Ferrero: “Rifinanziamento missione militare Afghanistan ennesimo spreco di denaro pubblico per una causa sbagliata”

21 settembre 2014, by  
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La Camera ha dato via libera al rifinanziamento delle missioni internazionali delle forze armate e di polizia tra cui la missione militare in Afghanistan per la quale sono stanziati ben 185 milioni di euro.

In Afghanistan la situazione è sempre più drammatica e la presenza delle truppe occidentali non ha fatto altro che peggiorare la situazione.

Al contrario di quanto ci chiede il guerrafondaio Obama, occorre ridurre le spese militari a partire dal ritiro delle truppe in Afghanistan: bisogna lavorare per la pace, non alimentare le guerre.

 

Paolo Ferrero,

segretario nazionale Prc

Sciopero generale 6 settembre: lettera aperta di Sergio Olivieri al segretario regionale Cgil Renzo Miroglio

13 settembre 2011, by  
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Caro Miroglio, cari compagni,

desidero esprimervi il pieno e convinto sostegno del Partito della Rifondazione Comunista della Liguria allo Sciopero Generale indetto dalla Cgil per il 6 settembre.

Al di là del balletto quotidiano relativo alle modifiche su questo o quel punto, la manovra economica messa in campo dal Governo va respinta con forza perché pesa tutta sulle spalle di lavoratori, giovani e pensionati e non colpisce le vaste aree del privilegio, della speculazione e della ricchezza.

Di ben altre misure ci sarebbe bisogno: per esempio di una patrimoniale e di una riduzione delle spese militari, a partire da quelle relative alla partecipazione alle guerre in Afghanistan e Libia.

Siano quindi impegnati in tutta la Liguria per la riuscita dello Sciopero Generale del 6 settembre che vediamo come l’avvio di un percorso di lotta sociale per impedire che il nostro Paese percorra la stessa strada della Grecia e per costruire un’altra Europa e un altro modello economico.

Sergio Olivieri

Segretario regionale di Rifondazione Comunista – Federazione della Sinistra

Chi ha paura delle rivoluzioni?

3 febbraio 2011, by  
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di Slavoj Žižek*, tratto da Internazionale.

Una delle cose che colpisce di più, nelle rivolte scoppiate in Tunisia e in Egitto, è l’evidente assenza del fondamentalismo islamico. Nella migliore tradizione della democrazia laica, le persone si sono semplicemente ribellate contro un regime oppressivo e corrotto e contro la povertà, chiedendo libertà e speranza economica.

È stata così smentita la cinica visione dei liberali occidentali, convinti che nei paesi arabi i sentimenti democratici riguardino solo una ristretta élite liberale, mentre la stragrande maggioranza della popolazione si lascia mobilitare solo attraverso il fondamentalismo religioso o il nazionalismo. Ora la domanda è: cosa succederà? Chi uscirà vincitore sul piano politico?

Quando è stato nominato un governo provvisorio in Tunisia, si è deciso di escluderne gli esponenti dei partiti islamici e della sinistra più radicale. Commento gongolante dei liberali: bene, tanto sono la stessa cosa, due estremi totalitaristici. Ma è davvero tutto così semplice? E se invece l’antagonismo principale e a lungo termine fosse proprio quello tra gli islamisti e la sinistra?

Anche se sono momentaneamente uniti contro il regime, avvicinandosi alla vittoria la loro unione si spezzerà, e le due parti cominceranno una lotta mortale, probabilmente più crudele di quella portata avanti contro il nemico comune.

La fine della rivoluzione verde
Non è andata forse così in Iran, dopo le ultime elezioni? Centinaia di migliaia di sostenitori di Mir Hossein Mousavi si sono ribellati in nome del sogno popolare che aveva ispirato la rivoluzione di Khomeini: libertà e giustizia. Anche se è un’utopia, quel sogno ha provocato un’incredibile esplosione di creatività politica e sociale, nuove forme di organizzazione e dibattiti tra gli studenti e tra la gente comune. È stata un’autentica apertura, che ha scatenato forze fin lì sconosciute e decise a promuovere una trasformazione sociale. Ma quel momento in cui tutto sembrava possibile è stato a poco a poco soffocato dall’insediamento dell’establishment islamico ai vertici del potere.

Anche di fronte a movimenti dichiaratamente fondamentalisti, non bisognerebbe mai trascurare la loro componente sociale. I taliban sono regolarmente descritti come un gruppo fondamentalista islamico che impone il suo dominio con il terrore. Tuttavia, quando nella primavera del 2009 hanno preso il controllo del distretto di Swat, in Pakistan, il New York Times ha scritto che i taliban avevano “architettato una rivolta di classe, sfruttando le profonde fratture tra un gruppo ristretto di ricchi proprietari terrieri e gli agricoltori senza terra”.

Quindi, secondo il quotidiano, i taliban hanno “approfittato” della miseria dei contadini, creando una “situazione rischiosa per il Pakistan, un paese ancora in gran parte feudale”. Per quale motivo, verrebbe da chiedersi, gli Stati Uniti e i liberal-democratici in Pakistan non hanno “approfittato” anche loro di questa miseria per provare a difendere i contadini senza terra? Forse perché le forze feudali in Pakistan sono alleate naturali della democrazia liberale?

La logica conclusione è che l’ascesa dell’islamismo radicale è sempre andata di pari passo con la scomparsa della sinistra laica nei paesi musulmani. L’Afghanistan è descritto come il paese islamico e fondamentalista per eccellenza: chi ricorda, oggi, che quarant’anni fa era un paese con una forte tradizione secolare, dove un potente partito comunista aveva preso il potere indipendentemente dall’Unione Sovietica? Che fine ha fatto quella tradizione secolare?

Allearsi per vincere
È alla luce di questi fatti che dobbiamo leggere quando sta succedendo in Tunisia e in Egitto (e in Yemen e, speriamo, anche in Arabia Saudita). Se la situazione dovesse stabilizzarsi e il vecchio regime riuscisse a sopravvivere con qualche ritocco, la reazione fondamentalista sarebbe inarrestabile. Per salvare la loro fondamentale eredità, i liberali hanno bisogno dell’aiuto fraterno della sinistra radicale.

Tornando all’Egitto, il commento più vergognoso e pericolosamente opportunista è stato quello di Tony Blair, riportato dalla Cnn: il cambiamento è necessario, ma dev’essere un cambiamento stabile. Un cambiamento stabile, oggi, in Egitto, può voler dire solo una cosa: un compromesso con le forze di Mubarak, che porterebbe a un piccolo allargamento della cerchia di potere. Ecco perché parlare di transizione pacifica, ora, è scandaloso: soffocando l’opposizione, Mubarak ha reso quest’ipotesi impossibile.

Dopo che Mubarak ha inviato l’esercito contro i manifestanti, l’alternativa è diventata chiara: o un ritocco di facciata, in cui qualcosa cambia perché tutto possa rimanere uguale, o una vera rottura.

È il momento della verità: nessuno può affermare, com’è successo per l’Algeria dieci anni fa, che permettere elezioni libere equivarrebbe a consegnare il potere ai fondamentalisti islamici. I liberali hanno anche un’altra preoccupazione. Quando Mubarak uscirà di scena, dicono, non ci sarà nessuna forza politica organizzata per sostituirlo. Che scoperta: ci ha pensato Mubarak a trasformare qualunque forma di opposizione in un dettaglio decorativo, con un risultato che ricorda la trama di Dieci piccoli indiani di Agatha Christie. L’argomento a favore di Mubarak – o lui o il caos – è in realtà un argomento a suo sfavore.

L’ipocrisia dei liberal occidentali lascia senza parole: pubblicamente hanno sempre sostenuto la democrazia, ma ora che la gente si rivolta contro i tiranni in nome della libertà e della giustizia, e non in nome della religione, ecco che si preoccupano. Perché preoccuparsi? Perché non rallegrarsi del fatto che la libertà potrebbe trionfare? Oggi più che mai vale il vecchio motto di Mao Zedong: “Grande è la confusione sotto il cielo – la situazione è ottima”.

Dov’è, quindi, che dovrebbe andare Mubarak? Anche qui, la risposta è ovvia: all’Aja. Se c’è un leader che merita di finire lì, è lui.

(Traduzione di Francesca Spinelli)

*È un filosofo e studioso di psicoanalisi sloveno. Il suo ultimo libro è Dalla tragedia alla farsa (Ponte alle grazie 2010).

Romeo e Sommovigo: “Sul ritiro dei soldati italiani dall’Afghanistan il PD si ritrova alla fine più a destra del PDL”

27 ottobre 2010, by  
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Questo è quanto emerso riguardo un ordine del giorno presentato ieri sera in consiglio provinciale da parte del consigliere  Salvatore Romeo di Rifondazione Comunista e Pierluigi Sommovigo dei Comunisti Italiani che, ricordando l’assurdità della guerra quale strumento per “esportare la Democrazia”, chiedevano il ritiro delle nostra truppe dall’Afghanistan.

Dopo un’appassionata discussione, protrattasi sino alla mezzanotte, contraddicendo la propria dichiarazione di voto che preannunciava un voto di astensione sul documento comunista, i consiglieri del PD, per essere certi che il documento non passasse, chiedevano la sospensione del Consiglio.

Al rientro in aula l’astensione dichiarata poco prima dal capogruppo PD si era trasformata con sorpresa generale in voto contrario con l’accodamento della consigliera Guassone di Sd.

Vibrata e forte la reazione dei consiglieri Sommovigo e Romeo che accusavano i consiglieri del PD di contraddire se stessi nell’arco di dieci minuti e di ribaltare la propria espressione di voto, non per questioni di merito, ma esclusivamente con l’obiettivo di rigettare il documento comunista che con l’astensione espressa poi dal PDL sarebbe passato in sede di votazione.

Alla fine l’OdG veniva votato da Rifondazione, PdCI e IDV con l’astensione del PDL e il voto contrario del PD, Sd e del neo gruppo Futuro e Libertà del consigliere Greco.

Se questo è il prezzo politico da pagare per ingraziarsi le simpatie di Casini, Fini ecc, che giudichino tranquillamente i cittadini.

Salvatore Romeo (capogruppo RC in consiglio provinciale della Spezia)
Pierluigi Sommovigo (capogruppo PdCI in consiglio provinciale della Spezia)

Noi stiamo con Emergency

13 aprile 2010, by  
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Sabato 10 aprile militari afgani e della coalizione internazionale hanno attaccato il Centro chirurgico di Emergency a Lashkar-gah e portato via membri dello staff nazionale e internazionale. Tra questi ci sono tre cittadini italiani: Matteo Dell’Aira, Marco Garatti e Matteo Pagani.

Emergency è indipendente e neutrale. Dal 1999 a oggi EMERGENCY ha curato gratuitamente oltre 2.500.000 cittadini afgani e costruito tre ospedali, un centro di maternità e una rete di 28 posti di primo soccorso.

FIRMATE L’APPELLO…  QUI www.emergency.it

PER SAPERNE DI PIU’ www.peacereporter.it

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