“Il 12 dicembre in piazza alla Spezia a fianco dei lavoratori contro il governo Renzi”

10 dicembre 2014, by  
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Rifondazione Comunista spezzina sarà presente al corteo indetto da Cgil e Uil per lo sciopero generale nazionale di venerdì 12 dicembre, con raduno in piazza Bayreuth alle 9.30.

Sosteniamo tutte le lotte, che in Italia sono riprese con forza in questi ultimi mesi, contro le politiche di austerità, per il lavoro e il reddito, la difesa dell’ambiente e dei beni comuni, per la scuola pubblica e il sapere critico, per la difesa della Costituzione e la democrazia partecipativa.

Renzi, che ha costruito le sue fortune in nome dei giovani, sta invece distruggendo il futuro delle nuove generazioni: vuole precarizzare definitivamente il lavoro e la vita con la generalizzazione del lavoro a termine e dei voucher. Vuole distruggere l’articolo 18 perché chi lavora sia sempre sotto ricatto. Vuole cancellare le norme dello Statuto dei Lavoratori che proibiscono il demansionamento e la videosorveglianza.  Vuole il lavoro povero e senza diritti.

Insieme al lavoro, Renzi sta aggredendo l’ambiente con lo Sblocca Italia, attaccando la scuola pubblica, manomettendo la Costituzione, operando per accelerare la ratifica del TTIP. Il governo Renzi vuole che tutto sia merce. Vuole che il lavoro, la natura, il welfare, la vita, siano ridotti a meri strumenti di profitto nelle mani di poche multinazionali, del grande business economico e finanziario. Sono questi i suoi committenti e amici: quelli che per una cena possono spendere mille euro, senza vergognarsi nemmeno un po’.

Renzi finge di litigare in Europa, ma è solo teatro. In realtà il governo italiano attua le politiche di austerità della Merkel, senza fare nemmeno come la Francia che se pure in maniera insufficente, si rifiuta di applicare i folli vincoli del Fiscal Compact. In attuazione di quei vincoli, la legge di stabilità taglia ancora su sanità, trasporti, asili nido, politiche sociali. Il governo Renzi inoltre rilancia le privatizzazioni, cioè continua con le scelte che hanno indebolito il nostro sistema produttivo, dismesso ogni capacità di innovazione, messo gran parte dell’economia nelle mani di poche multinazionali.

I tagli e le privatizzazioni non fanno altro che produrre nuova disoccupazione, aumentare la povertà e le disuguglianze, peggiorare la crisi.

Se il governo Renzi fa politiche sempre più di destra, in continuità con i governi Berlusconi, Monti, Letta, va unita tutta la sinistra antiliberista per costruire l’alternativa. Come è avvenuto in tutti i paesi europei.

Come abbiamo iniziato a fare con l’Altra Auropa con Tsipras.

La sinistra non ha niente a che vedere con Renzi. La sinistra esiste ovunque ci si batte per la dignità e i diritti del lavoro, l’uguaglianza, l’ambiente, la libertà dei saperi, la democrazia e la partecipazione.

 

Rifondazione Comunista, federazione provinciale La Spezia

La Consulta toglie ogni dubbio: No alla privatizzazione dei servizi!

23 luglio 2012, by  
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L’obbligo alla privatizzazione dei servizi pubblici locali (acqua, ma anche trasporti e gestione dei rifiuti) prevista tanto dal governo Berlusconi (Agosto 2011) quanto ribadita dalle manovre targate Monti è una chiara violazione della Costituzione poiché contrasta con il voto referendario della maggioranza del popolo italiano.

Con il famigerato articolo 4 del DL 138 cadono tutte le norme successive che hanno ulteriormente accelerato la spinta alle privatizzazioni ordite dal Governo Monti e dai suoi ministri come Grilli, che ora devono rimangiarsi i truci propositi, annunciati appena quattro giorni or sono, di svendere i servizi ai privati per 20 miliardi l’anno.

Il principio era chiaro ed evidente e la Corte Costituzionale l’ha giustamente ribadito. Ciò che è evidente a livello nazionale lo sarà anche a livello locale, perchè con questa sentenza decade l’obbligo di privatizzazione del “gioiello” di famiglia di Acam in quanto a redditività aziendale, la gestione rifiuti. Rifondazione Comunista della Spezia ribadisce la necessità di un piano industriale che abbia scelte politiche chiare e futuribili, dettate da visioni politiche non dalle esigenze delle banche, coautrici del disastro finanziario dell’azienda.

Rifondazione ribadisce ancora il concetto già espresso più e più volte e in tempi non sospetti: si proceda a valorizzare il lavoro di Acam, dalla tutela dei sui dipendenti e a una migliore organizzazione del lavoro secondo pochi ma chiari principi politici: innovazione ed energie rinnovabili, monitoraggio e salvaguardia del territorio, Rifiuti Zero ed acqua pubblica.

Rifondazione Comunista La Spezia

Fds La Spezia: “No a cessione di Acam Gas e Acam Clienti: solidarietà ai lavoratori dell’azienda”

27 giugno 2012, by  
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La Federazione della Sinistra della Spezia è solidale con i lavoratori di Acam che ieri hanno protestato di fronte alla possibilità di cessione di Acam Gas e Acam Clienti col solo fine di accontentare le banche creditrici.

Una decisione inconcepibile, che metterebbe a rischio decine e decine di lavoratori, nell’indirizzo “montiano” di privatizzare gli enti pubblici nonchè gioielli di famiglia solo per fare cassa e coprire (parzialmente) un disavanzo che resterà comunque enorme.

La soluzione per Acam non va ricercata nello spacchettamento delle sue migliori società (o peggio ancora la sua cessione a un soggetto privato) ma il rilancio con forza della politica dei Rifiuti Zero e porta-a-porta su base provinciale, l’avvio di attività di recupero del materiale di rifiuto e il suo riutilizzo, l’attivazione della discarica di servizio con piano di dismissione programmato e il riutilizzo dei lavoratori Acam secondo un modello di sostenibilità al servizio di un progetto di monitoraggio e salvaguardia del territorio spezzino, come già auspicato dalla Rsu della Cgil.

Al nuovo amministratore delegato Garavini chiediamo chiarezza nella piena tutela dei lavoratori e nel rispetto degli indirizzi politici intrapresi per Acam negli ultimi anni.

Federazione della Sinistra La Spezia

Olivieri (Prc/Fds Liguria): “Il Pd vuole privatizzare le industrie pubbliche spezzine?”

25 giugno 2012, by  
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La notizia è praticamente passata inosservata. Eppure, se si realizzasse davvero quanto proposto dal vicesegretario del Pd Enrico Letta, potrebbero esserci conseguenze pesantissime per la città della Spezia.

In un’intervista rilasciata nei giorni scorsi ad Affari Italiani, Letta ha lanciato l’idea di privatizzare quote significative di Finmeccanica, Eni ed Enel. Si dà il caso che nel territorio spezzino ci sia una centrale dell’Enel, lo stabilimento di Panigaglia di Gnl Italia della Snam (il cui principale azionista è l’Eni), l’Oto Melara di Finmeccanica e la Mbda della quale Finmeccanica detiene una consistente quota del pacchetto azionario.

Non ci vuole molto a immaginare quali sarebbero le ricadute concrete di queste privatizzazioni: le stesse che ci sono state in tutte le privatizzazioni attuate in questi anni e cioè svendita del patrimonio pubblico e ridimensionamento occupazionale. Un rischio che Spezia non può correre: per questo sarebbe auspicabile una sconfessione delle proposte di Letta da parte del Pd spezzino.

Sergio Olivieri

Segretario regionale Rifondazione Comunista/Federazione della Sinistra Liguria

Emilio Molinari: «Privatizzare non aiuta il Paese, il governo viola la Costituzione»

25 settembre 2011, by  
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Intervista alll’ex presidente del Comitato Italiano per un Contratto Mondiale sull’Acqua

 

Emilio Molinari, “Pierino” Sacconi ne ha combinata un’altra delle sue. Ora vuole rimettere in discussione l’esito dei referendum con cui gli italiani, appena tre mesi fa, hanno deciso che l’acqua deve rimanere in mani pubbliche. Il ministro del Lavoro si è rivolto a Enrico Letta del Pd auspicando «larghe intese» con l’opposizione su questo tema. Come a dire: “se siamo tutti d’accordo, allora si può fare”. Ma davvero si può fare?
Ci proveranno. Penso però che nel Pd si aprirebbero contraddizioni non da poco e che quindi non sarà facile farlo. Violare la Costituzione e il pronunciamento di 27 milioni di cittadini sarebbe una vergogna non da poco per l’opposizione. Credo perciò che quella di Sacconi, al momento, sia poco più che una “boutade”, una provocazione, che però dimostra con chi abbiamo a che fare. E cioè con gente che considera la democrazia un orpello di cui si può fare a meno. Quello che più mi preoccupa è che da due e mesi e mezzo il referendum – acclamato da molti politici, dopo la vittoria del Sì, come la grande novità degli ultimi trent’anni – sia finito nel silenzio più totale. Di questo silenzio ne ha approfittato il governo per inserire nella manovra due articoli, il 4 e il 5, che liquidano il primo quesito del referendum, reintroducendo la privatizzazione dei servizi pubblici locali prevista dalla legge Ronchi, tranne che per l’acqua. E tuttavia la previsione di incentivi per i Comuni che privatizzano mette a rischio anche l’acqua. Perchè con i tagli previsti dalla manovra, molti sindaci saranno tentati dalla “mancetta” che gli offre il governo. Tutto ciò contraddice il risultato referendario, eppure il grosso delle forze politiche di opposizione è stato zitto, non c’è stata una reazione. Se togliamo alcune città – a Napoli, in Puglia – in cui c’è stato un riconoscimento del soggetto referendario, con l’apertura di un confronto con la gente su come realizzare localmente la ripubblicizzazione dell’acqua, quasi dappertutto gli stessi sindaci sono rimasti in silenzio.

Il problema è che dal referendum a oggi, come ha detto a un certo punto il ministro Tremonti, il mondo è cambiato. C’è stata l’accelerazione della crisi economica, la famigerata lettera della Bce, la manovra da 53 miliardi. Il governo considera le privatizzazioni un passaggio essenziale per rimettere il paese in carreggiata. Cosa rispondi? Privatizzare i servizi, costringere i cittadini a sborsare più soldi per prendere un autobus o per lavarsi, giova all’economia?
L’allarme crisi è reale ed è reso ancor più drammatico dal fatto che avviene in assenza di prospettive politiche alternative. La cura che si sta mettendo in piedi però non funzionerà, per il semplice motivo che segue la stessa ricetta che ha prodotto questa crisi. Privatizzare, svendere i beni comuni dello Stato, consegnare aziende come Enel ed Eni ai fondi sovrani della Cina, significa dare agli speculatori le risorse per continuare a speculare. Il Pil degli Stati Uniti è di 16mila miliardi di dollari, praticamente la cifra sborsata dalla Federal Reserve, senza neanche informare il Congresso, per salvare banche e imprese. Più o meno lo stesso ha fatto la Bce in Europa, sborsando 4mila miliardi. Invece basterebbe leggere il primo discorso di Franklin Delano Roosevelt da presidente degli Stati Uniti. Di fronte alla grande crisi del 1929, Roosevelt spiega cosa bisogna fare: isolamento degli speculatori; massiccio intervento del governo per far crescere l’occupazione: riduzione dell’orario di lavoro e aumento dei salari; tre miliardi di dollari per finanziare la riforestazione e la prevenzione dalle alluvioni e dalle frane. Non sembrano cose scritte per noi? Il vero problema è che ormai la politica è morta, comandano i mercati. Per inseguire la speculazione, sono state distrutte intere economie, dalla Grecia, al Portogallo, all’Irlanda. Lo stanno facendo con l’Italia. E tra un po’ toccherà pure alla Francia.

Il 15 ottobre i movimenti torneranno in piazza per la giornata di mobilitazione europea promossa dagli indignados spagnoli. Cosa si può fare in Italia perché il patrimonio del referendum non vada disperso?
Non sarà facile, ma credo che dobbiamo rimontare la china impegnandoci tutti a riprendere un contatto con la gente. Il che vuol dire moltiplicare nei territori iniziative di discussione, di dibattito, di protesta. Dobbiamo ripartire dall’annullamento del referendum e dall’incostituzionalità di questa azione per affrontare il tema della crisi e dare di nuovo speranza ai cittadini. Vanno bene gli indignados, vanno bene anche questi appuntamenti, ma se c’è una cosa che insegna il movimento per l’acqua è che non è stato un movimento di scesa in piazza e basta. Il risultato referendario è il frutto di dieci anni di costante rapporto con la gente, di lavoro paziente parlando a tutti: dall’estrema sinistra alla Lega. Parteciperemo a tutte le iniziative di lotta, parleremo con il sindacato, proveremo a rimettere in piedi tutte le associazioni che hanno aderito. Con due obiettivi: far rispettare il referendum e trovare una proposta unificante – la patrimoniale piuttosto che la Tobin Tax – per recuperare le risorse che ci servono per rimettere a posto il paese, facendo pagare chi ha prodotto la crisi. E non le vittime.

Lettera aperta a Giorgio Napolitano sulle privatizzazioni: “Presidente, non firmi”

19 settembre 2011, by  
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di Alberto Lucarelli, Ugo Mattei, Luca Nivarra

Eccellentissimo Presidente Napolitano,

le scriviamo come giuristi che, dopo anni di impegno civile a favore di buone regole giuridiche a protezione dei beni comuni e per il buon governo del patrimonio pubblico, abbiamo redatto i quesiti referendari n. 1 (servizi pubblici locali) e 2 (tariffa per il servizio idrico integrato) cui, nella scorsa tornata referendaria di giugno, ha risposto sì la maggioranza assoluta degli elettori italiani.
Il nostro intendimento era quello di arrestare, attraverso un pronunciamento diretto del popolo, nelle forme e nei limiti di cui all’art. 75 della Costituzione, il protrarsi di una logica di privatizzazione ideologica e dannosa per l’ interesse comune anche all’ indomani della drammatica crisi finanziaria iniziata nel 2008.

Tramite il nostro pacchetto referendario volevamo aprire un grande dibattito politico nel nostro paese, teso a ricordare che la crisi non è stata causata dal pubblico ma dagli eccessi di libertà privata. Volevamo denunciare l’irrazionalità di una posizione politica che, lungi dal riequilibrare i rapporti fra pubblico e privato dopo vent’anni di pensiero unico, ulteriormente indeboliva il settore pubblico spingendolo a dismettere risorse che, se ben gestite, avrebbero potuto restituirgli la forza, l’autorevolezza ed il prestigio necessario per governare una crisi drammatica.
Negli scorsi mesi abbiamo lottato, con i mezzi del diritto e della politica democratica, insieme a moltissime persone, per scongiurare i diversi tentativi di impedire al popolo di pronunciarsi. All’indomani del 13 giugno siamo stati soddisfatti per aver contribuito a compiere una buona azione civile per il nostro paese. Quasi due mesi dopo, a fronte di dati sul debito pubblico italiano che non sono sostanzialmente variati nell’ultimo decennio (nonostante l’avvenuta dismissione di quote ingentissime del patrimonio pubblico) nel paese è stato creato un clima da emergenza finale. L’andamento della borsa e della finanza (ancora una volta settore privato) e manovre speculative volte ad attaccare un settore pubblico ulteriormente indebolito dallo sforzo ingentissimo di salvare il settore finanziario dalla crisi, hanno provocato un clima di panico che ancor oggi si protrae.
Al di là delle diverse valutazioni sulla fondatezza di tali allarmi, è certo che ingenti porzioni del Decreto, redatto in fretta e furia a Ferragosto, in particolare l’art. 4 denominato «adeguamento dei servizi pubblici locali al referendum popolare e alla normativa dell’Unione Europea», presentano prima facie tratti di incostituzionalità, confessati in modo privo di precedenti nel nostro sistema delle fonti, dall’annunciata modifica dell’art. 41 della Costituzione contenuta nello stesso decreto.
Tale incostituzionalità risulta in particolare dall’espressa e diretta contrarietà del decreto di Ferragosto (ora convertito con la fiducia) rispetto alla volontà popolare espressa appena due mesi fa con il voto referendario che, come dichiarato dalla Corte Costituzionale nella sentenza 23 del 2011, non era affatto limitato all’acqua ma coinvolgeva l’intero settore dei servizi pubblici di interesse generale.
Nei giorni immediatamente successivi all’emanazione del Decreto abbiamo dato vita, con i nostri limitatissimi mezzi, ad una raccolta di firme su un appello on line dei giuristi estensori dei quesiti referendari intitolato «La manovra di ferragosto è incostituzionale», cui hanno aderito esponenti illustri della società civile e politica e migliaia di cittadini indignati per l’ennesimo tentativo di scippo del voto referendario.
Con questa lettera ci permettiamo di farle pervenire l’elenco di tali firmatari. Le rivolgiamo inoltre un appello, come Supremo Garante della Costituzione, a considerare il fatto che da anni i conti pubblici italiani non sono in buone condizioni (le alleghiamo due pubblicazioni del lavoro da noi svolto in passato) e che la fretta di privatizzare e liberalizzare ulteriormente l’economia al di fuori da una struttura di principii giuridici solidi e condivisi, lungi da fare l’interesse del popolo italiano soccorre quello degli speculatori internazionali che hanno generato la crisi.
Illustrissimo Presidente, anche in considerazione del fatto che il voto di fiducia ha impedito la necessaria discussione parlamentare, la invitiamo a non promulgare l’art 4 del decreto di Ferragosto. La Sua autorevolezza contribuirebbe così, stralciando provvedimenti che certo non possono esser presi in emergenza e senza largo accordo politico, ad aprire finalmente un dibattito sulla vera priorità istituzionale e riforma strutturale necessaria in questo paese: la ricostruzione di un settore pubblico forte, autorevole, decentrato e democratico.

Da “Il Manifesto” del 15/09/2011