Morte di Franco Olivieri, Prc La Spezia: “Addio al compagno Aquila Rossa, protagonista di epiche battaglie sindacali”

2 ottobre 2017, by  
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La federazione spezzina di Rifondazione Comunista esprime profondo cordoglio per la scomparsa di Franco “Aquila Rossa” Olivieri, storico sindacalista Cgil e attivista di Lotta Comunista negli anni ’70. 

Franco era un compagno valoroso e brillante, collega e amico del nostro indimenticabile segretario Aldo Lombardi col quale compì l’indimenticabile impresa della scalata della ciminiera dell’Enel al culmine di una battaglia sindacale che vinsero dopo una nottata trascorsa a 120 metri di altezza. Fu un’impresa eccezionale che difficilmente sarà dimenticata in città.
 
Alla sua famiglia vanno tutte le nostre più sincere condoglianze in questo triste momento.
 
Rifondazione Comunista, federazione della Spezia

Prc Levanto: “Lutto per la scomparsa del compagno Franco Fanelli. Se ne va un altro pezzo di storia del nostro partito”

17 luglio 2017, by  
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La federazione spezzina di Rifondazione Comunista e il circolo Prc “Che Guevara” di Levanto piangono la prematura scomparsa del compagno Franco Fanelli, avvenuta nella giornata di sabato 15 luglio scorso. Franco ci ha lasciato troppo presto, all’età di 67 anni, e con lui se ne va un altro importante pezzo di storia del nostro partito.

Il compagno Franco era un comunista e antifascista di ferro, cresciuto dentro valori in cui ha creduto per tutta una vita e di cui è andato fiero fino all’ultimo giorno, così come la militanza nell’Anpi e nella Croce Rossa di Levanto. Non a caso Franco nelle ultime sue volontà ha chiesto un funerale assolutamente laico, da tenersi presso al sede della CRI levantese, circondato da sole bandiere rosse e dentro una bara rossa. Il funerale si terrà questo pomeriggio alle 16 presso l’ex stazione FS di Levanto di piazza Mazzini, oggi sede della Croce Rossa. Ci stringiamo ai compagni, gli amici e la famiglia del compagno Fanelli in questo momento di grande dolore.

Rifondazione  Comunista, federazione provinciale La Spezia
 
Circolo “Che Guevara” Levanto

“Lutto per la scomparsa del compagno Augusto Caffaz, poeta, attore, autore, rivoluzionario”

7 novembre 2016, by  
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Se n’è andato ieri, a 73 anni, il compagno Augusto Caffaz.
 
Molto conosciuto in città, storico militante della sinistra di alternativa spezzina e uomo sempre fieramente “contro”, si è spento all’ospedale di Sarzana dopo un terribile ictus che lo aveva colpito circa due anni fa e dal quale non si era più ripreso.
 
Ex insegnante di lettere, Augusto è stato un vero e proprio protagonista del ’68 spezzino e non solo, fieramente e indissolubilmente trotzkista e storico militante di Rifondazione fino al 2009, quando aderì a Sinistra Critica.
 
Un comunista critico, coltissimo e pieno di ironia e autoironia, presente in ogni conflitto sociale, dalle lotte operaie al movimento antirazzista, dalle lotte contro la precarietà alla difesa dell’acqua pubblica e dell’ambiente, per non parlare della sua fiera militanza al fianco del popolo palestinese, lui che vantava con orgoglio le proprie origini ebraiche, a testimonianza assoluta del suo perenne spirito ribelle e rivoluzionario.
 
Oltre ad essere un fautore della controinformazione (celebri i suoi fogli “ciclostilati in proprio” e la diffusone della rivista Erre) Augusto è stato anche un brillante attore, poeta e autore teatrale, dalla ferrea scuola brechtiana. 
 
Credeva fortemente nel teatro come strumento di coscienza rivoluzionaria: le sue opere sono state portate in scena fino a pochissimi mesi fa e certamente continueranno a vivere sulle nostre scene. 
Sono moltissimi i ricordi che ci legano a lui, troppi da poter rievocare ora.
 
La federazione spezzina di Rifondazione Comunista piange la morte di un grande compagno e si stringe nel dolore ai familiari, agli amici e ai tantissimi che hanno avuto l’onore e il privilegio di conoscerlo.
I funerali si terranno in forma laica martedì 8 novembre alle 11.30 al cimitero dei Boschetti della Spezia. 
Il destino ha voluto che Augusto ci lasciasse proprio in corrispondenza del 99° anniversario della Rivoluzione d’Ottobre. 
 
Ci piace pensare, con il sorriso che sempre lo ha contraddistinto, che Augusto abbia voluto farci un ultimo, grande, “coupe de theatre”.
 
Ciao Augusto, non ti dimenticheremo, che la terra ti sia lieve e…. viva la Rivoluzione!
 
Rifondazione Comunista, federazione provinciale La Spezia

Ferrero: “Ciao, compagno Dario”

14 ottobre 2016, by  
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Con Dario Fo perdiamo non solo uno dei più grandi esponenti della cultura italiana, del teatro, dell’arte, un Nobel, un drammaturgo ed un attore straordinario. 

Perdiamo un compagno, un uomo che da sempre, con Franca Rame, scelse coraggiosamente e coerentemente di stare dalla parte degli oppressi, contro ogni censura, di irridere sempre il potere, senza mai rimanerne affascinato. Un saluto a pugno chiuso, che la terra ti sia lieve.

Paolo Ferrero,
segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

Prc La Spezia e Anpi Follo: “Lutto per la scomparsa del compagno Rino Ciuffardi”

10 settembre 2016, by  
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La federazione provinciale di Rifondazione Comunista, unita al circolo Prc “XXVII Luglio” e alla sezione Anpi “Orazio Montefiori” di Follo si unisce al dolore della famiglia Ciuffardi per l’improvvisa scomparsa del compagno Rino, avvenuta nella giornata di venerdì all’ospedale spezzino del Sant’Andrea a seguito di una complicazione post operatoria. Aveva 89 anni.

Rino, ferroviere in pensione, è stato un militante storico del partito e un grande antifascista. Lo ricordiamo in particolare nelle giornate del Primo maggio, quando esponeva con orgoglio la bandiera rossa dalla sua casa.

Lascia un figlio e la compagna Elisa Jantosca, anche lei iscritta di Rifondazione.

Ci uniamo al dolore degli amici e dei familiari in questo momento di grave lutto.

I funerali si sono tenuti questo pomeriggio. Il feretro è stato condotto dall’obitorio del Sant’Andrea al cimitero comunale di Follo.

 

Rifondazione Comunista, federazione provinciale La Spezia

Rifondazione Comunista, circolo “XVIII Luglio ’44” Follo

Sezione Anpi “Orazio Montefiori” Follo

Bandiere rosse e lacrime, muore Roberto Della Rossa

16 marzo 2016, by  
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Ucciso da un infarto a 61 anni. Se n’è andato così Roberto Della Rossa, soccorritore della Pubblica assistenza di Santo Stefano Magra e Vezzano Ligure trovato questa mattina privo di vita nella sua abitazione.
Della Rossa, che lascia la figlia Erika, era membro attivo del partito di Rifondazione Comunista soprattutto nelle feste di Liberazione e in quella del Primo maggio a Solaro di Lerici. Profondo cordoglio è stato espresso dal partito e dai numerosi amici che con lui hanno condiviso tante esperienze. Volto fiero, sempre allegro, tatuaggio dedicato al Che e pronto a prodigarsi per gli altri. Negli anni si era conquistato l’affetto di tantissime persone. Commosso il ricordo dei colleghi della pubblica che lo hanno visto come un’anima buona e forte che si prestava a coinvolgere tutti, anche nei momenti di difficoltà.
Era un comunista che credeva fermamente in Che Guevara – ha detto Massimo Lombardi di Rifondazione – era buono, simpatico, un grande animatore e aveva grande considerazione delle persone”.
Le sue grigliate – raccontano gli amici – rendevano uniche le nostre feste, quando c’era qualcosa da fare era il primo a mettersi in gioco. Pur di essere libero nei nostri momenti di festa era capace di smontare dalle notti in Pubblica dormiva qualche ora e a pranzo era pronto con il fuoco“.
La salma si trova all’obitorio di Sarzana e venerdì ci sarà l’ultimo saluto. Roberto Della Rossa, storico militante, aveva detto espressamente che al suo funerale avrebbe voluto delle bandiere rosse. La bara partirà da Sarzana e giungerà al forno crematorio dei Boschetti alle 9.15 dove lo attenderanno tutti per dirgli addio.

www.cittadellaspezia.com

Ferrero: “Ciao Comandante Luigi, combattente di una vita”

7 giugno 2015, by  
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2/6/2015

Cari famigliari, cari compagne e compagne,

mi dispiace di non poter essere tra di voi oggi, mentre ricordate e salutate tutti insieme Luigi.

Mi dispiace di non potere essere con voi, anche se sono certo che questo saluto non sarà l’ultimo. Noi oggi ci separiamo da Luigi, ma il ricordo di cosa ha fatto, della sua voglia di cambiare e della sua determinazione, non ci abbandonerà e non vi abbandonerà. 

Saluteremo ancora tante altre volte Luigi, che ci verrà in mente o entrerà nei nostri discorsi e diremo “che cosa avrebbe fatto o che cosa avrebbe detto Luigi?”.

La storia di Luigi la conoscete meglio di me e altri la ricorderanno. Una cosa solo voglio sottolineare: Luigi ha attraversato la sua lunga vita con la capacità di sentire la propria vita come una responsabile possibilità.

Vi è chi vive la sua vita sulla difensiva, chi nel timore di essere deprivato di qualcosa, chi nell’egoismo, cercando di arraffare il più possibile.

Luigi ha vissuto la sua vita nella piena consapevolezza che il senso dell’esistenza stava nella lotta – mai finita – per costruire una società migliore per tutti e per tutte. Luigi ha fatto questa lotta – quando è stato necessario – con le armi e successivamente con le parole. 

Nella sua esperienza le armi sono quelle che hanno permesso la conquista della parola e il senso quasi religioso con cui parlava della Costituzione lo testimoniava. 

Nella sua vita la lotta partigiana e la conquista della libertà, della Costituzione sono stati elementi indissolubili e ne ha dato testimonianza tutta la vita.

Luigi non è mai stato un combattente deluso, ma un compagno animato da una passione durevole, che ha animato e forgiato tutta la sua esistenza.

Questo tratto del combattente, del partigiano, del compagno appassionato che si batte per le sue idee è stata la scelta di vita di Luigi. 

Luigi ha vissuto questa scelta non come sacrificio, non come costrizione, ma come una grande fortuna: l’aver fatto le scelte giuste e l’aver potuto individuare le battaglie giuste da fare è stato per Luigi un punto di grande serenità.

Grande serenità che ho visto sul suo volto qualche settimana fa quando l’ho incontrato in ospedale. La serenità di chi, alle nostre battute sul fatto che si saremo rivisti fuori dall’ospedale, sorrideva scuotendo la testa. 

Luigi sapeva di non averne per molto ma non era disperato davanti alla morte perché sapeva di aver combattuto il buon combattimento, di aver vissuto la sua vita con pienezza di senso e di relazioni.

Grande serenità e grande piacere: a 90 anni trovarsi circondati in ospedale da un gruppo di persone giovani che hanno voglia e piacere di vederti, che ti stimano, che ti riconoscono come maestro è una bella gioia. Luigi si è conquistato questo affetto, questa stima e questo rispetto con la sua vita e per questo la sua vita non è stato un sacrificio ma una vita degna di essere vissuta.

Allora voglio terminare queste mie righe con un ringraziamento ed un augurio.

Grazie compagno Luigi per cosa ci hai insegnato attraverso la tua esistenza. Possa la tua passione durevole per il comunismo, la giustizia e la libertà contagiare molti altri, far capire a tanti e tante che gli anni che siamo chiamati a passare su questa terra tanto vale passarli con la fronte alta e la schiena dritta. 

Non per orgoglio ma perché solo la lotta contro lo sfruttamento e la barbarie ci rende umani.

Ciao Luigi, ciao Fra Diavolo, ciao compagno Fiori, ciao comandante, riposa in pace e non perdere il tuo sorriso.

 

Paolo Ferrero,

segretario nazionale di Rifondazione Comunista

Un anno fa ci lasciava Don Gallo, Lombardi: “Un compagno esemplare, con le parole e con i fatti”

22 maggio 2014, by  
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Il 22 maggio del 2013 ci lasciava il compagno don Andrea Gallo: un’infinita commozione ci aveva colto quel giorno e ci coglie ancora adesso, a un anno di distanza.

Andrea era comunista, un libertario, un partigiano, un amante della pace, della giustizia sociale, della Costituzione: incarnava con le parole e con i fatti il nostro ideale politico.

Don Gallo amava tornare a Spezia e nella nostra provincia: quando lo faceva era sempre una gioia riceverlo, ascoltare le sue parole piene di coraggio che invitavano alla fratellanza e alla lotta contro tutte le ingiustizie, in particolare contro quelle del capitalismo, del vecchio e nuovo fascismo, dell’arrivismo e della violenza del potere, di qualsiasi forma o colore.

E’ stato un grande amico di Rifondazione e di mio padre Aldo: Andrea non ha mai mancato di venire a ricordarlo ogni estate alla nostra festa di Bottagna, sempre, fino all’ultimo.

Nonostante le sue forze fisiche fossero infatti visibilmente debilitate, la sua voce e la sua presenza erano piene di un carisma e di uno slancio incredibili.

Lo saluto, a nome di tutti i compagni della federazione spezzina del Prc, una parte dei quali saranno a Genova a rendergli doveroso omaggio.

Ciao don, a pugno chiuso!


Massimo Lombardi,

segretario provinciale Prc la Spezia

Ciao compagno Madiba, combattente della libertà

6 dicembre 2013, by  
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Eroe della lotta contro l’apartheid, è morto a 95 anni nella sua casa di Johannesburg. Il paese è in lutto, la gente sfila per le strade e gli uffici hanno le bandiere a mezz’asta. Dal carcere al Nobel, una vita dedicata alla liberazione di un intero popolo oppresso. E’ stato il primo leader nero dopo la fine della segregazione razziale.

Si ribellò. Quella era la sua terra, il suo paese, il paese dove era nato e dove erano nati suo padre e sua madre; ma lì, in quel suo paese, una legge detta dell’apartheid rendeva ormai la vita insopportabile e indegna. L’avevano inventata e imposta, quella legge, i dominatori bianchi e, in base ad essa, lui e tutti gli altri africani come lui dovevano subire molte cose.Tanto per dire. Separazione netta tra bianchi e neri nelle zone abitate da entrambi; istituzione dei bantustan, cioè ghetti per soli neri; proibizione dei matrimoni interrazziali; proibizione di rapporti sessuali tra neri e bianchi (costituiva reato passibile di carcere); obbligo di registrazione civile in base alla razza; divieto di accesso a determinate aree urbane; divieto di uso delle stesse strutture pubbliche, tipo fontane, marciapiedi, sale d’attesa; discriminazione nelle scuole e nei posti di lavoro; obbligo di passaporto per accedere alle aree urbane dei bianchi; divieto di ogni forma di opposizione (in special modo se di stampo socialista, comunista e comunque in qualche modo riferibile all’AFC, African National Congress).
Prigionieri nella propria terra, esclusi e assoggettati, defraudati dei loro diritti e delle loro risorse. Quello era il Sudafrica, la sua terra. Una terra bellissima, con terreni fertili e clima mite, ricca di minerali preziosi (platino, diamanti, oro), diventata colonia e dominio di olandesi e inglesi fin dal secolo XVII. Quella sua terra strangolata dai crudeli padroni bianchi (è sotto il governo di Hendrich F. Verwoerd, passato alla storia come il perfezionatore, anzi “l’architetto dell’apartheid”, che la segregazione dal 1948 è diventata compiuta legge di Stato).
Si ribellò. Lui, Nelson Mandela, a tutto questo decide di ribellarsi. Per la verità il suo vero nome è un altro. È nato il 18 luglio 1918 in un piccolo villaggio del Transkei e, come tutti in Sud Africa, acquisisce il nome inglese di Nelson il I° giorno di scuola; ma il suo vero nome è Rolihlahla, che poi significa “quello che porta guai”.
Lui non è nemmeno tra i più sfortunati; lui è figlio di un capotribù Thembo, un nero che riesce ad andare scuola, grazie alla protezione del reggente Jongitaba, amico della sua famiglia, che diventa suo tutore dopo la morte del padre; ed è un nero che può persino studiare, conquistarsi un diploma e poi addirittura una laurea in giurisprudenza; lui che non è solo un miserabile “negro” in mano afrikaner.
La sua storia la racconta lui stesso nella autobiografia che ha per titolo “Lungo cammino verso la libertà” (Feltrinelli, 1997); un libro che è anch’esso una perigliosa conquista. Mandela lo scrive di nascosto nel 1974, mentre è detenuto nel carcere di Robben Island; ma il manoscritto viene scoperto, confiscato e distrutto. I suoi due compagni di cella ne hanno però trascritto e nascosto una copia; ed è così che quelle emozionanti 579 pagine sono giunte sino a noi. Uscito dalla prigione nel 1990, Mandela ne finisce la stesura e il libro viene pubblicato nel 1994, titolo inglese “Long walk to freedom”.
Solo questo. «Ho percorso questo lungo cammino verso la libertà sforzandomi di non esitare, e ho fatto alcuni passi falsi lungo la via. Ma ho scoperto che dopo aver scalato una montagna ce ne sono sempre altre da scalare».
Solo questo. Il lungo cammino. Nient’altro che la strenua lotta per riscattare il suo popolo da una vita «senza pietà, senza voce, senza radici, senza futuro».
A 18 anni, nel ’39, Nelson è ammesso all’Università di Fort Hare; fa pratica legale presso lo studio di un avvocato ebreo; e alla Facoltà di Giurisprudenza – racconta – «sono l’unico studente africano», era visto come un intruso, nessuno si sedeva vicino a lui e i professori gli «consigliarono» di continuare gli studi «per corrispondenza». Nessuno gli aveva insegnato come battersi contro l’odioso dominio bianco. Ma è in quegli anni che diventa amico di comunisti, ebrei e indiani, tutti ragazzi della sua età che quel dominio bianco lo vogliono combattere. Insieme a loro, con Walter Sisulu e Oliver Tambo, fonda la Lega giovanile dell’ANC (African National Congress), l’organizzazione che, insieme al Partito comunista, si batte contro l’apartheid.
È con loro, coi ragazzi della Lega, che nel 1942 partecipa alla marcia dei 10.000 nella città di Alexandria (dove si è trasferito) organizzata per il boicottaggio degli autobus; non si fermerà più; la «miriade delle indegnità e delle offese» lo porta alla scelta che sarà quella di tutta la sua vita, quella di combattere «il sistema che imprigionava il suo popolo». Quel sistema che spara sui minatori in sciopero, come nel ’46 avviene nella miniera d’oro di Reef, 12 morti, migliaia di arresti, centinaia di processi per sedizione ai tanti comunisti che a quella lotta hanno partecipato.
Nel febbraio 1952 l’ANC organizza una grande manifestazione di disobbedienza civile contro la segregazione, provocando la reazione del governo che, come sempre, è durissima. La sede dell’Anc è perquisita e Nelson arrestato per la prima volta. Quelli erano giorni, annota nel suo libro, nei quali era molto difficile per un nero vivere a Johannesburg. Infatti, «era un crimine passare per una porta riservata ai bianchi; un crimine viaggiare su un autobus riservato ai bianchi; un crimine bere ad una fontana riservata ai bianchi; un crimine passeggiare su una strada riservata ai bianchi, essere in strada dopo le 11 di sera, non avere il lasciapassare; era un crimine essere disoccupati e un crimine lavorare nel posto sbagliato, un crimine vivere in certi posti e un crimine non avere un posto dove vivere».
E sono, quelli, anche i giorni delle evacuazioni di massa a Sophiatown, Martindale, Newclarc, dove quasi 100.000 africani vengono brutalmente buttati fuori dalle loro case. A lui intanto, rilasciato dal carcere, viene consegnata un’ingiunzione che gli impone di dimettersi dall’ANC; di non uscire dal distretto di Johannesburg; e di non partecipare a riunioni o convegni di qualsiasi tipo per due anni. E contemporaneamente viene chiesta la sua radiazione dall’Albo degli avvocati.
Sono anche i giorni in cui Sophiatown, che ha cercato di ribellarsi all’evacuazione, deve cedere sotto i colpi della violenza afrikaner; e anche i giorni in cui, grazie al Bantu Educational Action, il governo si accaparrava direttamente il controllo di tutta l’istruzione, in pratica imponendo per gli africani una scuola di livello inferiore.
Sulle ali della lotta. La Carta delle Libertà nasce il 26 giugno 1955 in una straordinaria manifestazione promossa a Kiptown dal’ANC: «Noi, il popolo del Sudafrica». È un testo poetico e fortissimo, di denuncia e ribellione in nome dei diritti dell’uomo e della dignità, alla cui stesura collabora con slancio anche Mandela. Le inaudite parole sono state scritte. «Il Sudafrica appartiene a tutti coloro che ci vivono, bianchi e neri». «Il nostro popolo è stato defraudato dal diritto, acquisito alla nascita, alla terra, alla libertà e alla pace, da una forma di governo basata sulla ingiustizia e l’ineguaglianza». «Il popolo governerà». «Tutti saranno uguali davanti alla legge e tutti godranno degli stessi diritti dell’uomo».
Sulle ali della Carta. Arrivano le prime grandi manifestazioni di massa, e la repressione è durissima; cariche della polizia, denunce, arresti, sedi e movimenti dichiarati fuorilegge. E parte anche la caccia agli attivisti e agli animatori della Carta. Inevitabilmente tocca a Mandela.

All’alba del 5 dicembre ’56 la polizia irrompe nella sua casa e lo arresta davanti ai due figli; l’accusa è alto tradimento; con lui, altri 156 compagni subiscono la stessa sorte, e tutti sono trasferiti nella prigione di Johannesburg, “La Fortezza”, una tetra costruzione in cima a una collina nel cuore della città. Per “alto tradimento”, la legge afrikaner prevede la pena di morte. Il 19 dicembre si apre il processo: ci vogliono due giorni per leggere le 18.000 parole dei capi d’accusa; ma, grazie a un grande collegio di difesa e ai fondi raccolti dall’ANC, quella volta – dopo un processo che si trascina per cinque anni – tutti vengono assolti e rilasciati su cauzione. Non c’è pace né giustizia e nemmeno pietà. Il 10 marzo 1960 a Shaperville la polizia spara su un corteo di manifestanti disarmati; una strage. Il tragico episodio segna una svolta per l’ANC e anche per Mandela. Per cinquant’anni la non-violenza è stato uno dei principi basilari del movimento anti-apartheid. Ma ora, di fronte alla repressione sempre più brutale e sanguinosa, brandire la Carta e i suoi nobili principi, organizzare solo cortei di protesta sembra non bastare più; ora sembra giunto il momento di ricorrere anche a più drastici mezzi. Nasce il Mk – acronimo di “Umkhonto we Sizwe”, che vuol dire “Lancia della Nazione” – l’ala armata dell’ANC e Mandela ne diventa il comandante. Sabotaggio, scontri con la polizia, contro-assalti, propaganda, raccolta di fondi anche all’estero, campi di addestramento para-militari. Dicesi lotta.
Mandela è costretto a darsi alla clandestinità, diventa la “Primula Nera”, l’africano più ricercato del continente. Dura diciassette mesi; ma una sera, sulla strada di Johannesburg – si sospetta su segnalazione della Cia – viene catturato. Processo, autodifesa, pesante condanna: cinque anni di durissimo carcere a Esiquitin, uno scoglio a 18 miglia da Città del Capo.
Passa solo qualche mese. Ma un’irruzione della polizia nella sede generale del Mk a Rivonia mette le mani su documenti che attesterebbero un piano di cospirazione, invasione armata, insurrezione; è un’ondata di arresti e per Mandela, già incarcerato, scattano nuove e più gravi accuse. Sono reati da pena di morte; e lui la morte se l’aspetta. Coi suoi compagni concorda una strategia di difesa: più che sulla legalità sarà basata sui «principi morali». Impiega quindici giorni a preparare il suo intervento davanti alla Corte. «Vostro Onore, io sono l’imputato numero uno Nelson Mandela. Non io, ma il governo dovrebbe trovarsi alla sbarra. Mi dichiaro non colpevole». Parlerà per oltre quattro ore. «Il mondo seguiva con grande attenzione il Processo Rivonia. Nella cattedrale di St.Paul a Londra si tennero veglie per noi; gli studenti dell’università di Londra mi elessero presidente in absentia della loro associazione». Venerdì 12 giugno 1964, «tornammo per l’ultima volta in tribunale. Il servizio di sicurezza era più imponente che mai», strade bloccate al traffico e polizia ovunque. Ma, «nonostante le intimidazioni, almeno duemila persone si erano radunate davanti al tribunale con striscioni e cartelli che dicevano: “Siamo al fianco dei nostri capi”».
Non furono condannati a morte (anche grazie alla grande pressione internazionale). La sentenza fu l’ergastolo per tutti gli imputati.
Agli anni del carcere, Mandela dedica un lungo capitolo intitolato: “Robben Island, gli anni bui”. Anni terribili in un carcere spaventoso; la cella lunga 3 passi e larga meno di 2 metri, i pochi oggetti disponibili, la sporcizia, la quasi mancanza di corrispondenza, il vitto orribile, il lavoro massacrante nella cava di pietra. Ma lui non cessa di combattere. È rinchiuso da più di vent’anni, ma in quell’anno 1985 perviene all’ANC il suo “Manifesto”: «Unitevi! Mobilitatevi! Lottate! Tra l’incudine delle azioni di massa e il martello della lotta armata dobbiamo annientare l’apartheid!»
Mandela rimane in carcere fino all’11 febbraio 1990. Fu lo stesso nuovo presidente del Sudfrica a dargli la notizia della scarcerazione. Subito dopo essere stato eletto, de Klerk aveva cominciato a smantellare l’apartheid: apre le spiagge sudafricane ai cittadini di tutte le razze, annuncia l’abrogazione del “Reservation of Separation Amenities Part”; il 2 febbraio 1990 revoca la messa al bando dell’ANC, del Communist Part e di altre 317 organizzazioni che erano state dichiarate illegali; decreta la scarcerazione di tutti i prigionieri politici non colpevoli di atti di violenza, nonché l’abrogazione della pena capitale.
Il 27 aprile 1994 è la data delle prime elezioni non razziali e a suffragio universale del Paese. Mandela diventa presidente: è il primo presidente nero del Sudafrica. Resterà in carica fino al 1999. Le ferite sono profonde e laceranti. Ma il presidente nero non insegue la ritorsione e la vendetta. In nome di quel suo popolo che ha tanto sofferto, ha creato una “Commissione per la Verità e la Riconciliazione” per far luce sui crimini dell’Apartheid; i colpevoli che confessano sono perdonati, ed è concessa un’amnistia pacificatrice. Per questo, dopo il Premio Lenin ricevuto nel 1962, nel 1993 gli viene dato il Nobel per la pace.
Tanti anni sono passati. Il Combattente ora è un po’ stanco. «Mi sono fermato un istante per riposare, per svolgere lo sguardo allo splendido panorama che mi circonda, e per guardare la strada che ho percorso».
Nell’ultima riga della sua autobiografia ha lasciato scritto che il «lungo cammino» deve continuare. «Non vi è alcuna strada facile per la libertà».

 

Maria R. Calderoni,

Liberazione.it

Lombardi: “Dolore per la scomparsa del caro compagno Federico Tornabuoni, storico dirigente di Rifondazione e amico leale”

30 ottobre 2013, by  
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Ci ha lasciato il compagno Federico Tornabuoni, dirigente storico di Rifondazione Comunista spezzina.

Con lui abbiamo condiviso con convinzione tutte le battaglie politiche portate avanti dal partito in questi anni, lottando fianco a fianco con il compianto segretario Aldo Lombardi, con il quale lo univa anche una profonda e personale amicizia.

Siamo vicini alla moglie, dottoressa Graziella Ghidoni e a tutti i familiari di Federico. I funerali si terranno giovedì 31 ottobre alle 11 nella chiesa di Lerici.

“Un compagno tosto, leale, irascibile, duro negli acerrimi confronti politici” -sono le parole del segretario provinciale di Rifondazione Massimo Lombardi- mi piace ricordarlo quando volle gestire il salone della nostra sede di via Lunigiana che accoglieva il corpo senza vita di mio padre Aldo. Federico volle gestire ogni aspetto, ricevere i compagni le delegazioni degli altri partiti i tanti semplici cittadini e amici. Mentre io ero distrutto, lui mi dette serenità e mi stette vicino. Ciao Federico, con tenerezza. Massimo”.

Massimo Lombardi
segretario provinciale Rifondazione Comunista La Spezia

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