chiamano i narcos locali) è sopravvissuta nel 2008 alla valanga dell’arrivo dell’esercito e nel 2009 è riuscita a contrattaccare utilizzando perfino tattiche di guerriglia.
In questo contesto, da parte del Chapo, il senso del massacro degli studenti il 31 gennaio sarebbe stato quello di creare un evento mediatico per permettere all’ “alleato” Calderón un’ulteriore e definitiva militarizzazione della città. Con una Juárez inondata di soldati, potrebbero arrivare a 50.000 secondo alcune fonti, si riuscirebbe ad eliminare fisicamente il Cartello di Juárez a un prezzo di morti, stupri e sparizioni di persone forse senza precedenti persino nella storia violenta del paese. Ma il Cartello di Juárez non verrebbe sterminato per sconfiggere il crimine ma solo per sostituirlo con un altro cartello considerato più affidabile.
Mentre il livello di violenza continua ad alzarsi e una madre a Juárez può morire perché ha un’automobile simile a quella di un narco inseguito da sicari poco scrupolosi, uno dei nostri intervistati ci esprime un sentimento condiviso da molti: “la cosa migliore per Juárez sarebbe che vincesse il Chapo e pacificasse alla sua maniera la città”. È un’espressione di realismo forse, ma manifesta anche che la stanchezza, la paura, il male di vivere a Juárez nel 2010 rendono questa città una sorta di Saigon alla vigilia dell’entrata dei Vietcong. Prima di allora ci saranno ancora migliaia di morti e centinaia di migliaia di rifugiati in questa guerra che al complesso mediatico mondiale non interessa raccontare anche perché testimonia il percorso storico del neoliberismo: con la società civile smantellata e se tutto quello che è profitto è accettabile, la vittoria sorriderà ai “Chapo Guzmán”, il più moderno degli imprenditori neoliberali.
The Heart of Jenin
Ringrazio l’assessore Forma di avermi dato la possibilità di salutare un amico Ismael Khatib il padre di Ahamad, il bambino palestinese ucciso a 12 anni da un cecchino israeliano, i cui organi sono stati donati a 5 bambini israeliani.
Mercoledì 17 marzo 2010, al Liceo Scientifico “A.Pacinotti” della Spezia è stato proiettato il film “The Heart of Jenin” che racconta proprio la storia di Ahamad.
Ho conosciuto Ismael a Jenin quando ero Assessore alla Cooperazione Internazionale in uno dei viaggi in Palestina per la costruzione di un Centro Sociale giovanile. Il gesto compiuto dalla famiglia è un bellissimo ed importante gesto di pace e vedere la ricostruzione degli avvenimenti è stato un ritorno al passato (ma anche al presente) che ha generato forti emozioni.
Ismael è un uomo con il sorriso nel volto ma con tanta tristezza interiore con il quale, nel poco tempo a disposizione che abbiamo avuto per raccontarci e salutarci, ho passato momenti intensissimi. Ad Ismael ho fatto vedere la foto di suo figlio che mi aveva donato e che con tanta tristezza ho conservato.
Ho potuto presentargli i miei figli, lui ha preso il più piccolo in braccio e lo ha stretto come se fosse suo figlio; li ho capito che nonostante la lontananza il ricordo di quei momenti particolarmente difficili sono stati per me ed anche per lui un legame profondo, l’ unione di chi come noi vuole costruire una pace che permetta a tutti i bambini di vivere in serenità.
Massimo Carosi
Già Assessore alla Cooperazione Internazionale
Kosovo, il vicino problematico
A due anni dalla dichiarazione di indipendenza del Kosovo, l’Unione europea è ancora incapace di elaborare una politica coerente per i Balcani occidentali.
Le divisioni interne all’Ue in materia continuano ad aggravarsi, e il rischio non è solo di far naufragare l’ingresso della Serbia nell’Unione ma anche di destabilizzare la regione. Dopo la controversia provocata dall’infelice strategia per il nord, il cosiddetto quintetto per il Kosovo, formato da Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia e Stati Uniti sta esercitando pressioni diplomatiche ancora più forti sulla Serbia perché non si opponga all’indipendenza del Kosovo.
Al contrario, la Spagna, che da gennaio è titolare della presidenza dell’Ue, esorta a riprendere i negoziati e auspica un accordo che soddisfi entrambe le parti. Fonti kosovare hanno fatto sapere che se i serbi nel nord continueranno a opporsi all’integrazione, gli albanesi nel sudest della Serbia potrebbero decidere di unirsi al Kosovo. Anche se rappresenta una posizione di minoranza nell’Ue, la proposta della Spagna costituisce il modo più costruttivo per superare l’impasse sullo status del Kosovo e portare finalmente una pace duratura nella regione.
Il tono aggressivo
Di recente il quintetto ha inviato un messaggio forte al ministro degli esteri serbo Vuk Jeremic, dichiarando in un comunicato che “finora abbiamo tollerato il tono aggressivo della Serbia nei confronti del Kosovo perché credevamo che col tempo avrebbe finito per accantonare questa faccenda”, e ha intimato alla Serbia di astenersi da “azioni avventate” quando il Tribunale penale internazionale emetterà il verdetto sulla legittimità dell’indipendenza del Kosovo.
Non è chiaro, però, che cosa intenda dire esattamente il quintetto parlando di “tono aggressivo” e di “azioni avventate”. Jeremic ha proposto una riunione speciale dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite subito dopo il verdetto del Tribunale dell’Aja, allo scopo di garantire pieno appoggio a nuovi negoziati per una definizione dello status del Kosovo. Simili iniziative mirano a rispettare la promessa della Serbia di utilizzare mezzi pacifici, diplomatici e legali per contrastare l’indipendenza del Kosovo.
La Serbia in difficoltà
La Spagna, uno dei cinque stati membri dell’Ue (oltre a Grecia, Cipro, Slovacchia e Romania) che si rifiutano di riconoscere l’indipendenza del Kosovo, appoggia da tempo la posizione della Serbia, consapevole del potenziale rischio di congelare il conflitto nei Balcani, che potrebbe complicare ulteriormente l’avvicinamento della regione all’Ue.
Iñigo de Palacio, ambasciatore spagnolo a Belgrado, ha dichiarato di recente che “sarebbe davvero un paradosso se la Serbia, che sta facendo molti sforzi per trovare una soluzione con il dialogo e i negoziati, fosse punita e ostacolata nel suo cammino verso l’integrazione europea”. I due requisiti voluti dall’Ue, buone relazioni di vicinato e cooperazione costruttiva nella regione, finiranno per diventare le principali leve utilizzate contro la Serbia dai protagonisti dell’indipendenza del Kosovo.
Mentre le incertezze sullo status del Kosovo continuano ad aumentare, il presidente dell’assemblea del Kosovo Jakup Krasniqi ha più volte pronunciato discorsi secessionisti e aggressivi. Il segretario serbo per il Kosovo Oliver Ivanovic ha esortato la comunità internazionale a condannare la sua “propaganda di guerra”, ma non ha ancora avuto risposta. Alla luce di queste minacce, le dichiarazioni secondo cui l’indipendenza del Kosovo contribuisce alla pace e alla stabilità della regione paiono ancora meno realistiche.
Un’occasione per il soft power dell’Ue
Secondo Catherine Ashton, Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell’Unione europea, che il 18 febbraio dovrebbe recarsi in visita a Belgrado, i Balcani occidentali rappresentano una delle sfide prioritarie della sua agenda, che rischia di erodere ulteriormente le aspirazioni dell’Ue a un ruolo da protagonista sulla scena internazionale.
Con l’avvicinarsi del verdetto del Tribunale penale internazionale, considerare la proposta potrebbe offrire all’Ue l’occasione di garantire una soluzione sostenibile alla questione dello status del Kosovo. Una soluzione basata sul soft power di cui l’Ue è capace. Continuare a seguire la strada attuale potrebbe pregiudicare l’intera strategia per la regione, soprattutto in Bosnia ed Erzegovina, e compromettere lo sviluppo di una politica efficace e coerente.
Ian Bancroft, The Guardian – EU divisions over Kosovo get deeper
(traduzione di Anna Bissanti)













