Lombardi e Vergassola: “Diritto allo studio certezza su cui contare, non sogno da inseguire”

8 febbraio 2012, by  
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In questo momento di grave crisi del paese, innanzitutto sotto l’aspetto della recessione economica, ma anche dal punto di vista sociale e culturale, vogliamo ribadire e ricordare il nostro massimo impegno, che abbiamo provato a non fare mai mancare, nei confronti degli studenti e delle studentesse superiori e universitari, che ormai da tre anni si vedono privati ogni giorno di un pezzo di futuro ed anche di dignità. Il governo Monti, in merito al mondo dell’istruzione, del sapere e della conoscenza, nulla ha cambiato rispetto all’operato del governo Berlusconi“.

Massimo Lombardi, segretario provinciale Rifondazione Comunista e Filippo Vergassola, responsabile provinciale Scuola e Università Prc, intervengono in seguito all’assemblea tenutasi negli scorsi giorni a Sarzana: “Il ministro Profumo ha avuto modo di dichiararsi molto favorevole nei confronti della riforma Gelmini. Da ormai troppo tempo il diritto allo studio, al futuro e ad un sapere davvero libero e a tutti accessibile, viene calpestato togliendo trasversalmente risorse a scuole, atenei e tagliando posti di lavoro, con l’unico effetto di aumentare il precariato e la fragilità della condizione – presente e futura – degli studenti. Siamo stati, siamo e certamente continueremo ad essere presenti nelle piazze, per difendere i loro sacrosanti diritti, e nelle scuole come nelle università, per informarli e soprattutto ascoltarli. Per provare a rendere il diritto allo studio e al futuro non un sogno da inseguire ma una certezza su cui contare”.

Massimo Lombardi, segretario provinciale Rifondazione Comunista La Spezia
Filippo Vergassola, responsabile provinciale Scuola e Università Prc  La Spezia

Abolizione legale del titolo di studio, Vergassola: “Scelta classista e discriminatoria del governo Monti”

25 gennaio 2012, by  
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Che il governo Monti non si occupasse delle fasce più deboli e fosse preposto e volto a creare una società classista ed elitaria ce ne eravamo accorti, ma dopo il taglio di 4 miliardi di euro previsto nel 2012 per l’istruzione pubblicapensavamo che i disastri fossero terminati.

Al peggio non c’è mai fine ed ecco l’assurdo provvedimento sull’abolizione del valore legale del titolo di studio: una scelta classista, discriminatoria che va a penalizzare enormemente la maggior parte degli studenti, dei quali non conterà più il merito, ma la reputazione (e soprattutto la retta annuale) dell’università di provenienza.

Nasce così un’odiosa distinzione tra atenei di serie A, elitari, che pochi, pochissimi studenti si possono permettere, e quelli considerati inferiori, di minore qualità, per la ”massa”.

E’ il mercato quindi che seleziona i giovani all’accesso (già complicato) al mondo del lavoro, e non i reali meriti. Riteniamo che l’università italiana si rilanci con la valorizzazione del merito a parità di condizioni rilanciando un sistema serio di borse di studio.

Vogliamo un sapere libero e accessibile a tutti, e non vergognosi provvedimenti che creano atenei ”di prima classe”. Questa Italia ha bisogno dei giovani, non ha bisogno di ostacolarli e danneggiarli.

 
Filippo Vergassola
Responsabile Scuola e Università
Rifondazione Comunista/Fds La Spezia

“Pignoriamo Equitalia”: protesta di Rifondazione Comunista davanti agli uffici dell’agenzia della Spezia

10 ottobre 2011, by  
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“Pignoriamo Equitalia”, questo lo slogan dello striscione esposto stamani durante la protesta organizzata da Rifondazione Comunista della Spezia davanti agli uffici dell’Agenzia. Rifondazione ha voluto così raccogliere il disagio e la protesta di tanti cittadini che si vedono recapitare da Equitalia cartelle caricate da interessi che gli esponenti del Partito definiscono “usurai”. 
Nel momento in cui il Governo discute su un nuovo condono fiscale a favore degli evasori – sostengono gli esponenti di Rifondazione – Equitalia continua a colpire lavoratori, precari, pensionati, artigiani.”
Rifondazione ha annunciato altre iniziative per denunciare lo strozzinaggio di Stato imposto da Equitalia. La manifestazione di oggi è parte del percorso di mobilitazione contro la crisi attuato da Rifondazione da un mese con il presidio permanente in Corso Cavour e in tutto il territorio spezzino che proseguirà giovedì 13 e venerdì 14 ottobre con due iniziative pubbliche.La prima giovedì alle 21con un dibattito sulla crisi economica nell’area verde di Melara, la seconda venerdì 14 alle 17.30 con un incontro sulla scuola pubblica a cura dei ragazzi del dipartimento Scuola e Cultura di Rifondazione Comunista della Spezia nei pressi del presidio di Corso Cavour.

Queste iniziative – sottolinea la segretaria provinciale di Rifondazione Chiara Bramanti - sono utili anche in vista della manifestazione nazionale che si terrà a Roma il 15 ottobre in contemporanea con altre piazze d’Europa organizzate dal movimento degli Indignados“.
Rifondazione Comunista della Spezia sta organizzando la partecipazione di una folta rappresentanza della nostra provincia.

Rifondazione Comunista/FdS La Spezia

La politica e le istituzioni lavorino per ridurre drasticamente i morti sul lavoro

10 ottobre 2011, by  
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Rifondazione Comunista della Spezia nella 61ma giornata nazionale per le vittime di incidenti sul lavoro organizzata dall’ANMIL si associa al ricordo di tutti i caduti e gli invalidi gravi della provincia spezzina ed è vicina ai loro parenti, che ogni anno li commemorano nel dolore e nella rabbia.

Nonostante le cifre dell’INAIL parlino di un sostanziale calo degli incidenti sul lavoro, alla Spezia come nel resto d’Italia, lo scenario non è positivo. Infatti sono ancora troppi gli incidenti e troppo ancora il lavoro sommerso, che sfugge al doloroso calcolo.

La spaventosa cifra di 980 caduti nell’anno solare 2010 parla da sola.

Quattro di loro sono morti nella nostra provincia, per non parlare degli incidenti non mortali ma che hanno lasciato invalidità permanenti e senza dimenticare le malattie professionali come l’asbestosi e il mesotelioma pleurico, di incidenza record nel territorio spezzino.

Nel 2011, c’è stato finora un caduto in provincia, Federico Severino, e un altro, Gheorghe Peteleu, morto a Marina di Carrara ma residente a Follo. Il dramma è continuo e non lascia tregua come dimostra il terribile incidente di cinque giorni fa nei pressi del cantiere della questura, dove il lavoratore Gianfranco Minetti è per fortuna riuscito a salvarsi anche se con lesioni gravi.

Dunque il quadro è ancora preoccupante. Se a questo ci si aggiunge un atteggiamento inqualificabile del governo, fatto di aggressione ai lavoratori e ai loro diritti, ricattati per la crisi sociale e economica che impone loro ritmi di lavoro sempre più esosi facendoli esporre quindi al rischio sempre maggiore, ecco che la cultura della sicurezza tenderà a rimanere solo un bell’ideale sulla carta. E il sangue continuerà a scorrere.

A tutta la politica, di tutti i livelli e di tutti gli schieramenti e a ogni istituzione, a partire dalla scuola, Rifondazione chiede fatti concreti ed efficaci affinché si riduca sensibilmente e drasticamente il numero degli incidenti e dei morti creando in tutti i cittadini una vera sensibilità alla sicurezza sul lavoro.

Rifondazione Comunista, federazione provinciale della Spezia

Cara Ministra Gelmini, vergognati!!

29 marzo 2011, by  
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La sentenza del Tribunale della Spezia ha sancito la condanna alla ministra Gelmini per condotta antidiscriminatoria nei confronti di uno studente disabile di un istituto superiore spezzino.

E’ l’ennesima dimostrazione che questa riforma è ingiusta, anticostituzionale e antidemocratica.

Come Federazione della Sinistra e come cittadini sentiamo il dovere civico di esprimere un’attenta riflessione sulla politica scolastica dell’attuale ministra dell’istruzione Maria Stella Gelmini.

Dalle leggi ed interventi da lei apportati, appare chiarissima la visione strettamente economica dell’istruzione in generale e, fatto ancor più grave, del delicato settore dell’handicap.

Soprattutto per quest’ultimo è necessario un approccio ed una conseguente gestione, per così dire, umana e, verrebbe quasi da aggiungere, “cristiana”, del problema, del tutto assente nella visione della ministra.

Nulla infatti giustifica la serie dei tagli inflitti, oltre che ai precari della scuola, ai ragazzi disabili, anche gravi.

Non convince (per niente) l’aspetto legislativo di corto respiro giuridico e men che meno quello della giustizia sociale che, a seguito di tagli immotivati, rende evidente l’aspetto ferocemente discriminatorio nei confronti di una realtà sociale, quale quella della disabilità, già profondamente debole per se stessa.

E inoltre, quale visione della democrazia può sorreggere una decisione così vergognosamente discriminatoria nei confronti di una persona disabile (vissuta dalla ministra più come disagio e problema sociale da affrontare schematicamente e da reprimere, piuttosto che opportunità da sostenere, aiutare nell’integrazione sociale attraverso quel sostegno pedagogico che ella invece intende tagliare, costi quel che costi)?

No cara ministro, come FdS e come cittadini ci ribelliamo alla sua miope politica e le diciamo che il diritto all’istruzione sancito dalla Costituzione è, e deve essere, di tutti, e, massimamente, di chi va sostenuto a superare il personale disagio, qualunque esso sia.

Maurizio Fontana

responsabile lavoro e scuola per il PRC-FDS della Spezia

Resistenza… scolastica

8 ottobre 2010, by  
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Pubblichiamo la lettera del segretario del circolo PRC di Ameglia.

Cari compagni,

ho il piacere di inviarti questa foto (anche con un particolare, ma non credo che si veda bene).

Per merito della fantasia della compagna Giovanna  (insegnante di scuola dell’infanzia) e con l’aiuto dei Giovani Comunisti, quest’anno i bambini che frequentano questa scuola, tra cui molti stranieri ed anche rom, verranno accolti dal corpo docente con questa maglietta molto significativa. Una porzione di mappamondo intorno a cui è scritto “qui nessuno è straniero”.

Anche così la scuola italiana resiste alla politica distruttrice della Gelmini e del governo.

Saluti comunisti
Marco Vanello

L’ultima vergogna leghista: ad Adro (BS) la scuola statale è “padana”

13 settembre 2010, by  
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Ad inaugurarla il sindaco che lasciò i bambini senza mensa. E che oggi dice: “Abbiamo fissato i crocefissi ai muri. Nessuno li può spostare”

Il simbolo della Lega sul cestino della raccolta differenziata, sullo zerbino d’ingresso, sui cartelli messi nel giardino, sul tetto e soprattutto impresso sui banchi. Sulle vetrate dell’ingresso della scuola materna, una decorazione di bambini uniti tra loro dal simbolo del partito di Umberto Bossi. Ieri è stata inaugurata la prima scuola padana. Un fatto senza precedenti che un polo scolastico italiano venisse pubblicamente definito federalista e leghista.

La benedizione del ministro Gelmini
Tutto ciò è accaduto ad Adro (il paese della vicenda della mensa del “non paghi non mangi”) con il beneplacito del ministro Mariastella Gelmini che in un messaggio, oltre ad esprimere vivo apprezzamento personale, ha parlato di “modello di riferimento. Un progetto encomiabile che crea benessere ed entusiasmo”.  Materna, elementare e scuola media con le mense dedicate alla figura di Gianfranco Miglio, di cui c’è anche una raffigurazione all’ingresso del nuovo complesso realizzato con soldi di donazioni private fatte al Comune.

Nome, cibo e simboli made in Padania
Sulla facciata principale dell’edificio campeggia la scritta “Polo scolastico Gianfranco Miglio” nonostante non sia ancora pervenuto il permesso dell’Ufficio provinciale scolastico, nonostante le norme prevedano che il nome vada deciso dal collegio dei docenti e successivamente approvato dal consiglio comunale. L’ultimo passaggio poi spetterebbe alla Prefettura che deve comunicare l’intitolazione al ministero degli Interni. Tutto bypassato ad Adro nonostante, nelle scorse settimane, i rappresentanti della minoranza avessero presentato un esposto agli uffici del palazzo del governo di Brescia. La risposta è stata che ci sono tanti altri comuni che hanno problemi di questo genere.  Così, chi ieri era ad Adro ha assistito a una scena che ha riportato all’epoca delle inaugurazioni delle scuole fasciste. Dove il sentire comune, l’appartenenza politica e ideologica hanno ampiamente superato i confini di un luogo deputato alla formazione civile oltre che culturale dei bambini e dei ragazzi.  Davvero tanta gente ad ascoltare i discorsi da campagna elettorale dell’onorevole leghista Davide Caparini, dell’assessore regionale (della Lega, ovviamente) alle Attività sportive Monica Rizzi. Poi il sindaco di Adro Oscar Lancini (che nel suo intervento ha detto di aver fissato i crocefissi al muro con delle viti per impedire che vengano rimossi o spostati, ASCOLTA L’AUDIO) e sul palco anche il parroco di Adro e il curato che ha benedetto la costruzione. Poco importa che il primo cittadino riguardo alla gestione mensa abbia già promesso: “A tavola si siede soltanto chi paga” e ancora: “Verrà servito menu padano e chi non vuole mangiare carne di maiale se ne può stare a casa”. Pasti della tradizione bresciana e chi, per motivi religiosi, non potrà mangiare pranzerà altrove. “I crocifissi li abbiamo avvitati alle pareti così nessuno potrà magari nasconderli dietro la cartina geografica”. Le ragioni della Chiesa al servizio della Lega nei discorsi in cui sono stati citati il papa bresciano Giovanni Montini, Giovanni Paolo II e pure il cardinale Carlo Maria Martini. Tutti a spiegare che quello sarà il luogo della crescita delle nuove generazioni e che Miglio, prima di essere ideologo leghista, era un uomo di scuola.  Finiti i discorsi, la visita degli ambienti marchiati con quei simboli di partito sbattuti in faccia tutti i giorni agli alunni di quella scuola. Ovunque, anche sui piccoli totem dove ci sono le indicazioni delle aule, singolarmente intitolate ai benefattori che hanno contribuito alla realizzazione spendendo 6 milioni di euro: che sì, lo hanno finanziato da privati, ma nell’ambito di una grande operazione urbanistica. Tra il pubblico anche un rappresentante dell’ordine dei frati dei Carmelitani che gestiscono una scuola parificata (dalle elementari alle superiori) frequentata dalla Adro “bene” e che confina con la scuola pubblica italiana caratterizzata dal simbolo pagano leghista del “sole delle Alpi”. Sacro e profano insieme.

La Santa Alleanza con le camicie verdi
Come accaduto qualche giorno fa a Pontoglio, a pochi chilometri da Adro, dove il parroco e il curato hanno annunciato che verrà introdotto il divieto di accesso all’oratorio a chi non parla l’italiano. Accesso negato quindi a gruppetti di stranieri che parlano un lingua straniera “incomprensibile” per gli italiani e per le altre etnie. I genitori giovani e ragazzini non hanno problemi di integrazione. A non volere integrarsi, sono solo alcune “sacche” di stranieri.

di Elisabetta Reguitti – Da Il Fatto Quotidiano del 12 settembre 2010

Oggi in piazza con la FLC-Scuola e contro la Gelmini che sta distruggendo la scuola pubblica

10 settembre 2010, by  
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La federazione spezzina di Rifondazione Comunista aderisce al presidio organizzato dalla FLC – Scuola ”UCCIDERE LA SCUOLA è un DELITTO!!!” previsto per oggi pomeriggio alle ore 17:00 in Piazza Mentana alla Spezia.

Saremo in piazza contro le manovre Gelmini-Tremonti, contro il più grande licenziamento di massa della storia del nostro paese, contro il finanziamento alle scuole private, per una scuola pubblica, laica e multirazziale. Sosteniamo in pieno la lotta dei precari della scuola: sono loro, infatti, la risorsa che in questi anni ha consentito alla scuola italiana di funzionare.  L’atteggiamento sordo e sprezzante del ministro Gelmini nei riguardi della protesta dei precari è il segno di un governo pericoloso e indifferente verso il futuro del paese.

L’inizio del nuovo anno scolastico conferma drammaticamente la gravissima situazione in cui versa la scuola della Repubblica, colpita da tagli e controriforme che priveranno milioni di giovani del diritto ad una istruzione qualificata. Decine di migliaia di docenti e di personale ATA, inoltre, sono espulsi dalla scuola dopo anni di precariato.

Siamo di fronte ad un’emergenza sociale senza precedenti, per le dimensioni dell’attacco all’occupazione in questo settore e per le conseguenze sul futuro delle giovani generazioni. Perfino le analisi internazionali ormai dimostrano il grave arretramento cui è sottoposto il sistema scolastico italiano.

Tutto questo richiede una mobilitazione attiva dell’intera società civile, insieme con le realtà scolastiche in lotta per la difesa della scuola della Costituzione.

Le iniziative che in questi giorni si stanno diffondendo in tutto il territorio nazionale costituiscono occasioni di aggregazione ed espressione del conflitto che possono coinvolgere anche altri settori della conoscenza, come si è già verificato nello scorso autunno.

Può nascere un grande movimento di massa capace di sconfiggere il governo e imporre il ritiro di tagli e delle controriforme.

Finito l’anno scolastico, paghiamo gli sconquassi della Gelmini

15 giugno 2010, by  
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E’ terminato l’anno scolastico e a Vezzano, come nel resto del Paese, gli sconquassi del ministro Gelmini sull’istruzione pubblica sono evidenti.

L’Italia ha assistito ad accorpamento di classi e creazioni di pluriclassi o, peggio, chiusura di scuole in zone scarsamente abitate e anche impervie delle varie province nel nome del risparmio economico che però rischiano di cancellare, in taluni casi, una storia centenaria di presidi culturali e sociali come nel nostro borgo di Vezzano alto.

Tutto questo per poter ridurre drasticamente l’utilizzo di personale, con la conseguenza di rendere precario il lavoro scolastico, innanzitutto per l’utenza. Infatti, in caso di giustificata assenza del personale docente ed ausiliario di ruolo, non vengono adoperate le necessarie sostituzioni e viene attuato lo smistamento degli alunni in un’unica classe. La vigilanza e l’assistenza da parte del personale ausiliario diventa così molto più difficile se non assente.

Tutto ciò per indurre i genitori a scegliere le scuole private e risparmiare complessivamente sulla spesa pubblica. Rifondazione Comunista non accetta tale vergognoso sistema e combatterà sempre al fianco della scuola pubblica e con i genitori e i ragazzi che subiscono tali disagi per colpa di scellerate decisioni del governo Berlusconi.

Ciudad Juárez: viaggio al termine del neoliberismo

26 marzo 2010, by  
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Proponiamo un reportage di Gennaro Carotenuto e Chiara Calzolaio da Ciudad Juárez

Prima parte

Il sogno dell’industrializzazione neoliberale si è trasformato in un incubo. Ciudad Juárez, frontiera tra il nord e il sud del mondo, la città delle “maquiladoras” e dei femminicidi è oggi la città più violenta del pianeta. Negli ultimi due anni la guerra tra narcos, nella quale è coinvolto come parte in causa l’esercito messicano, ha già causato 4.700 morti e 100.000 rifugiati.

Arrivando a Ciudad Juárez dal Sud, dalla mesoamérica cuore della nazione messicana, l’ultima ora di aereo mostra con crescente angoscia uno dei deserti più aridi del mondo. Non era così prima, raccontano i pochi juarensi che non sono immigrati. Juárez aveva appena 30.000 abitanti nel 1930, 300.000 nel 1970 e 1.5 milioni nel 2000 e ha perso varie battaglie per il controllo dell’acqua del Río Bravo con El Paso, l’ex quartiere dall’altro lato del fiume e che dal 1848 appartiene agli Stati Uniti.

Della vecchia e fertile valle di Juárez restano così appena i toponimi. Tra questi il Campo algodonero (campo cotoniero), dove nel 2001 furono trovati i resti di otto donne vittime di femminicidi. Nel novembre scorso la Corte Interamericana di Diritti Umani ha condannato il Messico per “indifferenza”: le donne stuprate e assassinate, giovani di classe umile, non valevano niente.

Dagli anni sessanta, e con più forza dalla firma del Trattato di Libero Commercio con gli Stati Uniti nel 1994, sono immigrate a Juárez decine di migliaia di donne per lavorare nelle “maquiladoras”, le fabbriche di proprietà straniera che beneficiando di regimi fiscali speciali, offrivano bassi stipendi e scarsi diritti ma anche la speranza di un futuro migliore rispetto alla povertà del Messico rurale.

Le ragazze vittime dei femminicidi non valevano niente, come non valgono nulla i 4.700 morti ammazzati a Juárez dall’inizio del 2008, quando è cominciata una guerra per il controllo della piazza della droga più importante del paese ed è stato inviato l’esercito a giocare una sua propria partita. I conti li ha fatti per noi Ignacio Alvarado, giornalista di “El Universal”: “il 65% dei morti sono minori di 25 anni e sono figli o nipoti delle operaie delle maquiladoras”. È un dato che oltre a far emergere un’etnografia del massacro (ragazzi immigrati di seconda o terza generazione, figli di donne costrette a lavorare 14 ore al giorno, spesso senza padri) testimonia il fallimento di un modello di sviluppo.

Elizabeth Ávalos, sindacalista, ex-operaia, conferma: “oggi vivono a Juárez mezzo milione di giovani ai quali il modello neoliberale non ha mai offerto nulla, né istruzione, né salute, né lavoro e vedono nel narco l’unica possibilità di guadagno e riconoscimento sociale”. Coinvolti dai cartelli della droga, sono oggi perseguitati dall’esercito che li sequestra, li tortura e li assassina a centinaia al mese, senza che la grande stampa internazionale si indigni mai della condizione dei diritti umani in Messico. Oppure regolano i loro conti direttamente, trasformandosi precocemente in sicari o vittime di questi. Ciò in un contesto senza legge dove il collasso del sistema giudiziario della città è forse l’elemento più visibile del fallimento dello stato. È un collasso che va ben oltre l’impunità e la corruzione dilagante. Ne è prova il fatto che per tutti i morti di Juárez non ci sono più di 150 inchieste giudiziarie aperte.

E gli altri 4.550 cadaveri? Lo domandiamo al giurista Óscar Maynez: “Se l’omicidio è stato commesso con armi automatiche o semiautomatiche si dà per scontato che si tratta di un aggiustamento di conti tra narcos e non si procede”. Per quanto dura tale realtà possa già sembrare, un altro testimone, che ci chiede l’anonimato (tutti i nostri testimoni, anche quelli particolarmente qualificati e autorevoli, ce lo chiedono almeno per alcune parti del loro racconto), ci colloca in un contesto ancora più grave: “Nel 2008 l’80% dei morti sono stati assassinati dalle truppe d’occupazione [l’esercito]. La percentuale è scesa un po’ nel 2009 perché c’è stata la controffensiva dei narcos locali, spiazzati ma non sconfitti”.

Gli organismi di difesa dei diritti umani hanno finora dimostrato le responsabilità dei militari nella sparizione di almeno cinque persone e ci sono centinaia di denunce per crimini, anche comuni, commessi dall’esercito. “A Juárez –continua il nostro testimone- non c’è una guerra tra narcos nella quale lo stato arriva a restaurare l’ordine ma un massacro commesso dall’esercito mandato a sostituire un cartello con un altro più controllabile”. È così che il sistema giudiziario messicano svanisce completamente. Molti sono i motivi del collasso ma la sostanza è che, come in guerra, lo Stato stesso rinuncia a castigare perché pienamente coinvolto nella violenza.

Óscar Maynez commenta che in questo modo uccidere è diventata la miglior maniera per risolvere questioni pratiche: “se devi 20.000 pesos (1.200 Euro) a qualcuno è più economico pagare 3.000 pesos a un sicario. Liberarsi di una moglie o un’amante molesta oggi è molto facile. Giorni fa hanno assassinato nel suo letto un autista d’autobus rimasto tetraplegico dopo un incidente stradale. Tutto indica che è stato ucciso dal suo datore di lavoro per non pagare l’indennizzazione. Ma non c’è nessuna inchiesta in corso per questo omicidio”.

Neanche per la morte di Alfredo Portillo, genero di Marisela Ortiz, dirigente dell’associazione “Nuestras hijas de regreso a casa” è mai stata aperta un’inchiesta. Marisela, che ci riceve nella scuola dove insegna, è considerata la “madre di Plaza de Mayo” di Ciudad Juárez per la sua lotta contro i femminicidi. Alfredo, come il docente universitario Manuel Arroyo, il dirigente contadino Armando Villareal, il giornalista Armando Rodríguez o Josefina Reyes e altri sette difensori dei diritti umani, insieme ad anonimi militanti di movimenti sociali o organizzazioni di quartiere, sindacalisti, studenti, giovani ribelli, fanno parte della lista delle decine di “omicidi politici” che nessuno riconoscerà mai come tali e per i quali l’esercito messicano vanta una lunga tradizione de Tlatelolco in avanti.

Sono “omicidi politici”, che servono a garantire impunità, affari e ingiustizia sociale. Vengono classificati con la bugia pietosa della “pallottola vagante” o liquidando i fatti come “questioni private” o con l’insulto calunnioso del “era coinvolto in qualcosa”, ovvero nel narcotraffico. “Omicidi politici” che sono un dettaglio nel puzzle juarense ma testimoniano l’esistenza di una guerra nella guerra: quella contro la società civile e chiunque sogni un’altra Juárez possibile.

Seconda parte

Juarez3MODERNITÀ Juárez è enorme. Lo spazio urbanizzato verso il deserto non ha limiti. Le grandi strade sono percorse da decine di pattuglie dell’esercito e della polizia federale. In mimetica vanno i militari, in nero la polizia federale, entrambi in passamontagna e armati fino ai denti. I posti di blocco asfissianti rallentano il traffico in una città dove il desiderio di normalità si scontra con la realtà. Non erano passate due ore dal mio arrivo in città quando sono stato fatto scendere dall’auto per una perquisizione corporale circondato di militari armati.

La maggior parte delle automobili private non ha targa e chi è a bordo è nascosto da vetri polarizzati. Dopo la perquisizione percorriamo la città su vecchi autobus statunitensi acquistati per terminare le loro vite qui. Le facce dei passeggeri sintetizzano quelle di tutti i popoli indigeni messicani venuti a cercare fortuna qui. A volte vi si possono scorgere anche quelle di etnie del Nord America, gli indiani dei western, così simili ai gruppi indigeni del nord del Messico e oltre frontiera costretti nelle riserve.

Ogni viaggio si fa lungo su questi autobus che ansimano nella polvere tra quartieri abitativi chiusi da muri altissimi, frazionati in distese di villette a schiera tutte uguali (la fattura invece cambia di zona in zona promuovendo un popolamento iperclassista), grandi centri commerciali ed enormi spazi vuoti, terre desolate eliotiane che si trovano anche in zone centrali e semicentrali. Per andare a lavorare i juarensi che non hanno auto devono perdere ore a bordo di questi autobus. Alcuni di loro, i più anziani, hanno combattuto negli anni ’70 e ’80 importanti lotte comunitarie perché nei loro quartieri periferici arrivassero i servizi essenziali. Luce, acqua e poco altro: questo è rimasto del “sogno juarense”.

L’urbanista colombiano Edwin Aguirre, che incontriamo nel COLEF (Colegio de la Frontera Norte), prestigioso centro di studi sui problemi della frontiera, ci offre un’interessante chiave di lettura: “dagli anni ’70 ad oggi la città ha moltiplicato per cinque la popolazione. In questi quarant’anni non è stata aperta neanche una preparatoria, restano quelle che già c’erano negli anni ‘60”. La prepa nel sistema scolastico messicano equivale al Liceo e dà accesso all’università. Nessuno ha mai previsto che i figli degli immigrati di prima o seconda generazione potessero ascendere socialmente arrivando all’università. “Gli immigrati, gli operai, le operaie non sono mai stati percepiti come cittadini –commenta ancora Óscar Maynez- e la città intera si è sviluppata secondo gli interessi di poche grandi famiglie”. La gente non vive dove sarebbe più utile e comodo vivere ma dove è convenuto collocarli ai padroni della città, i Zaragoza, i Fuentes, i Vallina. Nel Messico del secolo XXI lo storico riconosce facilmente la categoria di “Repubblica oligarchica” che caratterizzò l’America latina del XIX secolo.

Per Ignacio Alvarado: “non c’è differenza tra PRI e PAN [l’ex partito di regime e il partito di destra attualmente al governo]. Tutti i sindaci, i governatori, i capi della polizia sono stati sempre designati dalla confindustria della città”. Quando negli anni ’70 il narcotraffico come lo conosciamo oggi si sostituì al contrabbando frontaliero tradizionale: “era un affare per giovani di classe medio-alta subordinati alla DNS [la polizia politica del PRI]”. Così si genera il narco juarense, strutturalmente espressione della classe dirigente della città: per quest’ultima è una forma di accumulazione primaria come il riciclaggio e il contrabbando. Si esportava droga e si importavano armi e ognuno prendeva la sua fetta.

Nel centro storico, sulla riva del Rio Bravo e del muro voluto da George Bush e che nessun Barack Obama smantellerà la maggioranza dei locali è chiuso. Ancora nel 2006 la città vecchia di Juárez era il centro della vita notturna transfrontaliera. Migliaia di statunitensi passavano la frontiera per divertirsi, ubriacarsi, perdere soldi nei casinò e comprare sesso a basso costo nei bordelli. Quando passiamo il ponte internazionale per El Paso (che si definisce orgogliosamente la seconda città più sicura degli Stati Uniti) impieghiamo due ore e mezzo in code e umilianti pratiche doganali. Al ritorno in Messico neanche ci controllano il passaporto.

A El Paso ci incontriamo con Gustavo de la Rosa, difensore dei diritti umani, minacciato di morte a Juárez e rifugiato da mesi dall’altra parte del fiume. Gustavo è oggetto di una campagna di solidarietà di Amnistia Internazionale e continua a lavorare a tempo pieno per la sua città e per i suoi studenti dell’Università di Ciudad Juárez ai quali oggi può continuare a far lezione via Internet attraverso strumenti come Skype: “i consumi idrici non mentono. In due anni se ne sono andate almeno 100.000 persone. Le classi medio-alte si sono trasferite a El Paso. Quelle operaie ritornano nel resto del Messico, a Oaxaca, Durango, Veracruz”. Il 25% delle case di Juárez oramai sono vuote. L’intero sistema economico legale è in rovina e il considerare il narco la causa e non la conseguenza di tale rovina è probabilmente un’illusione ottica data dalla contingenza della conta dei morti ammazzati.

Elizabeth Ávalos denuncia: “è comparsa la fame nei quartieri più poveri, qualcosa di sconosciuto qui. La violenza sta distruggendo posti di lavoro in tutti i settori, compreso quello informale, che in altri periodi di crisi rappresentarono un rifugio per molti”. Nell’industria la violenza, l’insicurezza sono l’occasione per un peggioramento ulteriore dei rapporti di produzione: “le maquiladoras che restano pagano salari che oramai arrivano ai 500 pesos settimanali [30 Euro]. I contratti oramai possono durare appena 15 giorni”.

Nonostante tale deregolamentazione totale dei rapporti di lavoro, in due anni le maquiladoras hanno perso 80.000 posti di lavoro rispetto ai 280.000 di appena due anni fa. Non sembra più una crisi ciclica come quelle dell’82 o del 2000, ma strutturale. Alla disarticolazione neoliberale del mercato del lavoro e alla crisi internazionale che il Messico soffre in modo particolare con la sua economia completamente dipendente dalla statunitense (il PIL è crollato del 6.5% nel 2009), Juárez aggiunge la difficoltà a districarsi tra legalità e illegalità, politica e mafia, classe dirigente e cupole criminali, impresa e narco.

Terza ParteJuarez5

STATO D’ASSEDIO Da quando è stato eletto, il presidente Felipe Calderón ha dichiarato guerra al narcotraffico. La sua strategia non consiste nell’investire nella società civile e nella legalità ma nella militarizzazione del territorio attraverso il controverso esercito messicano. Questo è costruito per occuparsi dell’ordine interno e in molteplici contesti si è dimostrato essere pienamente coinvolto nel narcotraffico che dovrebbe combattere. Lo dimostra il fatto che il 16 dicembre 2009, a Cuernavaca (centinaia di km dal mare nello stato di Morelos), la DEA statunitense sia ricorsa alla Marina, nell’operazione per detenere e uccidere Arturo Beltrán Leyva, alias “il capo dei capi”. Questo, quella sera stessa, aspettava a cena il generale Leopoldo Díaz Pérez, responsabile militare dell’intera regione.

Le prime operazioni militari cominciano nel 2007 nel Michoacán, nel Guerrero e in Bassa California, quindi a Chihuahua nel 2008, per un totale di 45.000 soldati dispiegati in tutto il paese. Il punto critico di tale strategia è proprio Ciudad Juárez, la principale piazza di droga del Messico, dove si concentrano circa il 40% dei morti ammazzati dell’intera guerra, che oramai corrono verso i 20.000 senza che si riesca a cauterizzare la ferita. Anzi, la violenza non ha fatto che aumentare in proporzione alla presenza dell’esercito.

Il 31 gennaio 2010 è stato un momento topico nella storia della guerra a Juárez: quindici studenti sono stati assassinati in una festa in un quartiere popolare nel sud della città. Uno o alcuni di questi “erano coinvolti in qualcosa” ma la maggior parte erano ragazzi “normali”. L’opinione pubblica, che durante molti mesi era rimasta in silenzio, terrorizzata dall’aggravarsi quotidiano della situazione, in questa occasione ha reagito.

Dopo anni di assenza sia Calderón che il suo ministro degli Interni, Fernando Gómez-Mont, sono venuti a Juárez varie volte nel giro di un mese. Si sono scontrati con ripetute ed importanti manifestazioni di protesta nelle quali sono stati accusati di essere responsabili non solo politicamente ma anche giudiziariamente della catastrofe juarense. Il presidente ha offerto quel poco che può (o vuole): più militarizzazione della città oltre a pochi milioni di pesos da investire dopo decenni di oblio.

Troppo poco e troppo tardi hanno commentato i giornali messicani e texani di qualunque filiazione politica, filogovernativa inclusa. Al contrario la grande stampa internazionale ha evitato come sempre di calcare la mano. Preferiscono glissare sull’intera tragedia messicana, da quella economica a quella umanitaria, in quanto paese ortodossamente allineato al modello neoliberale e fedele alleato degli Stati Uniti. È il caso per esempio di El País di Madrid, che con sprezzo del ridicolo continua ad esaltare i “trionfi” (sic) di Calderón nella lotta al narcotraffico.

“Quella di Calderón è una politica di alta simulazione” è convinta al contrario Marisela Ortiz. Durante la prima visita a Juárez il presidente è stato duramente apostrofato dalla signora Luz María Dávila, madre di due degli adolescenti assassinati il 31 gennaio, un fatto simbolico che ha contribuito a denudare il re.

Obbligati per la prima volta a metterci la faccia, Calderón e Gómez-Mont hanno sostenuto in più sedi -ma in pochi hanno creduto loro- che l’esercito non è una delle cause principali della violenza. Non la pensano così la totalità degli esperti che abbiamo incontrato a Juárez: non solo l’esercito e la polizia federale giocano la loro partita nella guerra tra narcos, ma hanno importato forme di criminalità prima assenti dal contesto della città, come i sequestri di persona e la richiesta di pizzo, reati che hanno aggravato la crisi economica e contribuito alla chiusura di almeno 5.000 piccole e medie imprese in pochi mesi.

Oggi a Juárez la vita economica, sociale e politica è semplicemente impossibile. Nessuno si aspetta qualcosa dalle imminenti elezioni a governatore e a sindaco. Il PRD, il partito di centrosinistra che nel 2006 era cresciuto per la prima volta fino al 20% nel 2009 è sparito al 2%. L’UNESCO denuncia che perfino le scuole sono obbligate a pagare il pizzo perché gli studenti non siano crivellati all’uscita. Nella scuola dove lavora Marisela Ortiz un enorme manifesto invita gli studenti a non andare a casa a piedi e usare gli autobus: “non rischiare”.

Perfino l’industria più forte della città, quella funeraria, è in crisi dopo casi di minacce, attentati, sequestri e omicidi durante le stesse veglie funebri. Molti morti oramai sono seppelliti senza essere vegliati, spesso in segreto per non mettere a rischio i parenti. Conclude Elizabeth Ávalos: “sono trent’anni che i movimenti sociali denunciano che questo modello di sviluppo ci avrebbe portato alla situazione attuale. Non ci hanno mai ascoltato e quello che viviamo oggi è quanto hanno seminato”. Il fatto che il 65% dei morti sia figlio o nipote di operaie delle maquiladoras, giovani costretti a crescere con le madri impegnate da sole a sole in fabbrica per pochi pesos, senza alcuna opportunità di promozione sociale, di studio, di lavoro, conferma l’amara e lucida analisi di Elizabeth.

LA GUERRA DEL CHAPO GUZMÁN? Joaquín Guzmán Loera, 1954, soprannominato “el Chapo”, capo del Cartello di Sinaloa (stato settentrionale sulla costa pacifica), è probabilmente il più importante narcotrafficante al mondo. Secondo il periodico statunitense Forbes ha accumulato una fortuna di un miliardo di dollari ed è tra le 40 persone più influenti del pianeta.

Arrestato nel 1989 riuscì a scappare dal carcere di massima sicurezza di Puente Grande nel 2001, subito dopo che il partito di destra del PAN era arrivato al potere dopo 70 anni di regime priista. Chi avrebbe gestito la sua fuga sarebbe stato lo stesso Procuratore Generale della Repubblica all’epoca di Vicente Fox, Eduardo Medina-Mora. Oggi solo la DEA statunitense sembra essere interessata alla sua cattura, già che Calderón, un presidente che non parla mai di corruzione in uno dei paesi più corrotti del pianeta, non mostra nessuna fretta di arrestarlo.

La logica dell’uso dell’esercito e della polizia federale, “operazioni congiunte” come vengono chiamate, nel Chihuaua e negli altri stati risponde solo teoricamente alla strategia concordata in una riunione segreta con la DEA nei primissimi giorni di governo di Felipe Calderón: sterminare i cartelli minori e “controllare” i maggiori. Quello che appare sotto i nostri occhi è che il governo abbia “mal interpretato” la linea della DEA e invece di tenere sotto controllo il Cartello di Sinaloa collabori con questo nel conflitto con gli altri.

Molteplici ricerche, inchieste giornalistiche e le testimonianze raccolte a Juárez raccontano di una guerra dove il Chapo entra a Juárez solo quando può contare sull’aiuto militare. L’esercito, lo stesso partito di governo, il PAN, e la polizia federale a Juárez sarebbero, secondo le diverse interpretazioni di una stessa dinamica, alleati, subordinati o manovratori di Guzmán. Qual che sia la correlazione di potere, solo con tale aiuto Guzmán ha potuto mettere la sua “gente nuova” a controllare lo spaccio al posto delle bande annichilate dall’esercito. Quello che è sicuro è che chi ha deciso di scatenare la guerra per il controllo di Ciudad Juárez -che sia il Chapo, Calderón, l’esercito o la DEA- due anni e 4.700 morti dopo non è ancora riuscito a vincere.

Se il cartello del Chapo è considerato l’espressione imprenditoriale e professionale del narcotraffico, quello di Juárez, implicato in passato in vari femminicidi, appare come una struttura criminale tradizionale che non ha il know how per gestire quella che oramai ha sorpassato il petrolio come maggior industria del paese. È però un cartello particolarmente radicato nella società e nella classe dirigente della città. A Juárez gioca in casa e il prezzo del tradimento è la morte. Controlla ancora la polizia locale e può contare come carne da cannone su quell’infinita generazione perduta di figli e nipoti delle maquiladoras. Tra i 30-40 Euro alla settimana che pagano in fabbrica e gli almeno mille che garantiscono i cartelli per troppi giovani non c’è alternativa. Così “la Línea” (anche così si chiamano i narcos locali) è sopravvissuta nel 2008 alla valanga dell’arrivo dell’esercito e nel 2009 è riuscita a contrattaccare utilizzando perfino tattiche di guerriglia.

In questo contesto, da parte del Chapo, il senso del massacro degli studenti il 31 gennaio sarebbe stato quello di creare un evento mediatico per permettere all’ “alleato” Calderón un’ulteriore e definitiva militarizzazione della città. Con una Juárez inondata di soldati, potrebbero arrivare a 50.000 secondo alcune fonti, si riuscirebbe ad eliminare fisicamente il Cartello di Juárez a un prezzo di morti, stupri e sparizioni di persone forse senza precedenti persino nella storia violenta del paese. Ma il Cartello di Juárez non verrebbe sterminato per sconfiggere il crimine ma solo per sostituirlo con un altro cartello considerato più affidabile.

Mentre il livello di violenza continua ad alzarsi e una madre a Juárez può morire perché ha un’automobile simile a quella di un narco inseguito da sicari poco scrupolosi, uno dei nostri intervistati ci esprime un sentimento condiviso da molti: “la cosa migliore per Juárez sarebbe che vincesse il Chapo e pacificasse alla sua maniera la città”. È un’espressione di realismo forse, ma manifesta anche che la stanchezza, la paura, il male di vivere a Juárez nel 2010 rendono questa città una sorta di Saigon alla vigilia dell’entrata dei Vietcong. Prima di allora ci saranno ancora migliaia di morti e centinaia di migliaia di rifugiati in questa guerra che al complesso mediatico mondiale non interessa raccontare anche perché testimonia il percorso storico del neoliberismo: con la società civile smantellata e se tutto quello che è profitto è accettabile, la vittoria sorriderà ai “Chapo Guzmán”, il più moderno degli imprenditori neoliberali.

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