Ciao compagno Madiba, combattente della libertà

6 dicembre 2013, by  
Archiviato in Dal Mondo, Primo piano

 

Eroe della lotta contro l’apartheid, è morto a 95 anni nella sua casa di Johannesburg. Il paese è in lutto, la gente sfila per le strade e gli uffici hanno le bandiere a mezz’asta. Dal carcere al Nobel, una vita dedicata alla liberazione di un intero popolo oppresso. E’ stato il primo leader nero dopo la fine della segregazione razziale.

Si ribellò. Quella era la sua terra, il suo paese, il paese dove era nato e dove erano nati suo padre e sua madre; ma lì, in quel suo paese, una legge detta dell’apartheid rendeva ormai la vita insopportabile e indegna. L’avevano inventata e imposta, quella legge, i dominatori bianchi e, in base ad essa, lui e tutti gli altri africani come lui dovevano subire molte cose.Tanto per dire. Separazione netta tra bianchi e neri nelle zone abitate da entrambi; istituzione dei bantustan, cioè ghetti per soli neri; proibizione dei matrimoni interrazziali; proibizione di rapporti sessuali tra neri e bianchi (costituiva reato passibile di carcere); obbligo di registrazione civile in base alla razza; divieto di accesso a determinate aree urbane; divieto di uso delle stesse strutture pubbliche, tipo fontane, marciapiedi, sale d’attesa; discriminazione nelle scuole e nei posti di lavoro; obbligo di passaporto per accedere alle aree urbane dei bianchi; divieto di ogni forma di opposizione (in special modo se di stampo socialista, comunista e comunque in qualche modo riferibile all’AFC, African National Congress).
Prigionieri nella propria terra, esclusi e assoggettati, defraudati dei loro diritti e delle loro risorse. Quello era il Sudafrica, la sua terra. Una terra bellissima, con terreni fertili e clima mite, ricca di minerali preziosi (platino, diamanti, oro), diventata colonia e dominio di olandesi e inglesi fin dal secolo XVII. Quella sua terra strangolata dai crudeli padroni bianchi (è sotto il governo di Hendrich F. Verwoerd, passato alla storia come il perfezionatore, anzi “l’architetto dell’apartheid”, che la segregazione dal 1948 è diventata compiuta legge di Stato).
Si ribellò. Lui, Nelson Mandela, a tutto questo decide di ribellarsi. Per la verità il suo vero nome è un altro. È nato il 18 luglio 1918 in un piccolo villaggio del Transkei e, come tutti in Sud Africa, acquisisce il nome inglese di Nelson il I° giorno di scuola; ma il suo vero nome è Rolihlahla, che poi significa “quello che porta guai”.
Lui non è nemmeno tra i più sfortunati; lui è figlio di un capotribù Thembo, un nero che riesce ad andare scuola, grazie alla protezione del reggente Jongitaba, amico della sua famiglia, che diventa suo tutore dopo la morte del padre; ed è un nero che può persino studiare, conquistarsi un diploma e poi addirittura una laurea in giurisprudenza; lui che non è solo un miserabile “negro” in mano afrikaner.
La sua storia la racconta lui stesso nella autobiografia che ha per titolo “Lungo cammino verso la libertà” (Feltrinelli, 1997); un libro che è anch’esso una perigliosa conquista. Mandela lo scrive di nascosto nel 1974, mentre è detenuto nel carcere di Robben Island; ma il manoscritto viene scoperto, confiscato e distrutto. I suoi due compagni di cella ne hanno però trascritto e nascosto una copia; ed è così che quelle emozionanti 579 pagine sono giunte sino a noi. Uscito dalla prigione nel 1990, Mandela ne finisce la stesura e il libro viene pubblicato nel 1994, titolo inglese “Long walk to freedom”.
Solo questo. «Ho percorso questo lungo cammino verso la libertà sforzandomi di non esitare, e ho fatto alcuni passi falsi lungo la via. Ma ho scoperto che dopo aver scalato una montagna ce ne sono sempre altre da scalare».
Solo questo. Il lungo cammino. Nient’altro che la strenua lotta per riscattare il suo popolo da una vita «senza pietà, senza voce, senza radici, senza futuro».
A 18 anni, nel ’39, Nelson è ammesso all’Università di Fort Hare; fa pratica legale presso lo studio di un avvocato ebreo; e alla Facoltà di Giurisprudenza – racconta – «sono l’unico studente africano», era visto come un intruso, nessuno si sedeva vicino a lui e i professori gli «consigliarono» di continuare gli studi «per corrispondenza». Nessuno gli aveva insegnato come battersi contro l’odioso dominio bianco. Ma è in quegli anni che diventa amico di comunisti, ebrei e indiani, tutti ragazzi della sua età che quel dominio bianco lo vogliono combattere. Insieme a loro, con Walter Sisulu e Oliver Tambo, fonda la Lega giovanile dell’ANC (African National Congress), l’organizzazione che, insieme al Partito comunista, si batte contro l’apartheid.
È con loro, coi ragazzi della Lega, che nel 1942 partecipa alla marcia dei 10.000 nella città di Alexandria (dove si è trasferito) organizzata per il boicottaggio degli autobus; non si fermerà più; la «miriade delle indegnità e delle offese» lo porta alla scelta che sarà quella di tutta la sua vita, quella di combattere «il sistema che imprigionava il suo popolo». Quel sistema che spara sui minatori in sciopero, come nel ’46 avviene nella miniera d’oro di Reef, 12 morti, migliaia di arresti, centinaia di processi per sedizione ai tanti comunisti che a quella lotta hanno partecipato.
Nel febbraio 1952 l’ANC organizza una grande manifestazione di disobbedienza civile contro la segregazione, provocando la reazione del governo che, come sempre, è durissima. La sede dell’Anc è perquisita e Nelson arrestato per la prima volta. Quelli erano giorni, annota nel suo libro, nei quali era molto difficile per un nero vivere a Johannesburg. Infatti, «era un crimine passare per una porta riservata ai bianchi; un crimine viaggiare su un autobus riservato ai bianchi; un crimine bere ad una fontana riservata ai bianchi; un crimine passeggiare su una strada riservata ai bianchi, essere in strada dopo le 11 di sera, non avere il lasciapassare; era un crimine essere disoccupati e un crimine lavorare nel posto sbagliato, un crimine vivere in certi posti e un crimine non avere un posto dove vivere».
E sono, quelli, anche i giorni delle evacuazioni di massa a Sophiatown, Martindale, Newclarc, dove quasi 100.000 africani vengono brutalmente buttati fuori dalle loro case. A lui intanto, rilasciato dal carcere, viene consegnata un’ingiunzione che gli impone di dimettersi dall’ANC; di non uscire dal distretto di Johannesburg; e di non partecipare a riunioni o convegni di qualsiasi tipo per due anni. E contemporaneamente viene chiesta la sua radiazione dall’Albo degli avvocati.
Sono anche i giorni in cui Sophiatown, che ha cercato di ribellarsi all’evacuazione, deve cedere sotto i colpi della violenza afrikaner; e anche i giorni in cui, grazie al Bantu Educational Action, il governo si accaparrava direttamente il controllo di tutta l’istruzione, in pratica imponendo per gli africani una scuola di livello inferiore.
Sulle ali della lotta. La Carta delle Libertà nasce il 26 giugno 1955 in una straordinaria manifestazione promossa a Kiptown dal’ANC: «Noi, il popolo del Sudafrica». È un testo poetico e fortissimo, di denuncia e ribellione in nome dei diritti dell’uomo e della dignità, alla cui stesura collabora con slancio anche Mandela. Le inaudite parole sono state scritte. «Il Sudafrica appartiene a tutti coloro che ci vivono, bianchi e neri». «Il nostro popolo è stato defraudato dal diritto, acquisito alla nascita, alla terra, alla libertà e alla pace, da una forma di governo basata sulla ingiustizia e l’ineguaglianza». «Il popolo governerà». «Tutti saranno uguali davanti alla legge e tutti godranno degli stessi diritti dell’uomo».
Sulle ali della Carta. Arrivano le prime grandi manifestazioni di massa, e la repressione è durissima; cariche della polizia, denunce, arresti, sedi e movimenti dichiarati fuorilegge. E parte anche la caccia agli attivisti e agli animatori della Carta. Inevitabilmente tocca a Mandela.

All’alba del 5 dicembre ’56 la polizia irrompe nella sua casa e lo arresta davanti ai due figli; l’accusa è alto tradimento; con lui, altri 156 compagni subiscono la stessa sorte, e tutti sono trasferiti nella prigione di Johannesburg, “La Fortezza”, una tetra costruzione in cima a una collina nel cuore della città. Per “alto tradimento”, la legge afrikaner prevede la pena di morte. Il 19 dicembre si apre il processo: ci vogliono due giorni per leggere le 18.000 parole dei capi d’accusa; ma, grazie a un grande collegio di difesa e ai fondi raccolti dall’ANC, quella volta – dopo un processo che si trascina per cinque anni – tutti vengono assolti e rilasciati su cauzione. Non c’è pace né giustizia e nemmeno pietà. Il 10 marzo 1960 a Shaperville la polizia spara su un corteo di manifestanti disarmati; una strage. Il tragico episodio segna una svolta per l’ANC e anche per Mandela. Per cinquant’anni la non-violenza è stato uno dei principi basilari del movimento anti-apartheid. Ma ora, di fronte alla repressione sempre più brutale e sanguinosa, brandire la Carta e i suoi nobili principi, organizzare solo cortei di protesta sembra non bastare più; ora sembra giunto il momento di ricorrere anche a più drastici mezzi. Nasce il Mk – acronimo di “Umkhonto we Sizwe”, che vuol dire “Lancia della Nazione” – l’ala armata dell’ANC e Mandela ne diventa il comandante. Sabotaggio, scontri con la polizia, contro-assalti, propaganda, raccolta di fondi anche all’estero, campi di addestramento para-militari. Dicesi lotta.
Mandela è costretto a darsi alla clandestinità, diventa la “Primula Nera”, l’africano più ricercato del continente. Dura diciassette mesi; ma una sera, sulla strada di Johannesburg – si sospetta su segnalazione della Cia – viene catturato. Processo, autodifesa, pesante condanna: cinque anni di durissimo carcere a Esiquitin, uno scoglio a 18 miglia da Città del Capo.
Passa solo qualche mese. Ma un’irruzione della polizia nella sede generale del Mk a Rivonia mette le mani su documenti che attesterebbero un piano di cospirazione, invasione armata, insurrezione; è un’ondata di arresti e per Mandela, già incarcerato, scattano nuove e più gravi accuse. Sono reati da pena di morte; e lui la morte se l’aspetta. Coi suoi compagni concorda una strategia di difesa: più che sulla legalità sarà basata sui «principi morali». Impiega quindici giorni a preparare il suo intervento davanti alla Corte. «Vostro Onore, io sono l’imputato numero uno Nelson Mandela. Non io, ma il governo dovrebbe trovarsi alla sbarra. Mi dichiaro non colpevole». Parlerà per oltre quattro ore. «Il mondo seguiva con grande attenzione il Processo Rivonia. Nella cattedrale di St.Paul a Londra si tennero veglie per noi; gli studenti dell’università di Londra mi elessero presidente in absentia della loro associazione». Venerdì 12 giugno 1964, «tornammo per l’ultima volta in tribunale. Il servizio di sicurezza era più imponente che mai», strade bloccate al traffico e polizia ovunque. Ma, «nonostante le intimidazioni, almeno duemila persone si erano radunate davanti al tribunale con striscioni e cartelli che dicevano: “Siamo al fianco dei nostri capi”».
Non furono condannati a morte (anche grazie alla grande pressione internazionale). La sentenza fu l’ergastolo per tutti gli imputati.
Agli anni del carcere, Mandela dedica un lungo capitolo intitolato: “Robben Island, gli anni bui”. Anni terribili in un carcere spaventoso; la cella lunga 3 passi e larga meno di 2 metri, i pochi oggetti disponibili, la sporcizia, la quasi mancanza di corrispondenza, il vitto orribile, il lavoro massacrante nella cava di pietra. Ma lui non cessa di combattere. È rinchiuso da più di vent’anni, ma in quell’anno 1985 perviene all’ANC il suo “Manifesto”: «Unitevi! Mobilitatevi! Lottate! Tra l’incudine delle azioni di massa e il martello della lotta armata dobbiamo annientare l’apartheid!»
Mandela rimane in carcere fino all’11 febbraio 1990. Fu lo stesso nuovo presidente del Sudfrica a dargli la notizia della scarcerazione. Subito dopo essere stato eletto, de Klerk aveva cominciato a smantellare l’apartheid: apre le spiagge sudafricane ai cittadini di tutte le razze, annuncia l’abrogazione del “Reservation of Separation Amenities Part”; il 2 febbraio 1990 revoca la messa al bando dell’ANC, del Communist Part e di altre 317 organizzazioni che erano state dichiarate illegali; decreta la scarcerazione di tutti i prigionieri politici non colpevoli di atti di violenza, nonché l’abrogazione della pena capitale.
Il 27 aprile 1994 è la data delle prime elezioni non razziali e a suffragio universale del Paese. Mandela diventa presidente: è il primo presidente nero del Sudafrica. Resterà in carica fino al 1999. Le ferite sono profonde e laceranti. Ma il presidente nero non insegue la ritorsione e la vendetta. In nome di quel suo popolo che ha tanto sofferto, ha creato una “Commissione per la Verità e la Riconciliazione” per far luce sui crimini dell’Apartheid; i colpevoli che confessano sono perdonati, ed è concessa un’amnistia pacificatrice. Per questo, dopo il Premio Lenin ricevuto nel 1962, nel 1993 gli viene dato il Nobel per la pace.
Tanti anni sono passati. Il Combattente ora è un po’ stanco. «Mi sono fermato un istante per riposare, per svolgere lo sguardo allo splendido panorama che mi circonda, e per guardare la strada che ho percorso».
Nell’ultima riga della sua autobiografia ha lasciato scritto che il «lungo cammino» deve continuare. «Non vi è alcuna strada facile per la libertà».

 

Maria R. Calderoni,

Liberazione.it

Lombardi: “Dolore per la scomparsa del caro compagno Federico Tornabuoni, storico dirigente di Rifondazione e amico leale”

30 ottobre 2013, by  
Archiviato in Dalla Provincia, Partito, Primo piano, Società

 

Ci ha lasciato il compagno Federico Tornabuoni, dirigente storico di Rifondazione Comunista spezzina.

Con lui abbiamo condiviso con convinzione tutte le battaglie politiche portate avanti dal partito in questi anni, lottando fianco a fianco con il compianto segretario Aldo Lombardi, con il quale lo univa anche una profonda e personale amicizia.

Siamo vicini alla moglie, dottoressa Graziella Ghidoni e a tutti i familiari di Federico. I funerali si terranno giovedì 31 ottobre alle 11 nella chiesa di Lerici.

“Un compagno tosto, leale, irascibile, duro negli acerrimi confronti politici” -sono le parole del segretario provinciale di Rifondazione Massimo Lombardi- mi piace ricordarlo quando volle gestire il salone della nostra sede di via Lunigiana che accoglieva il corpo senza vita di mio padre Aldo. Federico volle gestire ogni aspetto, ricevere i compagni le delegazioni degli altri partiti i tanti semplici cittadini e amici. Mentre io ero distrutto, lui mi dette serenità e mi stette vicino. Ciao Federico, con tenerezza. Massimo”.

Massimo Lombardi
segretario provinciale Rifondazione Comunista La Spezia

Ciao, compagno Stanislao!

18 luglio 2013, by  
Archiviato in Dalla Provincia, Partito, Primo piano

 

La federazione provinciale spezzina di Rifondazione Comunista e il circolo Prc “Tina Modotti” della Spezia esprimono il proprio lutto per l’improvvisa e prematura scomparsa del compagno Stanislao Ascolese, operaio della Coop. Maris, militante storico del partito fina dalla sua fondazione, scomparso ieri a soli 61 anni.

Nato a Napoli, emigrato Belgio per lavoro, spezzino d’adozione da molti anni, Stanislao ha avuto una vita difficile, segnata da tante avversità, ma nonostante ciò era un compagno sempre col sorriso sulle labbra, con una simpatia contagiosa e un grande orgoglio di essere comunista.

In questo momento di grave lutto per i familiari, a cui vanno le nostre più sentite condoglianze, vogliamo esprimere la più totale solidarietà alla sua compagna, nell’angoscia per un futuro oggi ancora più incerto. Ci auguriamo che le istituzioni non la lascino sola in questo momento di così grave difficoltà.

Rifondazione Comunista, federazione provinciale La Spezia

 

Rifondazione Comunista La Spezia al funerale di Don Gallo: “Non potevamo mancare. Compagno Andrea non ti dimenticheremo”

25 maggio 2013, by  
Archiviato in Appuntamenti, Dall'Italia, Partito, Primo piano

 

Una folta delegazione di Rifondazione Comunista La Spezia, guidata dal segretario provinciale Massimo Lombardi, ha partecipato stamani a Genova al funerale del compagno Don Andrea Gallo, storico amico della federazione spezzina del Prc.

Non potevamo assolutamente mancare” -ha affermato Lombardi- “per salutarlo di persona per l’ultima volta. Don Andrea è stato un vivido esempio di come si possa vivere fino all’ultimo, e per tutta la vita, nei valori più alti in cui crediamo: libertà, uguaglianza, giustizia sociale, solidarietà, antifascismo. E’ stato faro politico e morale per tutti noi“.

Don Gallo” -conclude Lombardi- “era un caro amico di mio padre Aldo e proprio nel luglio scorso era venuto per ricordarlo alla nostra festa a Bottagna. Benchè già provato dalla malattia e dall’età, Don Andrea volle essere presente a tutti i costi e fu semplicemente straordinario, catturando la tanta gente venuta a sentirlo con parole stupende, arrivate dritte al cuore di tutti. Già adesso ci manca tantissimo. Compagno Don, non ti dimenticheremo”.

Rifondazione Comunista La Spezia

Ciao, Compagno Don Gallo

22 maggio 2013, by  
Archiviato in Dall'Italia, Primo piano, Società

 

La federazione provinciale spezzina di Rifondazione Comunista si unisce all’immenso dolore di Genova e della comunità di San Benedetto al porto per la scomparsa del caro don Andrea Gallo.

Non se n’è andato solo un semplice “prete di strada”, ma anche un antifascista, un partigiano, uno strenuo difensore della Costituzione: un vero comunista.

Lo possiamo affermare senza timore di essere smentiti. Un grande amico della nostra federazione e della nostra città.

Un grande ligure e un grande uomo. E, soprattutto, un grande compagno.

Ciao Andrea!


Rifondazione Comunista, federazione provinciale La Spezia

Prc La Spezia: “Dolore e cordoglio per la morte del compagno Franco Pisano”

10 gennaio 2013, by  
Archiviato in Comunicazione, Dalla Provincia, Partito, Primo piano

 

La federazione provinciale spezzina di Rifondazione Comunista esprime tutto il proprio dolore e cordoglio per la morte del compagno Franco Pisano, scomparso la sera di martedì 8 gennaio dopo una lunga malattia. Franco è stato uno storico militante della sinistra extraparlamentare, dirigente politico del ’68 e militante della Lega dei Comunisti prima e di Democrazia Proletaria poi, di cui ha ricoperto la carica di segretario provinciale. Nel 1991 è stato tra i fondatori di Rifondazione Comunista alla Spezia per poi entrare in seguito nel Pcl di Marco Ferrando.

Franco ha lavorato presso l’Arpal e l’Asl della Spezia nell’ambito della sicurezza del lavoro ed è stato sempre in prima linea a sinistra anche nella Cgil spezzina. Con lui perdiamo un compagno prezioso e una persona squisita e ci uniamo al lutto della famiglia e di quanti l’hanno conosciuto in questi anni. I funerali si terranno venerdì 11 gennaio alle 14.30 presso l’obitorio dell’ospedale Sant’Andrea della Spezia.

Ciao COMPAGNO Franco!
Rifondazione Comunista, federazione provinciale La Spezia

« Pagina precedente