“Uranio a Pitelli? Ora basta. Le autorità facciano chiarezza, subito”

16 giugno 2014, by  
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Inaccettabile. Semplicemente inaccettabile scoprire dalle immagine dei giornali che da nuovi scavi nella discarica di Pitelli emergano sacchi con intestazioni militari e riferimenti ad uranio.
 
Non più tardi di qualche mese fa transitava nel nostro golfo carichi di combustibile, nel silenzio delle autorità e nell’inconsapevolezza della comunità. All’indomani della trasmissione Report, si sono susseguite le stigmatizzazioni, di tutti e di tutto. Pitelli è una realtà, una collina piena di veleni. L’irresponsabilità e la sfrontatezza di che governa il nostro territorio come un sistema feudale ha portato a gioirne la declassazione da Sito di interessa nazionale, di competenza del ministero, a sito regionale. L’irresponsabilità vorrebbe che tutto ciò che è nascosto in quella ferita, in quello stupro del nostro territorio venga tombato, con sottostante materiali di enorme pericolosità come uranio.
 
Abbiamo da sempre chiesto un percorso di bonifica, ma oggi più che mai occorre verità e trasparenza in ciò che accade. Per questo Rifondazione chiederà in tutte le sedi istituzionali in cui è presente informazioni e chiarezza e che venga ripristinato al più presto il sito di interesse nazionale. Ci attendiamo da parte delle medesime la disponibilità affinché venga chiarito come sia possibile che materiale militare e radioattivo siano presenti in una discarica civile.


Rifondazione Comunista La Spezia

I veleni di Pitelli non hanno colpevoli

15 marzo 2011, by  
Archiviato in Ambiente, Primo piano

tratto da Liberazione del 15 marzo 2011

La Spezia per molti vuol dire la visita di leva, per altri la missione in arsenale, per altri ancora quella che chiamano “la più provinciale delle provincie italiane”: una nota fabbrica di armi, arsenali militari, caserme Nato, l’unico rigassificatore funzionante, una tra le centrali a carbone più grandi nel paese.

Per pochi La Spezia vuol dire la collina di Pitelli, un promontorio che sovrasta il golfo dei poeti in cui c’è nascosto un orrore, una ferita morale, etica ed ambientale che ha lacerato l’animo di una comunità e tolto la vita a dei lavoratori, una discarica di rifiuti tossici sequestrata nel 1996 dalla forestale, su ordine della procura di Asti, in cui rimangono tombati veleni di ogni sorta, un totem dell’impunità e del malaffare.

Quella ferita ha portato con se la morte e devastazione ambientale di un gioiello naturalistico del nostro paese, una finestra su quel golfo che incantò Byron, Shelley e tanti altri. Oggi quella ferita è stata riaperta dalla sentenza di primo grado del tribunale ligure che assolve tutti gli imputati. «Il fatto non sussiste» in una formula dubitativa da codicillo, ma che lascia concretamente senza Giustizia un’intera comunità.

Non riconoscere i colpevoli del disastro ambientale alla discarica di Pitelli, un vero scandalo nazionale che ha fatto epoca, ha raggelato un’intera comunità, ha polverizzato decenni di lotte, a vanificato aspettative, disincantato i protagonisti di una battaglia di civiltà.

Un processo vissuto con l’angoscia della prescrizione, ora chiude con quel comma dubitativo che, dopo otto anni, nega il disastro ambientale che diede il nome alla “collina dei veleni”, una macchia indelebile nella storia di questo Paese che andrà a far compagnia agli innumerevoli coincidenze, misteri e scandali italiani rimasti per sempre impuniti.

Una coincidenza che quella collina avvelenata sovrasta il porto che ospitò per ultimo la Jolly Rosso, quella nave che portò sulle spiagge della Calabria i veleni che teneva nel suo ventre, con la sua storia e con quel misterioso naufragio. Una coincidenza che tutt’oggi pentiti mafiosi dichiarino la presenza di “navi dei veleni” al largo nei nostri mari.

La storia si ripete sempre due volte, la prima volta in tragedia la seconda in farsa: il giorno della sentenza-Pitelli, il governo approva in Consiglio dei Ministri della cosiddetta “riforma” della Giustizia, il compimento del disegno eversivo-piduista, la giustizia al servizio dei potenti e di chi ha interesse ad occultare la verità a scapito dei cittadini.

Pitelli, tutti assolti. Ma lo scempio di chi ha usato un bene comune come il nostro territorio per fare profitto a scapito della salute, della vita della gente, la storia, le vite spezzate, le malattie non saranno mai cancellate da una sentenza, e non le dimenticheremo.

William Domenichini
Resp.Ambiente e beni comuni – PRC La Spezia

La collina dei veleni è senza colpevoli

11 marzo 2011, by  
Archiviato in Ambiente, Primo piano

Tutti assolti perché «il fatto non sussiste». Si conclude nel nulla il processo sul sotterramento di rifiuti tossici nella discarica spezzina, che ha provocato uno dei peggiori disastri ecologici nella storia d’Italia. A nulla sono servite le denunce presentate da associazioni e cittadini Dopo 15 anni di inchieste, tutti assolti gli undici imputati per il disastro ambientale di Pitelli, a La Spezia È un silenzio plumbeo quello che ieri è calato sulla collina dei veleni.

La discarica di Pitelli – che sovrasta il golfo dei poeti di La Spezia – è ormai chiusa dal 1996, quando la forestale sequestrò definitivamente gli impianti, eseguendo un ordine arrivato dalla procura di Asti. Ma le quattro vasche cariche di veleni, che i tecnici ritengono ormai non più bonificabili, rimarranno come un monumento eterno all’Italia dell’impunità. Non c’è un colpevole, non è stato commesso nessun reato, questo hanno detto i giudici, dopo una camera di consiglio di poche ore, terminata con la sentenza di assoluzione per tutti gli imputati. «Il fatto non sussiste», recita con freddezza il codice. Con un dubbio finale, contenuto nel secondo comma dell’articolo 530 del codice di procedura penale, citato nel dispositivo, che corrisponde grosso modo all’insufficienza di prove del vecchio codice di procedura penale.

Ora la città di La Spezia rimarrà ancora una volta sola di fronte ad un dubbio, che si trascina da decenni: come è stato possibile veder crescere la più grande discarica di rifiuti industriali nel mezzo di una zona che era stata dichiarata a tutela paesaggistica? «Qui per la legge non si poteva neanche cogliere un fiore», aveva spiegato Roberto Lamma, avvocato di Legambiente, parte civile nel processo. Eppure dall’agosto del 1976 Orazio Duvia, un imprenditore con un passato sostanzialmente incolore e sconosciuto, aveva costruito un vero e proprio impero della monnezza sui terreni che dominano il golfo di La Spezia. Roba pesante, a leggere le perizie. Fusti che provenivano da tutta Italia, svuotati in quattro invasi costruiti uno sopra l’altro, grazie all’intero sistema politico, amministrativo e giudiziario che per anni non ha voluto vedere quello che stava accadendo.

Ci volle la tenacia di Luciano Tarditi, un pubblico ministero di Asti, per scoperchiare il vaso di Pandora di Pitelli. «I colleghi di La Spezia mi dissero che data la gravità del problema – raccontò Tarditi davanti alla commissione rifiuti presieduta da Massimo Scalia – sarebbe stato opportuno che se ne occupasse una procura di fuori». Un’ombra che pesava sulla città che per un decennio aveva ignorato le tante denunce presentate da cittadini e associazioni ambientaliste sulla discarica che cresceva sulla collina. Un sospetto che si rafforzò quando si scoprì che alcuni ufficiali di polizia giudiziaria svolgevano un secondo lavoro pomeridiano negli uffici di Orazio Duvia, il padrone di Pitelli. Ci vorranno novanta giorni ora per poter leggere le motivazioni di una sentenza che – codice alla mano – lascia aperta la porta del dubbio. I giudici dovranno chiarire perché non può essere considerato «disastro ambientale doloso» lo sversamento continuo e indisturbato di veleni per i vent’anni di funzionamento della discarica. Dovremo capire per quale motivo Orazio Duvia confessò, quando venne arrestato nel 1996, di aver sistematicamente corrotto «funzionari istruttori, dipendenti di enti pubblici, partiti, politici con ruoli decisionali», come si legge nel rinvio a giudizio. Una accusa, quella di corruzione, che venne confermata dal ritrovamento di un vero e proprio brogliaccio delle tangenti, un libro a partita doppia dei soldi versati per anni. Un reato finito in prescrizione, già diversi anni fa.

Alla fine della fase preliminare del processo era rimasto in piedi solo il reato di disastro ambientale doloso, che, per la sua gravità, ha tempi di prescrizione molto più lunghi. Un vero e proprio macigno che pendeva sulla testa degli undici imputati coinvolti. Non tutti si sentivano così sicuri di arrivare ad una assoluzione, di fronte alla gravità delle accuse: Giancarlo Motta – uno dei principali soci di Orazio Duvia nella Sistemi Ambientali, l’impresa che ha gestito l’ultima fase della storia di Pitelli – aveva chiesto di poter patteggiare. Non ci fu l’accordo con la Procura, che riteneva la pena proposta eccessivamente ridotta. Un episodio processuale che oggi suona come una beffa. Le udienze si sono svolte nella sostanziale indifferenza della città.

Il principale imputato, Orazio Duvia, non si è mai fatto vedere in Tribunale, preferendo mandare il suo braccio destro Franco Bertolla ad annotare quello che accadeva. Non sono solo gli imputati i grandi assenti. Buona parte delle testimonianze sono state titubanti, non confermando molto spesso il quadro emerso durante le indagini preliminari. «Spesso i testimoni venivano ammoniti che quello che avrebbero dichiarato poteva essere utilizzato contro di loro», ricorda Corrado Cucciniello dei comitati di Pitelli. Il collegio non ha poi ritenuto di ammettere la visione di un video realizzato dalla Forestale di La Spezia, che descriveva nei dettagli come si era trasformata la collina dei veleni. Immagini che potevano creare suggestione, venne detto.

Eppure le indagini condotte dalla forestale di La Spezia erano state puntigliose, precise nella descrizione dei rifiuti accolti dalla discarica di Pitelli. «Tre milioni di kg di rifiuti tossico nocivi, scarti di specialità medicinali dell’industria farmaceutica, 17.800 tonnellate di scorie da attività di termodistruzione di rifiuti solidi urbani, 116 tonnellate di fanghi, solventi vari quali toluene, xilene e benzene, fusti contenti terre di bonifica, solventi organici, ceneri leggere, fibrocemento, polveri di abbattimento dei fumi di fonderia, scorie alluminose e altro materiale non identificato», recitava il capo di imputazione. Sostanze in grado di distruggere ogni forma di vita dove venivano sversate. O di uccidere, se inalate o ingerite da un essere umano. Indagini che non sono bastate per accertare il disastro ambientale. È impressionante oggi scorrere il libro nero di Pitelli, ovvero la cartina d’Italia virtuale che mostra la provenienza di buona parte dei rifiuti tossici.

Oltre a La Spezia i luoghi d’origine dei veleni di Pitelli andavano dalla Lombardia alla Toscana, dal Piemonte al Molise, in una sorta di nodo centrale dove confluivano carichi di veleni e interessi mai approfonditi fino in fondo. Un centro di interessi dove doveva terminare l’ultimo viaggio del capitano De Grazia, morto sulla strada per La Spezia, alla ricerca di una verità ancora lontana.

di Andrea Palladino – www.ilmanifesto.it